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di Antonio Armano |

Forse non tutti avranno visto i corti di animazione jugoslavi degli anni Cinquanta, per quanto premiati a Venezia, ma milioni di persone conoscono Imagine, il video realizzato da Zbygnew Rybczyński sulle note di John Lennon. Un bambino entra da una finestra aperta con vista sullo skyline newyorchese in una giornata di sole e procedendo in una sequenza che sembra infinita di stanze incontra un’altra bambina, diventa grande, ha un figlio… Un cameriere infine porta via la merda del cavallo bianco che vive in una delle stanze. In realtà la stanza è sempre la stessa, come si capisce dai grattacieli sullo sfondo, ma le persone entrano ed escono in diverse fasi della vita.

Il regista polacco ha vinto il premio Oscar per Tango, corto di animazione annunciato con qualche difficoltà di pronuncia del cognome a Hollywood nel 1983. Tango inizia con un ragazzino che entra in una stanza sempre dalla finestra. In una stanza da letto azzurra un’umanità molto varia svolge tutte le possibili funzioni e attività vitali, come se gli altri non esistessero, fossero invisibili in una sovrapposizione surreale. Fanno sesso, si vestono, si svestono, fanno ginnastica, mangiano, bevono… Una versione più claustrofobica, corale e cupa di Imagine, in animazione, non con attori e cavallo in carne e ossa. Manhattan non è la Polonia.

Tango è il corto di animazione che chiude giovedì la rassegna “Corti oltre Cortina”, che si tiene a Torino al cinema Massimo e fa parte di “Sottodiciotto, Festival & Campus”, (questo il programma completo) a cura di Eugenia Gaglianone e Andrea Pagliardi. La rassegna è dedicata ai paesi comunisti e spazia tra gli anni Cinquanta e la caduta del Muro, il simbolo di mattoni che rappresentava la prigionia di diversi popoli, finiti dietro la Cortina di Ferro, “dal Baltico a Trieste”, la “Iron Curtain”, secondo l’espressione di Churchill. Prigionia o non prigionia, la libertà creativa, in parte anche dal punto di vista ideologico, è sorprendente. Gli artisti che vivevano nei regimi comunisti avevano molti vincoli, ma disponevano a volte di tempo e libertà stilistiche impensabili nel contesto commerciale occidentale. Il rapporto di Rybczyński con il regime polacco è tormentato. Non manca mai una sfumatura nera, di umorismo scuro e dovlatoviano. Sia pure in una varietà di registri e mezzi espressivi, si percepisce uno sfondo comune.

Il genere dei corti di animazione ha fatto parecchia strada anche dopo il crollo del Muro. Per capire che cosa è diventato immaginate una breve graphic novel in versione animata o una versione breve di Persepolis di Marjane Satrapi, che poi è lo stesso. Immaginate anzi, qualcosa di più. Per esempio il maestro russo di Jaroslav, Aleskander Petrov, che ha trasformato Il vecchio e il mareIl mio amore, in un quadro animato che si sviluppa per circa venti minuti. Il mio amore: la storia del ragazzino che si innamora della giovane servetta Paša, ma anche di una misteriosa dama con gli occhiali. La servetta è insidiata dal carrettiere. La dama nasconde un segreto sotto le lenti blu che il ragazzino conoscerà durante la prima avventura amorosa della sua vita. Lo stile grafico è impressionista e realizzato con pittura su vetro. Pensate a Monet che illustra il racconto di Ivan Sergeevič Šmelëv.

I corti di animazione sono partiti come cartoon classici – brevi e meno brevi – per diventare graphic novel animate e sofisticate che tra l’altro si possono vedere su Youtube, dove si è stratificato un archivio digitale enorme, comprensione linguistica permettendo (a volte si trovano sottotitoli, spesso non servono). Esiste anche, come dicevo, una sezione degli Oscar che premia il miglior Animated Short Film, dando risonanza a un genere non popolarissimo. Diventando sempre più raffinato e affascinante, il corto di animazione si è anche emancipato dall’egemonia anglosassone e dysneiana. L’Est Europa è tra le aree di produzione più interessanti, anche nel periodo comunista. Al netto della censura. Surrogato di Dušan Vukotić (1961) è il primo film d’animazione non americano a vincere un Oscar…

Come noto, l’allusione regnava ed era a volte consentita, altre volte punita, dopo i rigori dell’era staliniana. Si può dunque vedere nella Mano di Jiří Trnka un riferimento alla manipolazione del potere nei confronti dell’individuo, inerme e indifeso anche tra le pareti di casa. Siamo nel 1965, tre anni prima della repressione sovietica che si abbatte sulla Primavera di Praga. Un vasaio viene minacciato, manovrato e infine schiacciato da una grande mano. Il vasaio ricorda Pinocchio. Più che la pittura, diversamente che in Petrov o Rybczyński, lo stile richiama il teatro delle marionette, genere molto frequentato a Praga.

La rassegna si svolge in collaborazione con il Centro Ceco di Milano e il Polski Kot di Torino. I paesi di provenienza sono Jugoslavia, Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia. In altre parole i paesi comunisti non sovietici. La Russia, per scelta non è compresa. Ci si è voluti concentrare sui paesi dell’Est non sovietici.

Il genere del corto di animazione è stato particolarmente popolare nella Jugoslavia di Tito e della Zagreb Film con premi e riconoscimenti come quello ricevuto a Venezia nel 1958 da Il solitario di Vatroslav Mimica. Tra i corti jugoslavi in rassegna L’uomo che doveva cantare, di Milan Blažeković, del 1970. E’ la storia di uno strano tipo che nasce, vive e muore cantando sempre la stessa canzone che nessuno vuole sentire, un’eco stonata delle difficoltà nelle relazioni umane.

Un altro corto molto interessante e inquietante che viene trasmesso nella giornata di chiusura – giovedì – è il polacco Czarni KapturekCappuccetto nero. Una versione dark e al limite erotica di Cappuccetto rosso. Il lupo viene preso alla fine da un raptus di libidine. In Est Europa la favola è spesso dissacrata: a Mosca un locale di strip maschile per donne, con culturisti che si tolgono mimetiche belliche restando nudi, si chiama Cappuccetto rosso.

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I corti “oltre Cortina” che vinsero l’Oscar, in una rassegna a Torino

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