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Bianco: tra l’idea e la storia –  Il campo dei cigni di Marina Cvetaeva
traduzione: Caterina Graziadei
nottetempo, Milano, 2017

 

nota di Gianluca D’Andrea

 Il campo dei cigni di Marina Cvetateva vede finalmente luce in Italia, nella sua versione completa a cura di Caterina Graziadei, per i tipi di nottetempo.
Il tragitto tutt’altro che lineare del libro, come tutta l’opera della sua autrice, evidenzia una volta di più la funzione testimoniale del linguaggio poetico, a dispetto di ogni ostracismo politico.

Nello specifico, Il campo dei cigni, fatica portata a termine da Cvetaeva tra il 1917 e il 1920, cioè in un periodo tra i più rilevanti e tragici del XX secolo, in quel passaggio violento e desolante segnato dalla Rivoluzione, viene a rappresentare un’operazione in cui stratificazioni storiche (il contemporaneo dell’autrice e la storia dell’antica Russia, intravista attraverso la sua tradizione epica, dal Cantare della schiera di Igor’ al Lamento sulla disfatta della terra russa) si intrecciano alla “passione” per la prospettiva popolare, con il risultato di un legame di lunga gittata tra l’individuo e il tempo. Emerge un’aspirazione all’unità per cui la simbologia del bianco, così “assordante” in tutta la raccolta, diventa il correlativo di un desiderio “civile” percepito sul margine della sua stessa fine. In sostanza, Cvetaeva è riuscita ad abbracciare i dati di realtà trasformandoli, però, in un ideale di lungo respiro, in cui coagula il misticismo ereditato dalla tradizione della storia russa precedente alla Rivoluzione.

Con ogni probabilità anche l’educazione personale di Cvetaeva, da cui deriva una concezione “nobilitante” dell’esistenza, è sintomo dello sdegno manifesto per ogni categorizzazione sociale, e della scelta totalizzante per una libertà individuale ai limiti dell’eccentricità. Se quanto appena esposto è vero, allora i versi che si leggono a p. 81 della presente edizione, «Due soli nemici ho avuto al mondo, / due gemelli, fusi insieme per sempre: / la fame degli affamati – e la sazietà dei sazi!», diventano paradigma di una personalità esacerbata da contrasti e opposizioni, lacerata da una tensione all’elevazione che solo la parola e il canto parrebbero soddisfare.

Purtroppo, per i lettori italiani che non hanno confidenza col russo (in questa cerchia è compreso chi scrive), il mancato accesso al testo originale lascia in ombra proprio la capacità “fonica” (il canto cui facevo riferimento), così considerevole nelle strategie compositive di Cvetaeva da lasciare traccia negli anni e con cui dovranno confrontarsi autori successivi. A tal riguardo appare indicativa questa affermazione da Il canto del pendolo di Iosif Brodskij, per il quale l’operazione della “poeta” «sul piano formale è considerevolmente più interessante di tutti i suoi contemporanei, compresi i futuristi, e le sue rime sono più inventive di quelle di Pasternak».

Abbiamo detto della ricorrenza del “bianco”, per lo più in associazione con colori mortuari: il rosso del sangue versato e il nero con valenza oppositiva rispetto a una simbologia di purezza, in parte legata alle vicende personali (ricordiamo en passant che Il campo dei cigni ha come dedicatario sottointeso la Guardia Bianca in cui si era arruolato il marito di Cvetaeva), in parte leggibile come simbolo di pace collimante con il suo punto estremo, la morte. Come non pensare leggendo alcuni testi della raccolta alla capacità di attrazione della fine, intesa come rimedio e abbraccio a una serenità risolutiva: «Dei già passati, trapassati, / trasferiti nell’alta regione dei cieli, / nel bianco campo delle cicogne – / dei colombi – dei cigni» (p. 135). Questa tensione agonistica tra vita e morte è la proiezione di un disagio che si riflette in uno stile plastico, nervoso, innovativo, e le cui peripezie sperimentali, accostate a una predilezione di contenuto che si richiama alla tradizione arcaica, manifestano una crepatura, che è anche la crisi del passaggio dalla temperie romantica – interessata sì alla storia (vedi i riferimenti medievistici) ma decaduta, e in cui al soggetto lirico pertiene quasi per predestinazione la dimensione del reietto – al preavviso di nuovi germi di un’oggettività che aprirà la strada alle avanguardie, con la loro carica eversiva e i toni da invettiva:

A Pietro

Tutta la vita – nell’unico grido:
abbasso i padri! – viva i figli!
No, Signore Grandiscordia,
di sogni Dispensiere,

non per i tuoi figli hai lavorato, –
ma per il trionfo dei demòni! –
Zar-Carpentiere che non si terge
il sudore dalla riverita effige.

Non fosse stato per te, il mugicco
sulla neve ancora trainerebbe la slitta.
E non marcirebbe in una garitta
l’ultimo tuo pronipote.

Se per gioco non avessi allestito
velieri, senza levare la testa,
tutta la tua santa Rus’ sotto terra
non sarebbe finita, senza bara.

Tu fosti, sotto questo paiolo ardente –
ad attizzare con le tue mani il fuoco!
Tu, solo tu, dei Soviet progenitore,
di Assemblee strenuo fautore!

Progenitore, tu, di ogni rovina,
per colpa tua – bruciano i romiti!
Per mano tua perisce
la tua città fiabesca…

Prosciugato il sole e consumato il sapone –
fosti tu, Sovrano-Manovale!
Dell’omonima schiatta imperiale
su te ricada il sangue, ribelle!

Ma no! Son finiti i tuoi trastulli!
Il fratello ha ben una sorella…
abbasso l’Internazionale – viva il Palazzo!
Viva Sof’ja – abbasso Pietro!

Agosto 1920

Se l’aspetto formale – soprattutto quello sonoro con le sue catene associative a partire dal nucleo germinante di un’unica sillaba – e il legame stretto con la storia influenzeranno non solo le generazioni successive, ma anche contemporanei di spicco (e penso al Mandel’stam che, innamorato della “poeta” moscovita, in una poesia del 1916 ebbe a paragonarla all’Aurora «ma con un nome russo e un pellicciotto» e che da lei imparò la passione per il tempo e la storia), è vero anche che la tensione esasperata tra un alto cantabile e ideale e un basso inclusivo delle vicende, porterà Cvetaeva a un distacco definitivo dell’io scrivente dal mondo, nel suo silenzio (e sappiamo quanto tragico, considerato che l’autrice si suicidò nel 1941), di fronte a un reale intollerato e per ciò stesso non più rappresentabile:

Dei già passati, trapassati,
trasferiti nell’alta regione dei cieli,
nel bianco campo delle cicogne –
dei colombi – dei cigni –

di te, mia vertigine,
parlo, rispondi!

Dei giovani boschi di querce,
cresciute fino al cielo o non cresciute,
di quelle cadute e non più sollevate,
nel cammino dell’eterno avviate,

di te, nostro Onore,
sospiro – manda nuove!

Non c’è sera, non c’è sera
ch’io non vi tenda le mani.
Laggiù, negli ampi spazi dei colombi –
Quanti miei amati ancora!

Nella rossa Rus’ già a lungo
ho vissuto – portami in cielo!

Ottobre 1920

 

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