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Il giovane Aubrey | Franco Gandolfi
Parallelo45

Londra, 1944. Edward si ritrova solo nella propria abitazione: i familiari si sono trasferiti in campagna per evitare le conseguenze peggiori della guerra. La solitudine, l’attesa della prossima esplosione, una trepidazione amara, il desiderio di dare voce alla speranza, tutto questo induce il protagonista a meditare sull’incoerenza delle vicende umane, a ripercorrere la propria vita. Ricordando il tempo trascorso, il protagonista rivive i bagliori e le ombre degli ambienti artistici inglesi di fine secolo, lo spirito di quei momenti giudicato spesso decadente, eppure – vissuto tramite gli occhi di Aubrey Beardsley – capace di rivelare tutta la propria ricchezza umana e intellettuale.


Per gentile concessione della casa editrice vi proponiamo un estratto

Per Aubrey la fine giunse abbracciando un corpo già fragile ma lasciando integri i tratti di china che possiamo guardare ancora oggi, restandone affascinati. Mi coglie sempre un brivido di ammirazione ritrovando il disegno che giudico il più bello: J’ai baisé ta bouche Iokanaan. Il disegno fu pubblicato la prima volta sulla rivista The Studio nell’aprile del 1893.(…) Ho davanti allo sguardo Salomè che avuta da Erode la testa di Iokanaan la guarda scrutando gli occhi ormai spenti dell’uomo che le ha negato un bacio sulla bocca. Nel dramma scritto da Oscar Wilde la donna afferma che bacerà quella bocca mordendola con i denti come se fosse un frutto maturo, ma si rammarica perfida di quegli occhi che già così terribili, pieni di collera e disprezzo, si presentano chiusi, infine. Perché quegli occhi sono chiusi? Perché Iokanaan evita di guardarla? Ha forse timore di lei? Salomè ha amato l’uomo ma è stata respinta. Quel corpo tanto amato, colonna d’avorio sopra una base d’argento, giardino pieno di colombe e gigli, bianco come nessuno e dai capelli neri senza pari, dalla bocca rossa e inimitabile dalla quale scaturiva una voce dagli strani profumi, quel corpo che al guardarlo faceva udire una musica, ebbene, è un corpo morto. Iokanaan è morto. Salomè può fare della sua testa ora quello che desidera. Salomè ama ancora Iokanaan. Perché non l’ha guardata? Chi placherà la sete di bellezza e la fame d’amore di Salomè? Nulla più potrà spegnere la passione della principessa di Giudea. Perché non l’ha guardata? Salomè è certa che se Iokanaan l’avesse guardata si sarebbe innamorato, che il mistero dell’amore è più intenso del mistero della morte.

È buio. Erode ha chiesto di spegnere le torce e nascondere la luna: è stato esaudito. Una nuvola avvolge l’astro d’argento mentre Salomè si compiace di aver baciato la bocca di Iokanaan. Le labbra dell’uomo hanno un sapore acre: è il sapore del sangue o dell’amore? Per Salomè nulla si rivela importante ormai perché ha baciato sulla bocca Iokanaan. La nuvola si scosta il poco sufficiente per far cadere un raggio sulla principessa di Giudea il cui destino è compiuto. Uccidete quella donna, grida Erode. Il disegno è sublime: un bassorilievo su carta nel quale il bianco e il nero sono protagonisti, il lugubre e il grottesco si legano per stupire coloro che sono presi nell’osservare. Allo sguardo di taluni l’immagine era scandalosa, una rappresentazione dell’idea stessa di decadenza, un miscuglio di bruttezza ed esaltazione morbosa intollerabili. L’estasi che traspariva dal disegno di Aubrey fu definita parossistica addirittura, il risultato di una degenerazione la quale era improbabile potesse appartenere a un corpo e una mente sani, essere apprezzata da intelletti in buona salute, moralmente integri. Eppure l’immagine affascina, trasmette una forza senza pari. Salomè, figura androgina, colorata di una bruttezza stupefacente, avvolge la vista con la sua chioma serpeggiante, rende piena l’intensità della scena che lascia intuire il bacio imminente sulla bocca di Iokanaan dalla cui testa mozzata scende un filo di sangue, il quale sostituisce un corpo ormai assente: il bacio sarà illusorio, il frutto di una vittoria amara dietro la quale si nasconde un destino tragico. Negli anni in cui Aubrey realizzò i propri disegni era ancora molto intenso il rapporto tra etica ed estetica: il concetto di bellezza pareva troppo legato a un valore morale e positivo per comprendere appieno che anche il grottesco era in grado di possedere una propria magnificenza. La camminata rapida sulla via di una fine precoce che Aubrey era stato costretto a intraprendere gli aveva fatto conoscere una sensibilità fuori del comune, tale da consentirgli d’intuire realtà della psiche umana che soltanto alcuni anni più tardi sarebbero emerse nella loro pienezza con il lavoro del dottor Freud, a Vienna. La bellezza individuata da Aubrey era nuova, una bellezza che andava oltre valori puramente materiali, espressa tramite un’arte che contraddiceva l’imitazione servile della realtà. In The Studio di aprile furono pubblicati complessivamente undici disegni di Beardsley che proseguì la collaborazione con la rivista vedendo poi editi diversi suoi lavori. La vita dell’artista era cambiata: i sentimenti avevano incominciato ad attraversare i confini dell’individualità, le vicende angosciose della malattia erano migrate da una sfera esclusivamente interiore, del tutto personale, a un’altra che comprendeva l’insieme della sofferenza umana, i disegni avevano incominciato ad assumere l’aspetto di partiture musicali straordinarie in cui le note erano sostituite da tratti a volte raffinati e in altre occasioni grotteschi, dove l’ironia si alternava a un’austerità macabra e il tempo era scandito in una misura tale da stordire, dilatato fino a toccare limiti estremi nel tentativo disperato di vederlo sconfitto, ma nella consapevolezza che era invincibile. In Aubrey la debolezza cominciava a essere mutata in forza, l’impeto vitale che ne alimentava l’intelletto induceva a una corsa ostinata verso l’affermazione, a dispetto della malattia. Il lampo del genio fioriva oltre il cielo della banalità.

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Il giovane Aubrey | Franco Gandolfi | ESTRATTO