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I dannati del pedale | Paolo Viberti
Ediciclo – 2017

di Otello Marcacci

Quando ho scritto il mio primo romanzo (Gobbi come i Pirenei Neo. 2011 ndr), avevo ben chiaro che il ciclismo rappresentava la perfetta metafora della vita. Del resto questo sport è l’unico che riesce ancora a giocarsi la pole position nei cuori della gente con sua maestà “il calcio”. Le strade affollate quando passa il GIRO o una grande classica è ancora la prova dell’amore che tutti abbiamo per quei pazzi che decidono di inforcare la bici e cominciare a pedalare. Non importa se pochi (o tanti?) abbiano sporcato la fedina penale abusando della nostra creduloneria, coloro che ce l’hanno nel sangue continuano ad amarlo come fosse una vergine in cerca di marito.

Con questo spirito mi sono approcciato al libro di Viberti e, ovviamente, sono stato ripagato da un tuffo in un mare che già conoscevo e che per questo, mi è parso caldo e familiare. Perché dentro “I dannati del pedale” ho ritrovato la stessa passione di tutti noi tifosi e il desiderio di omaggiare la tradizione classica mettendo in bella mostra l’anima dei suoi protagonisti partendo dagli albori dei tempi, fino ai giorni nostri.

La struttura del libro dà subito al lettore l’idea di cosa si troverà di fronte, classificando i corridori in due grandi categorie: I DANNATI e I ROMANTICI

I primi sono quelli entrati nella storia come ribelli, belli e misteriosi e che in genere hanno avuto una fine tragica. Su tutti Pantani, ma anche Coppi, Koblet, Pelisssier, Jimenez, Ocana, Bottecchia e Simpsom . Particolarmente emozionanti le pagine che riguardano Laurent Fignon, che Viberti afferma di aver conosciuto da vivo e omaggiato poi da morto al Pere-Lachaise di Parigi.

Poi ci sono i ROMANTICI, quelli per cui le medaglie vanno appese all’anima e non sul petto: Alfonsina Strada, Binda, Hinault, Gaul, Martini, Zanoni, Cassani, Merckx, Baldini, Christophè, Bugno, Bartali, Gerbi, Anquetil, Defilippis, Adorni.

A tutti loro Viberti ha dedicato un capitolo con un aneddoto o una descrizione particolare.

L’ultima parte è infine un omaggio ai luoghi di culto dello sport che tanto amiamo. L’autore ha scelto sei templi mondiali: il Sestriere, Il Mont Ventoux, il Mortirolo, Il Gavia, Parigi, e il Piemonte.

In ultima analisi “I dannati del pedale” è un libro interessante che si legge con facilità e che aiuta a non perdere la memoria di ciò che è stato. Forse l’unica critica potrebbe essere la scelta discutibile di non fare troppi riferimenti ai grandi scandali che hanno investito il ciclismo. Un po’ come se niente l’abbia mai davvero toccato. Armstrong e soci, ad esempio. La sensazione cioè è che Viberti, per troppo amore, tenda a minimizzare episodi capitati anche ai grandissimi, Pantani su tutti, anche se siamo d’accordo sul fatto che su molti di essi tutta la verità non sia stata svelata.

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