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Bhutan_Gross_National_Happinessll PIL non è più il parametro giusto per misurare il benessere delle nazioni. Questa idea è stata a suo tempo già espressa del terzo re del Bhutan, che negli anni settanta ha introdotto un nuovo indice: il “Gross National Happiness”, ovvero la Felicità interna lorda.
In questo paradigma la priorità non è la ricchezza economica, ma la qualità della vita. Basandosi su questo, il re del Bhutan ha intrapreso un percorso originale, accompagnando il suo Paese verso una progressiva apertura verso gli altri stati e una maggior e democrazia interna. Oggi, a tanti anni di distanza, questa teoria è stata ripresa anche dalla Comunità Internazionale. Da dieci anni a questa parte l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha indetto una serie di appuntamenti sull’argomento.
In un mondo dove le risorse sono sempre più sfruttate e con la prospettiva dell’aumento del tenore di vita (e dunque dei consumi) nelle economie emergenti, mettere in discussione il modello del PIL potrebbe essere una questione vitale.
Ma come si misura la felicità?
L’indice GNH prende in esame 7 diverse metriche:
– benessere economico (inclusa la distribuzione del reddito, che misura la presenza di forti disuguaglianze)
– benessere ambientale
– benessere fisico
– benessere mentale (misurando, per esempio, l’utilizzo di farmaci antidepressivi)
– benessere sul posto di lavoro
– benessere sociale
– benessere politico.
Partendo da queste metriche si può misurare il benessere in modo radicalmente diverso da come lo abbiamo tradizionalmente inteso. Con questo modello, Paesi sviluppati economicamente ma fortemente diseguali oppure con un sistema politico autoritario, vengono sorpassati da Paesi più poveri ma con una qualità della vita complessiva superiore.
Ma non finisce qui: alcuni studiosi propongono addirittura di applicare questa teoria ai modelli di business. In questa prospettiva, le compagnie verrebbero giudicate non dai profitti generati, ma dalla capacità di offrire servizi e benefici ai consumatori e alla comunità nella quale sono inserite. Alcune grandi aziende, come Puma e Zappos, stanno già incorporando nel proprio business model parametri di questo tipo. Persino Facebook ha adottato uno strumento che misura la felicità (o l’infelicità) di un Paese a partire dagli status dei suoi abitanti.
Segno che il percorso iniziato negli anni ’70 in un piccolo Paese asiatico sta lentamente, ma costantemente, alimentando un filone di pensiero che si concentra non solo sul piano materiale, ma sul benessere complessivo. Senza dimenticare, infine, che anche il rispetto dell’ambiente può fare la differenza.

Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani.”

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Il #PIL non fa la felicità

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