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I difetti fondamentali | Luca Ricci
Rizzoli 2017

di Emanuela Chiriacò

I difetti di cui parla Luca Ricci non sono mancate compiutezze, imperfezioni fisiche e morali. I difetti di cui parla Ricci sembrano trattare piuttosto caratteristiche intrinseche del mondo fisico e interiore dello scrittore e di cosa gli ruota dentro e attorno. Senza trascurare la connotazione precisa che hanno. Sono difetti fondamentali. Come dire requisiti minimi di base senza i quali, il mondo della scrittura in senso lato non poggia. Siamo davanti ad una raccolta di racconti che appaiono come piccoli romanzi complessi in cui l’autore riesce a tomografare in maniera assiale e computerizzata storie dense e dolorose di anime fragilmente scosse dall’amore per i libri. Chi li scrive, chi li edita, chi li pubblica, chi li vende, chi li promuove, chi li studia e chi li acquista. Nessuno è escluso o indenne.

Tutto sommato continuavo a sentirmi migliore degli altri studenti universitari, migliore perché peggiore, disilluso al punto da farmene un vanto, con le ali spezzate ancor prima di spiccare il volo.

[…] davanti a me avevo uno degli uomini più potenti dell’editoria mondiale, uno che aveva un portfolio autori da infarto, Roth, Bellow, Bolaño e molti altri. Nel momento in cui ebbi la certezza che si trattasse proprio di lui persi tutta quanta l’intraprendenza, mi paralizzai, non spiccicai più parola.

Più che una galleria umana di balzachiana memoria, l’umanità proposta da Ricci appare un’esposizione universale dell’intimo soffrire di chi vive anche suo malgrado la condizione esistenziale della scrittura. Non che tutti i personaggi ne abbiano consapevolezza. Molti sono disgraziati intrappolati in territori esistenziali di cui non hanno consapevolezza. Altri tronfi del loro essere. Eppure Ricci si avventura e non cade in quei meandri con lo scandaglio filosofico e poetico.

L’autore sceglie di fare luce con la torcia inchiostrata del suo vissuto personale e contingente, affidandosi all’esercizio con un cinismo ironico, con la crudezza della sincerità ad ogni costo.

Ogni tipologia raccontata è presentata e preannunciata dal titolo di ogni singola storia. Ci sono: Il rothiano, Il rifiutato, L’adultero, L’affittacamere, Lo scomparso, L’invidioso, L’eccitato, Lo stregato, Il suggestionabile, Il manierista, Il solitario, La canonizzata, Il velleitario, e Il folle. E ogni personaggio o è narciso o il suo opposto; un’anima senza autostima.

Nell’estate in cui i rifiuti editoriali per il mio romanzo sono arrivati a trentacinque, ho deciso di dare a noleggio qualche stanza dell’appartamento, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato il più florido del Paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al Paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Ho la fortuna di abitare a due passi dall’aeroporto e ho fatto mettere una Jacuzzi in bagno, sicché il mio rating su internet non è proprio da buttare.

Ognuno racconta il suo esistere nello spazio ristretto del vivere. Così Ricci ci regala uno spaccato crudo tra luci e ombre caravaggesche. Una natura morta ultra, forse extra contemporanea che annaspa in una tela che si chiama quotidianità. Ricci estrae il coltello e fende, colpendo anche la pelle di un’ipotetica melagrana. Gli riesce allora di mostrare il colore delle cose nascoste e rimosse dai cliché e dagli immaginari che spesso si hanno e che sono lontani dalla realtà. Dalla cupezza dell’insieme, mette in luce il rossore del frutto. A tratti dolce, a tratti amaro e con qualcosa da sputare.

«Volevo solo sapere se avevate letto il mio libro.» «Non ancora, non ancora.» A quel punto l’autore assunse un tono lamentoso che lo fece definitivamente approdare nella categoria degli scocciatori: «Ma sono già passati più di due mesi da quando ve l’ho spedito». «Me ne rendo conto…» dissi, lasciando la frase in sospeso, come a fargli intendere che avrebbe potuto completarla come meglio credeva. «Due mesi è tanto tempo.» Mi massaggiai le tempie e paziente ricominciai da capo: «Me ne rendo conto, ma non tanto quanto sembra, soprattutto per le tempistiche editoriali». «E quali sarebbero le tempistiche editoriali?» «Dipende, ci possono essere casi più fortunati e casi più sfortunati, sa, ma comunque direi che non deliberiamo mai prima di due, tre mesi.» «Perciò il mio caso ci rientra.» «Come, scusi?» «Ha detto che non deliberate mai entro i due, tre mesi, e io sono già al secondo mese, come peraltro le ho fatto notare all’inizio di questa nostra conversazione.» Elaborai mentalmente i tratti principali del mio interlocutore: autore, impaziente, puntiglioso. In pratica non se ne poteva uscire senza una qualche forma di scortesia. «Sì, le ho detto due o tre mesi» osservai. «Il che significa che la risposta non arriva per forza di cose entro il secondo mese. Potrebbe volercene un altro, il terzo, appunto.» «Due, tre mesi» ripeté a pappagallo. «Bravissimo.» «E dopo questi due, tre mesi, come dice lei, la risposta arriva per forza?» «Dipende da caso a caso, come le ho già detto questo è il tempo minimo prima di una qualche delibera.» «Sennò?» m’incalzò subito l’autore. «Capita anche che non rispondiate mai?» «È capitato, se il libro proprio non ha neppure i requisiti elementari che ci spingono a una risposta scritta, ma senz’altro non sarà il suo caso.» Attaccai e per un momento ebbi chiaro l’impulso di afferrare il dattiloscritto e buttarlo nel cestino[…]

Tra questue, attese e rifiuti, la lettura di Ricci spinge alla masticazione dell’indigesto. Rompe lo schema rassicurante scrittore-lettore. Non è provocazione la sua. È un nuovo modo di proporre un genere. Originale e inesorabile. Spietato alle volte, si diverte a dissacrare il dissacrabile per sintesi additiva di particolari che rendono umanamente fragili questi personaggi. Si trasformano, imbruttiscono, invecchiano, muoiono, cadono, perdono, impoveriscono e si coprono di ridicolo. Nelle scelte linguistiche, Ricci si concede il suo opposto. Cavalca l’effetto Larsen, la sintesi sottrattiva. Non ammette fronzoli, abbellimenti o possibilità che possano in alcun modo ammiccare. Restituisce quei difetti in parole e descrizioni che hanno una corrispondenza biunivoca con le azioni e i sentimenti che li abitano part e full time.

Si ringrazia la casa editrice per gli estratti: (C) 2017 Rizzoli Libri SpA

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