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Iancura. Brevi racconti dall’isola di Salina
di Paolo Casuscelli

Mucchi editore 2019

Recensione di Paolo Risi

Ogni vera esperienza ci riconduce all’essenziale. Qualunque cosa si faccia, chi vuole esser creativo, deve rivolgersi all’essenziale. Per questo, i creatori del bello sono ai più silenziosi, o parlano d’altro: un profondo rispetto per ciò che anche a loro sfugge.

I racconti di Paolo Casuscelli – scrittura elegante, tornita, mai pretenziosa – sono i quadri di un’esperienza; compongono una sinfonia ispirata dall’isola di Salina, dai suoi abitanti, dal mare e dalla terra.

Casuscelli approda nell’isola eoliana da novello insegnante, e in quel luogo originario resterà otto anni, un tempo sufficiente per assorbirne vita, colori e passioni. Vivere in un’isola mette alla prova. Offre occasioni per conoscere se stessi. Fa comprendere il travaglio del mare, che porta appagamento e consapevolezza. Paolo è un insegnante, ma è anche un pescatore subacqueo, e questa duplice espressione di sé appare del tutto ragionevole, naturale, base per condividere valori e conoscenze: “Il pescatore sa che sullo sfondo della individuale valentia si staglia la sagoma di un destino che regge le sorti della giornata, che la preda non è un diritto, ma solo un dono ricevuto.”

In Iancura – brevi racconti dall’isola di Salina c’è ammirazione ma anche confronto con la natura, il desiderio di mettersi alla prova e interrogare i propri limiti. Casuscelli cerca le profondità, subacquea e spirituale, per avvicinarsi a una comprensione del mondo più veritiera. Il professore va sott’acqua, sonda i nascondigli delle cernie, ricerca l’ignoto per un’esigenza di completezza, per capire meglio gli uomini, in particolare i suoi alunni: “Il rapporto tra l’insegnante e l’alunno, quando c’è realmente, esula da ciò che viene trasmesso e recepito. È una cifra indecifrabile: una reciproca irrazionale appartenenza.”

La raccolta fotografa una terra generosa, accarezzata dal mistero, da fenomeni che spingono alla devozione, all’equilibrio. C’è schiettezza nei ritratti dedicati al capo ormeggiatore, nelle considerazioni degli alunni (Antonino, Giuseppe, Sergio…), delle donne di Salina, una libertà che matura negli spazi aperti e si nutre di mare e cielo, che permette di andare incontro ai giorni della vita con rinnovato e placido stupore.

Paolo Casuscelli, educatore e contemplatore, si espone con forza attraverso i suoi racconti, enuncia una verità etica e operativa, suggerisce un senso dell’esistere permeato di memoria, innervato da finalità decisive (l’orgoglio dell’isolano è l’orgoglio dell’uomo libero, di chi si appropria del tempo).

Bisogna imparare a trascurarsi, senza degradarsi, perché l’integrità è un concetto che non va frainteso, banalizzato con decorazioni di facciata. Casuscelli è aspro con chi lo chiama collega, con i genitori distratti, con i turisti che sciamano ad agosto appropriandosi delle località più in voga. In estate (si rileva nel capitolo Le barche degli altri) la dimensione estetica prevale, è tutto un rimpallare di sguardi che sondano il nulla, che ambiscono al riscatto e all’apprezzamento altrui. Non c’è incanto naturale che annulli il bisogno di compiacersi, e la barca, accessori inclusi, soddisfa le modalità di questo abbaglio estetico. La potenza di fuoco è un chiglia aggressiva, il prezzo chiavi in mano, la capacità di concentrare su di sé le attenzioni della flottiglia amica. Ostentazione: magari sul ponte di prua di un motoscafo lungo 14 metri, trasformato per l’occasione in un defilé di corpi sguaiati.

Bere vino Malvasia, autentico prodotto alchemico, riporta il discorso – nel racconto dedicato a Carlo Hauner – sull’essenzialità, sul sentirsi isolano. Casuscelli fa amicizia con un viticoltore locale, un giramondo che dopo la professione di designer si stabilisce a Salina, e rianima, comprando dei terreni, la tradizione del vino da meditazione. La visione dell’ex cittadino è il miraggio di un tempo perduto, la fatica dell’uomo sui terrazzamenti scoscesi, a omaggiare la terra, a tramandarne i processi biochimici. “Malvasia delle isole ha una storia antica, le cui origini sono quasi imperscrutabili. Forse era Malvasia il vino che Odisseo propinò a Polifemo ingannato, seducendolo ai piaceri del sonno.”

Vino da contemplazione, donne da contemplazione, fondali marini da contemplazione: mente e cuore in subbuglio nell’escalation di bellezza, condizione esistenziale che spinge l’autore a catalogare e a mostrare i capolavori di Salina, come farebbe il curatore di un museo d’arte. Il sesso è parte del quadro generale, ne riflette colori e spontaneità: la seduzione come appagamento reciproco, in una cornice di sciabordii, buona musica e serenate lunari, di pensieri tenuti a bada. Salina è il mistero di una donna sognata, desiderata e temuta, la donna dall’anima suggente nel racconto Un sogno rintracciato. Casuscelli individua il confine fra la bellezza e l’urgenza di rappresentarla, fa coincidere miracolo e realtà nella visione ispirata dal mito: “è come ogni esperienza del sublime, di tutta quella bellezza non sai che fartene. Per questo c’è l’arte, che oltrepassa la natura, perché c’è bisogno di comunicare l’incanto, di dargli un’espressione. Il primitivo vede un animale, gli fa anche un po’ paura, lo rivede, pensa ch’è bello, e ci fa un graffito sulla roccia.”

In coda al libro vi sono i capitoli più pensati, a loro modo struggenti, dove l’avventura di vivere lascia spazio alla riflessione, a una rigogliosa nota a margine.

Ne La iancura di Goethe, Casuscelli ripercorre alcune esperienze di viaggio del grande poeta tedesco, ne testimonia lo stupore e l’incanto suscitato dal mare di Sicilia, da Palermo, dalla delicatezza dei suoi giardini. Goethe, in viaggio per l’Italia, osserva e intuisce in quei luoghi abbracciati dal Mediterraneo le fonti di un’ispirazione immortale (l’Odissea), in un certo qual modo se ne appropria, componendo uno straordinario frammento lirico in cui viene intercettata dai sensi la iancura, il biancore del mare eoliano, una bianca lucentezza, in tedesco ein weisser glanz (Bianca una luce posa / sopra la terra e il mare, e senza nubi / l’etere fragrante si diffonde).

Nel successivo capitolo (Il Giunco) l’autore siciliano omaggia il gommone, l’imbarcazione che l’ha accompagnato nelle innumerevoli battute di pesca subacquea. Nel corso degli anni i gommoni si sono succeduti, sostituiti via via per raggiunti limiti di età, gommoni sempre veloci e poco appariscenti, il cui nome impresso sulla fiancata (Il Giunco) non è mai stato cambiato. Letteratura e sapienza del mare si mescolano nel motivare l’assegnazione di un’identità, che è anche stile di vita, riconoscimento di un’appartenenza. Nella Divina Commedia, Dante e Virgilio si presentano a Catone per ottenere il permesso di accedere al purgatorio, ma il tratto di mare che li raccorda alla meta, il proseguimento dell’esperienza salvifica, richiede l’espletamento di un rituale, necessario per non andare incontro a un naufragio. Dante (in quanto reduce dall’Inferno) va purificato con la rugiada e deve cingersi i fianchi, a mo di salvagente, con un «giunco schietto», sufficientemente elastico e resistente. “Nel rapporto con il mare e con l’isola – scrive Paolo Casuscelli in una sorta di congedo, di lezione spassionata – è importante cingersi di un giunco, armarsi di umiltà, altrimenti si è in perdita. Questa lezione dantesca, rispetto a una virtù in me non connaturata, ma perseguita, mi è stata d’aiuto per la costruzione di un giusto atteggiamento nei confronti del mare e dell’isola: l’azzeramento di tutti i preconcetti, di tutte le sovrastrutture, di tutte le presunzioni intellettuali. Le ideologie, quando stiamo sospesi tra cielo e mare, sono solo un peso. Solo quando tutto l’inutile è stato azzerato, sull’isola si può trovare qualcosa di essenziale che si solleva leggermente. Qualcosa di quello che si è sollevato leggermente dalla vita, nei miei otto anni a Salina, ho qui rievocato.”

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