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Il cerchio |  Meša Selimović
Traduzione di Elisa Copetti
Postfazione di Božidar Stanišić
Bottega Errante edizioni 2019

Commento di Davide Morganti

La memoria è un lutto che opprime.

“Il padre non era un eroe e che il figlio si arrendesse gli sembrò la cosa migliore. Se non si arrende lo uccideranno. Lo uccideranno, lo uccideranno, lo uccideranno, battevano dentro l’orecchio la minaccia e il terrore. Se si arrende, forse resterà vivo, lo ingannava la speranza. Non resterà vivo, in nessun modo, lo uccideva impietosamente un nero pensiero. Lo tortureranno perché tradisca gli altri finché non esalerà l’ultimo respiro tra le sofferenze”.

Lo scrive Meša Selimović (1910-1982) nel romanzo Il cerchio: romanzo sul dolore, sul ricordo, sulla fede, sulla morte.

Sono pagine potenti quelle dello scrittore slavo, soprattutto le prime, c’è un’etica della vita e della fine, del sacrificio e della collettività che ha travolto per decine di anni le generazioni del Novecento. Il cerchio inizia con la scoperta di Vladimir, alter ego dello scrittore, che scopre la verità sul fratello maggiore Mladen, morto nell’ottobre 1944 e proclamato eroe della Rivoluzione, il cui gesto però ha provocato il decesso di suo padre e di sua madre. Vladimir, ancora stordito dal dolore, si muove come un fantasma, vaga tra case e vagoni ferroviari, non è stato invitato alla inaugurazione del museo dedicato a Mladen e alcuni lo istigano alla ribellione per il maltolto subito.

“Rimase toccato e stupito dal fatto che quella donna semplice chiamasse quelle persone mancate da tanto tempo nostri, come fossero suoi, come fossero vivi, come se non accettasse la morte. Per lei erano nostri per via dello zio e di Vladimir e indipendentemente da essi, nulla avrebbe potuto cancellarli dal ricordo neppure da morti. Tutto ciò che le era vicino in qualche modo le apparteneva. Rappresentava anche l’amore per i vivi. Era il suo stretto, limitato, esclusivo mondo caldo, che lei tratteneva intorno a se come una povera ricchezza, difendendosi inconsciamente dal mondo freddo verso il quale era diffidente e dal quale non si aspettava alcun bene”.

Il bene, quello che manca, quello che il mondo seppellisce dove trova posto per nasconderlo in nome di ideologie, terrori, interessi, il bene che non percuote ma scuote e viene preso per un fremito indistinto. Vladimir si aggira tra vari personaggi come fossero rovine di città distrutte, incontra persone di carattere e destini diversi, ognuno con un passato che ristagna nelle proprie vite, ammalando; lungo il romanzo incontra partigiani, uomini disincantati, figli; è una realtà contro cui si infrange anche il partito comunista, incapace di guarire i destini di una nazione e di un popolo. La morte dei familiari è una ossessione continua, si richiama di continuo per memoria propria o altrui. La cerimonia di inaugurazione del museo dedicato a suo fratello scatena in Vladimir una reazione cupa, rancorosa, viene meno anche la certezza nel comunismo, incapace di occuparsi delle necessità spirituali degli uomini oltre che di quelle materiali.

Questo romanzo, rimasto incompleto per la morte dell’autore, alterna i toni, ora piano, ora salmodiante, ora cronachistico, le parole si stendono come un fiume che incontra un letto piano prima di esser scosso da pietre, rocce, sporgenze dolorose. Non c’è nulla di programmatico nel portare avanti la sua tesi, piuttosto la consapevolezza di una sofferenza che copre le cose e le trasforma in qualcosa di estraneo, che non appartiene all’amore e nemmeno alla fede.

“Potesse oltrepassare le acque come Gesù, a piedi (sorrise tra sé, stupito che gli venissero in mente pensieri del genere), ma non può, affonderebbe subito, come Pietro, perché la sua fede e debole, la fede in tutto, e questa e una sua mancanza. E meraviglioso e utile vivere con una fede in qualcosa: la fede forte di cui parla Gesù, di poter spostare le montagne, centuplicare la forza della volontà, trasformando la convinzione in fanatismo, può diventare una grande energia sociale. Ma lui e discosto da tutto e giudica ogni cosa con freddezza e senza interesse, e si chiede eternamente se certa gente sia davvero fanatica di un’idea, oppure distingua chiaramente l’idea dalla sua applicazione. In che cosa sta dunque la forza della fede? O si tratta di una fanatica forza della volontà? Per il potere, ad esempio? (In quei giorni ha letto il Vangelo secondo Matteo e si e stupito di quanto Gesù fosse un uomo razionale, ben consapevole dal punto di vista politico e sociologico: lui, o qualcuno in suo nome, aveva separato nettamente l’idea dall’ideologia e dalla tattica. L’idea e il principio puro dell’amore: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate Dio per coloro che vi perseguitano”.

Selimović ha una mite malinconia quando racconta, una rassegnata indignazione che somiglia allo stoicismo, i personaggi di questo bel romanzo restano in sospensione, come se a tenerli in piedi fosse la tristezza della disillusione e non la speranza nel futuro. Il dommatismo del comunismo di Tito si sta sfaldando e le macerie su cui i personaggi camminano fanno un rumore lento, per questo Selimović scrive con compassata distanza, necessaria a sostenere un discorso che altrimenti rischierebbe di diventare l’amaro comizio di un vecchio illuso in una piazza vuota. “Il mondo si è proprio guastato”, mormora un personaggio, riassumendo la parabola tragica di un secolo, il Novecento, che non ha saputo sopportare le sue stesse attese, i suoi stessi proclami, le sue stesse utopie, crollando su comparse, protagonisti e complici rimasti vittime di un tempo che alla fine è risultato fragile come una lastra di ghiaccio.    

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per concessione della casa editrice e dell’autore pubblichiamo la postfazione dello scrittore Božidar Stanišić

Due anni fa, quando l’editore Bottega Errante accettò la mia proposta di pubblicare Il cerchio di Meša Selimović in italiano, credevo che per l’edizione del romanzo sarebbe stata sufficiente una breve nota. Basavo questa mia convinzione anche sul fatto che nel 2015 per la pubblicazione del romanzo di Selimović L’isola1 avevo scritto una lunga postfazione2, con la quale intendevo comprendere l’intera produzione dell’autore e dare una visione dei legami essenziali tra le sue opere e i momenti più significativi della sua vita. Pensavo fosse sufficiente, prima di tutto per i numerosi lettori delle traduzioni dei romanzi di Selimović Il derviscio e la morte, La fortezza e L’isola, la laconica indicazione che si tratta di un romanzo incompiuto che funziona come una prosa compatta dal punto di vista della composizione e della semantica e che per ciò dà l’impressione affatto casuale di un’opera completata. La constatazione è a dire il vero una breve sintesi delle opinioni degli editori de Il cerchio, contemporanei e di allora in ex Jugoslavia. Che non si tratti di note commerciali, di ciò si convincerà anche il lettore italiano, bensì di natura del tutto obiettiva su questo romanzo incompiuto di vita contemporanea, che con la presente edizione vive il suo debutto europeo.

1 Meša Selimović, L’isola, Bordeaux edizioni, Roma 2015.
2 Božidar Stanišić, La terza isola, l’ultima, in Meša Selimović, L’isola, pp. 199-219.

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Meša Selimović (Tuzla 1910 – Belgrado 1982). Scrittore serbo di origine bosgnacca. Visse a Sarajevo e nel 1971 si trasferì a Belgrado. Scrisse dapprima racconti e romanzi ispirati alla sua esperienza di partigiano nella resistenza jugoslava, ma ottenne riconoscimenti internazionali con i romanzi Il derviscio e la morte (1966) e La fortezza (1970). In tutte le sue opere, sotto l’apparenza degli affreschi della Bosnia ottomana emergono i temi cruciali dell’uomo dell’età moderna, la sua ferma condanna della guerra e la sua visione fatalista e pessimista della vita, condizionata dall’arroganza del potere, inesorabile ostacolo alla felicità umana.


 

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Il cerchio |  Meša Selimović – Rubrica “Glaza”