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Il bambino e la luna | Matthias Brandt
(Bordeaux edizioni)

Libro di esordio di Brandt, in lingua originale il titolo è Raumpatrouille, un omaggio alla prima serie televisiva di fantascienza prodotta in Germania Ovest, nel 1966.
(
Raumpatrouille – Die phantastischen Abenteuer des Raumschiffs Orion in Italiano “La pattuglia dello spazio – Le fantastiche avventure dell’astronave Orion“).

nota e intervista di Emanuela Chiriacò


Dopo l’allunaggio dell’Apollo 11, avvenuto il 20 luglio del 1969, l’istinto di osservarsi da un nuovo punto di vista trova nella conquista dello spazio la sua grande e nuova possibilità: osservare la terra dall’alto, generando un cambiamento di prospettiva da bottom up in top down.

Nasce la generazione a cui chiedendo cosa avesse voluto fare da grande, avrebbe risposto l’astronauta.

Anche il protagonista del libro di Brandt ha questa aspirazione, piange pensando a Micheal Collins, il terzo astronauta, rimasto da solo nella navicella spaziale ad aspettare i suoi compagni Armstrong e Aldrin e si chiede Che cosa avrà pensato (Collins) durante quei momenti?

Con venti marchi in tasca datigli dalla madre, invece di comprare libri scolastici, decide di fare un salto nel reparto giocattoli del grande magazzino Kaufhof a Bonn per acquistare l’equipaggiamento da astronauta che consisteva in un pigiama gommato color argento con la bandiera americana sul cuore e nella convinzione di diventare il quarto componente della spedizione, sottrae cinque marchi dal salvadanaio e va dal barbiere Schmitz per farsi tagliare i capelli a spazzola come ulteriore segno della sua nuova vocazione.

Il bambino e la luna è un libro visivo, sembra di sfogliare un album fotografico con quattordici fotostorie in cui Matthias Brandt racconta la sua crescita dai sette ai dodici anni. Ancor prima di iniziare, chiarisce: “ Tutto quello che racconto è inventato. Un po’ di tutto questo l’ho vissuto. Parte di quello che ho vissuto è avvenuto” e per ogni fermo immagine, racconta un episodio della sua infanzia a metà strada appunto tra il ricordo e la fantasia, permettendoci di conoscere la relazione con il padre molto impegnato dall’incarico istituzionale ricoperto* e la madre, una donna norvegese emancipata e indipendente con cui viaggia in auto verso la natura incontaminata della sua terra natale. Tuttavia, la vita sotto ai riflettori per essere il figlio di Willy Brandt, Cancelliere della Repubblica Federale tedesca e la posizione privilegiata della sua estrazione alto-borghese giocano un ruolo marginale nel libro. Brandt parla piuttosto di passioni, avvenimenti ed esperienze della vita di un bambino speciale che ha vissuto un’infanzia speciale. Tra le passioni, la più grande che abbia mai provato è il calcio (Tutto mi predestinava a diventare calciatore. Meno il fatto che non fossi così bravo. La palla non faceva quello che volevo. Oltretutto a causa di una innata debolezza mi mancava la capacità di valutazione dello spazio. Vedevo le sfere come dischi e calcolavo male le distanze. Insomma ero completamente inadatto ai giochi col pallone.), tuttavia è consapevole di non essere corrisposto in questo suo grande amore.

Gira con una bicicletta chopper Bonanza azzurra, fischietta la musica beat di Ricky Shayne (Mamy Blue), ascolta Non stop dancing di James Last su cassetta e guarda la serie televisiva Strega per amore con Larry Hagman: è un bambino a vocazione pop che colpisce per la sua sensibilità e la sua intelligenza e intenerisce per la sua solitudine; si percepisce in maniera chiara il senso dell’abbandono che lo accompagna così come il suo bisogno di trovare la sua strada da solo.

Vive in una grande casa circondata da cancelli e in quel topos si manifesta la differenza tra il mondo dentro fatto di controlli, uomini in divisa e armati e quello esterno che rappresenta una “minaccia” da tenere sotto controllo giorno e notte che un bambino non può capire. Paradossalmente vive la protezione come una minaccia.

Un bambino solitario con un cane, una tartaruga, una ragazza alla pari, una governante, un custode e un amico coetaneo che maltratta a scuola per paura di ritorsioni da parte degli altri compagni e frequenta in privato. Holger è infatti figlio di “sfollati”, un bambino bullizzato da tutti, a cui Brandt si affeziona perché forse riconosce in lui un senso di emarginazione che gli appartiene, seppure per motivazioni diverse. Si incontrano segretamente di pomeriggio nella foresta e insieme fumano sigarette.

In un’intervista a Jan Drees su Deustchlandfunk, Matthias Brandt cita il collega Joachim Meyerhoff che dice che l’invenzione diventa ricordo (Erfinden heißt erinnern) ma aggiunge che non ricordare significa inventare. Brandt ha applicato queste teorie per privilegiare soprattutto la sua percezione dell’infanzia più che la componente autobiografica, toccando il fondo emotivo di tutto, sublimando le sensazioni esistenziali in purezza. Nel raccontarsi, Brandt riesce a rivedersi con gli occhi di un adulto che sorride con tenerezza al bambino che è stato; come se la scrittura lo ponesse ad una distanza di sicurezza emotiva massima.

In dialogo con la traduttrice Milvia Spadi

Il bambino e la luna è un’esperienza letteraria dal suono malinconico raccontata con un tratto linguistico asciutto. La lingua di Brandt è intrisa di logica e non lascia spazio ad ammiccamenti stilistici o forme di manierismo, si manifesta per sottrazione. La sua traduttrice Milvia Spadi ce la restituisce così, fresca e misurata, concreta e pragmatica senza mai una parola superflua e con un ritmo preciso e ipnotico.

[…] Il problema del tradurre è in realtà il problema stesso dello scrivere e il traduttore ne sta al centro, forse ancor più dell’autore. A lui si chiede (…) di dominare non una lingua, ma tutto ciò che sta dietro a una lingua, vale a dire un’intera cultura, un intero mondo, un intero modo di vedere il mondo. E di sapere annettere questo mondo ad un altro del tutto diverso, trasferendo ogni sfumatura, registro, accento, allusione, tonalità entro i nuovi confini. Gli si chiede infine di condurre a termine questa improba e tuttavia appassionata operazione senza farsi notare, senza mai salire sul podio o a cavallo. Gli si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui (…) Il traduttore è l’ultimo, vero cavaliere errante della letteratura. (da I ferri del mestiere, Fruttero e Lucentini, Einaudi, 2003). Come si confronta con questa sensazione di invisibilità?

Ho amato molto questo lavoro. Devo però dire fin da subito che non sono un traduttore di professione, ma una giornalista. Ho tradotto spesso articoli, testi dal teatro e interviste, ma è la prima volta che mi confronto con un libro di racconti, il quale propone una scrittura molto particolare con continui richiami al mondo dell’infanzia, ad un modo di vedere le cose limpido e al tempo stesso curioso e complesso nell’interpretazione del mondo. La trasposizione da una lingua ad un’altra è sicuramente un lavoro nell’ombra, un po’ come il gosthwriter, che sta dietro al successo del protagonista per il quale scrive, ma è appunto una trasposizione che, esagerando un po’, si può dire è nelle stanze segrete del traduttore: solo io la conosco e posso fare. Nel mio mestiere di giornalista vale ugualmente il non essere i protagonisti delle vicende che si raccontano, ma è una bella posizione di osservatore, sebbene questo faccia soffrire molti miei colleghi che vorrebbero essere in primo piano. Però è proprio questo: farsi un poco da parte e mostrare qualcosa come lo si è visto. Quindi direi che è una soddisfazione intima, molto personale, il riuscire a riportare da una lingua in un’altra quello che si è letto, ma soprattutto che ci ha emozionato. Certo ci vuole amore per la lingua, la scrittura.

Il tedesco è una lingua che tende a flettere, qualche volta a condensare, per questo volevo chiederle che tipo di difficoltà le ha posto la traduzione de Il Bambino e la luna in italiano?

 

Il tedesco è una lingua molto bella ma ad un livello diciamo elevato, la lingua parlata comune da poca soddisfazione. È vero, a volte ci sono espressioni che in tedesco vengono riportate con un unico termine, magari lungo ma molto preciso, mentre in italiano necessita di una frase intera. Ma quello che può sorprendere è che la lingua tedesca a volte è davvero potenzialmente molto ironica, addirittura comica, e questi sono testi nei quali non solo si fa dell’ironia, ma è la scrittura stessa ad essere utilizzata in una modalità molto comica, ad esempio con espressioni dialettali o infantili. Le faccio un esempio: nel racconto Equilibrismi politici a un certo punto c’è una frase: “Fumando un’Attica, con qualche minuto di ritardo, mio padre giunse finalmente da dietro l’angolo di casa”.  In questo caso non mi è stato possibile trovare soluzioni migliori a quello che è in tedesco:  “…mein Attika rauchender Vater” dove quello che in italiano è un verbo gerundio qui diventa di fatto un aggettivo: tradotto letteralmente “fumante Attika”. L’immagine che propone è molto divertente: si vede un uomo immerso nel fumo di quella precisa marca di sigarette, e si comprende anche che le fuma sempre, fuma tanto, e il fumo predomina. Questo è un esempio. Ma all’inverso, se traduce un testo molto pretenzioso, intellettuale, dal tedesco in italiano, quel testo quasi certamente migliora. Prende toni più poetici e affascinanti. È accaduto con i monologhi dell’angelo di Peter Handke nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. In italiano i testi sono godibili, educenti, in tedesco piuttosto pesanti, cervellotici, per non dire noiosi, essendo all’interno di un film e non in un testo scritto.

Albrecht diceva che la traduzione deve essere la più fedele possibile ma con tutte le libertà inevitabili. Questo libro sancisce l’esordio di Brandt. Crede che tradurre un esordiente lasci un maggior margine di libertà al lavoro traduttivo?

Non saprei davvero. Matthias Brandt è un attore e ha scritto questi racconti facendone anche uno spettacolo insieme ad un musicista, per di più un jazzista. Direi infatti che si percepisce anche un ritmo preciso, intenzionale, c’è una sorta di partitura da seguire, così come la segue il jazz, quindi in libertà. Capisce perciò che lo stile di scrittura senza essere pretenzioso è molto definito. Ma non direi che dia maggiore libertà. La libertà credo stia circoscritta nell’interpretazione dello stile dell’autore che si vuole dare traducendo. Vale a dire scrivendo di nuovo nella propria lingua una dimensione che si è percepita in un’altra lingua. Burkart Krober, traduttore verso il tedesco di Umberto Eco e Italo Calvino (due scrittori molto diversi nello stile) in una intervista mi diceva che per tradurre occorre comprendere bene la lingua straniera, ma sopratutto conoscere bene la propria e saperla usare. Ovviamente mi auguro di essere riuscita ad interpretare bene Matthias Brandt, come ho detto ho amato molto questi racconti di un’infanzia davvero speciale.


Milvia Spadi, giornalista Rai, cura inchieste e servizi per il settimanale Inviato Speciale e collabora con Radio3. Laureata presso l’Università Ludwig Maximillian di Monaco di Baviera, ha collaborato con il Bayerischer Rundfunk e altre emittenti radiotelevisive tedesche.

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Il bambino e la luna | Matthias Brandt – in dialogo con la traduttrice Milvia Spadi

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