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IL FUTURO DOPO LENIN | Volna mare

Dots edizioni 2018

di Paolo Risi

I luoghi comuni vanno smascherati, e per farlo, a volte, è necessario viaggiare e vedere con i propri occhi. Sembrano essere i luoghi comuni i protagonisti del volume edito da DOTS, o meglio la volontà di smembrarli attraverso l’entusiasmo di tre viaggiatori-studiosi-cronisti innamorati di suggestioni balcaniche e post-sovietiche.

Per il collettivo volna mare (Martina Napolitano, Marco Carlone, Simone Benazzo) la grande sfida al “sentito dire” si colloca fra la Moldavia e l’Ucraina, in una striscia di terra denominata Transnistria, repubblica non riconosciuta dalla comunità internazionale che, tenendo per buoni i resoconti pubblicati su molte testate giornalistiche (anche prestigiose), dovrebbe rappresentare, in una fantasmagoria immaginifica e folclorica, “il buco nero nel cuore d’Europa”, “l’ultimo paradiso comunista” e “la Striscia di Gaza dell’Europa Orientale”. Ad uso e consumo del sensazionalismo, di un giornalismo obbligato a smerciare “occasioni” narrative in barba alla cristallina verità, questo territorio appartenente de iure alla Moldavia ma de facto indipendente, accoglierebbe, come in un’improbabile Sin City baciata dal Sole dell’Avvenire, cartelli delinquenziali foraggiati dalla corruzione e trafficoni sguazzanti in una sorta di no man’s land marginale. Tanto basta, ai tre di volna mare, per organizzare il viaggio antitetico a ogni possibile cliché vacanziero, missione per ristabilire un ordine il più confacente possibile alla realtà, attraversando Slovenia, Ungheria, Romania e Moldavia, ma anche oltrepassando confini labili, interni alle nazioni, insomma transnazionali e originati da migrazioni di popoli, da aspirazioni culturali e ideologiche.

Nella deflagrazione dell’impero sovietico, va sottolineato, la Transnistria (500.000 abitanti circa) ha una sua ben precisa collocazione, una storia da raccontare, un’idealità collettiva che ne ha tracciato la genesi e le prospettive sullo scacchiere geopolitico dell’Est Europa.

Mentre sul versante occidentale dei Balcani, nel 1992, la Jugoslavia si frammentava sotto i colpi di una guerra civile di portata immane, la Transnistria viveva il suo conflitto “minore”, che vedeva contrapposto l’esercito moldavo alle compagini autonomiste filosovietiche. Quattro mesi (da marzo a luglio) bastarono per marchiare a fuoco, con l’ineluttabilità delle armi e del “martirio” dei caduti in battaglia per l’indipendenza, un’identità nazionale tutt’oggi contrastata, esterna ai crismi del riconoscimento internazionale, contraddistinta da una situazione geopolitica irrisolta, in un certo senso “congelata” e potenzialmente in grado di offrirsi a nuovi scenari.

Volna mare attraversa quindi un confine che ufficialmente non esiste in una giornata estiva di sole e caldo implacabile. Lo fa con un vecchio taxi di fabbricazione teutonica, perché l’automobile di proprietà non ha superato i puntigliosi controlli doganali, e rimarrà parcheggiata, per il resto del viaggio-reportage, a fianco di una non proprio rassicurante stazione di benzina moldava. Martina Napolitano, Marco Carlone e Simone Benazzo non si scoraggiano, coltivano un immaginario esplorativo che asseconda l’imprevedibilità, l’affacciarsi senza pregiudizi sui territori della conoscenza e dello reciprocità culturale. Il terzetto attraversa un confine che altri hanno definito turbolento trascinando una valigia, una macchina fotografica e un groviglio di aspettative, animato dalla passione per tutto ciò che si trova a est di Trieste, e sospinti dalla stessa curiosità che da millenni “costringe” i viaggiatori a sperimentare rotte, a verificare di persona cosa avviene al di là di frontiere e limiti geografici.

Il futuro dopo Lenin – Viaggio in Transnistria” è il resoconto sostanzioso di un’esperienza che abbraccia idealmente lo spirito pionieristico, perché cercare riscontri e testimonianze significa partire da zero, dimenticare le versioni di comodo e costruire una propria visione del mondo fatta di fotografie scattate, numero di parole tradotte e suole delle scarpe consumate.

Lungo il cammino gli incontri si accavallano e mettono in luce una Transnistria multiculturale, a tratti contraddittoria, sospesa fra amarcord sovietici (falce e martello, busti di Lenin, vecchie mappe ingiallite…) e le fascinazioni proiettate dalla vigorosa Russia di Putin. E inoltre, a differenza di quanto prospettato da un prestigioso sito di informazioni, c’è vita e un discreto fermento nelle strade della capitale Tiraspol’: si può mangiare e bere discretamente da Andy’s Pizza, dedicarsi un po’ alla “controcultura” al Klub 19, mentre seduti ai tavolini della pasticceria Dolce Vita, a due passi dall’università, ci si può sentire, con un piccolo sforzo di fantasia, come dentro a un bistrot parigino. Ma a parte i luoghi più o meno allettanti frequentati dal collettivo (musei, locali, le sponde del fiume Dnestr frequentate dai giovani transnistri, sigarette in bocca, Vans e Stromae a tutto volume) sono le chiacchierate con le persone del posto, le situazioni e gli incontri che si verificano casualmente, a realizzare la partitura del viaggio, a donargli sentimento e spessore.

Tat’jana, una studentessa diciannovenne di giornalismo, confida ai tre di volna mare che in Transnistria “la TV e i giornali parlano solo di quello che fa e dice il presidente, delle feste che organizza lo Stato, dei nuovi monumenti, di come va l’economia – e chiaramente non può che andare bene”, mentre Dmitri, gestore del pittoresco Lenin Street Hostel, sottolinea ancora una volta il pressapochismo con cui gran parte della stampa internazionale dipinge la Transnistria e i suoi lati oscuri: “Ne sono passati tanti di qui [di giornalisti]. E mi ha colpito il fatto che mai nessuno di loro parli il russo, e mai nessuno si prende la briga di intervistare gli autoctoni. Come se venissero qui con l’articolo già pronto, già scritto.”

Il diario di viaggio di Napolitano, Carlone e Benazzo (ma può anche definirsi o non definirsi in altri modi) si avvale di una forma editoriale che banalmente si potrebbe definire “agile” e “accattivante”. Il tono scanzonato e ironico nella giusta misura (che non contraddice, ma anzi fa risaltare la solidissima preparazione degli autori) si compenetra dentro pagine ritmate, colorate, fatte di paragrafi e capitoli brevi, con approfondimenti su storia-cultura-gastronomia accurati e allo stesso tempo godibili. Annodano le trame del racconto le fotografie di Marco Carlone, puntuali e rispettose del contesto, anch’esse ispirate al “genio” e al sentire comune di un collettivo che ama gli stereotipi per poterli sconfessare, ama le storie per poterle raccontare, ama tutto ciò che si trova a Est di Trieste perché qui c’è “più storia di quanta se ne possa consumare”.

Terminata la lettura di “Il futuro dopo Lenin” resta come una voglia inappagata, che probabilmente è il germe istillato da chi esplora e riesce a tradurre in parole e immagini le proprie passioni. Il viaggio è al centro del libro di volna mare, ma dalle direttrici stradali e dai puntini rossi di Google Map si diramano storie oblique e narrazioni altrettanto significative. Come nella grande tradizione dei libri di viaggio gli alberghi, le frontiere, i contrattempi, il paesaggio e il tempo trascorso, riflettono “aspetti dell’animo umano” che attendono soltanto di essere esternati e rimessi in circolo. In tal senso “Il futuro dopo Lenin – Viaggio in Transnistria” ci parla (fra le altre cose) di amicizia, libertà e condivisione.

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