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IL POPOLO DEL DILUVIO | PREDRAG FINCI
Bottega Errante 2018
Traduzione di Alice Parmeggiani
Prefazione di Maria Tilde Bettetini. Postfazione di Božidar Stanišić

di Paolo Risi

È ormai quasi giorno quando arriviamo. La mia Damjana mi dice di non aver mai fatto un viaggio cosi comodo. Sicuramente no, poiché non abbiamo mai tanto anelato alla meta finale. A colazione mi sforzo di dominarmi, di non mangiare avidamente, usando coltello e forchetta, senza nascondere le sigarette. Prima di addormentarmi, penso che un tempo esistevo e che dovrò esistere di nuovo. Infine mi addormento. Non ho sognato nulla. Sono venuto da una notte senza sogni. E poi di nuovo in viaggio, al di la del mare.

In che modo raccontare l’alterità di se stessi e il sé dell’Altro, si chiede Predrag Finci, in che modo accompagnare storie e destini individuali lungo il cammino accidentato della Storia…
Da Sarajevo, a seguito della guerra nella ex Jugoslavia, parte una colonna di profughi, e una notizia alla radio ribadisce la ciclicità delle oppressioni, fa riemergere la memoria dell’esodo degli ebrei spagnoli, preteso, esattamente cinquecento anni prima, da Ferdinando II e Isabella di Castiglia. Quel popolo in fuga si disperse in una moltitudine di rivoli, e uno degli approdi finali fu appunto la Bosnia, allora parte dell’Impero Ottomano.
Quindi c’è solo esilio alle spalle e all’orizzonte (nel tuo paese avevi paura, di questo hai paura) e le parole che lo descrivono non possono accettare espansioni che non siano definitive e marchiate a fuoco dalla Verità. Eravamo vagabondi su un pianeta a noi sconosciuto perché le peregrinazioni di un popolo sono dispersione, rincorse, fame e bivacchi temporanei, abitanti di paesi sconosciuti che si specchiano nella tua disperazione.
Potrebbe sembrare il tentativo babelico di raccontare l’esodo parola per parola, individuo per individuo, quello perpetrato da Pregrag Finci, ma l’impresa ha l’ambizione di corteggiare l’ethos, si avviluppa e risplende attorno all’identificazione di un Io che al contempo registra e cerca di decifrare una plausibile verità. L’opera (proposta meritoriamente da Bottega Errante Edizioni) è filosofica e narrazione intima, accoglie l’impossibilità e il desiderio di raccontarsi, e si affida all’universalità dei possedimenti spirituali altrui: il testo nasce in un contesto, ma ne trova un altro. Letto in relazione a una specifica situazione il testo non viene compreso come ciò che è, ma “come se”, come se fosse insito in quella data situazione.
Sui territori della letteratura i possedimenti spirituali attraversati disegnano una via comune, scavano un’arteria carsica sui percorsi dell’esodo e dello sradicamento. Vi si incontrano viaggiatori senza strada, senza un porto sicuro, stipati nel cassone di un camion o nella fragile stiva di un barcone, smarriti dentro un ufficio o un alloggio provvisorio. Non si tratta di scegliere una scorciatoia, di seguire tracce e linee guida consolidate, ma di esplorare con rispetto le narrazioni generative per poi rispecchiarsi nell’Alterità che può essere il mio vero sé.

Predrag Finci, da fenomenologo e grande lettore, aspira a una famigliarità, a una compartecipazione di valori umani per giungere alla scarnificazione (verità) del testo, alla purezza del fatto e della testimonianza. Entrano in gioco e suggeriscono corrispondenze – ricorda Maria Bettetini nella prefazione – James Joyce (l’Eveline dei Dubliners), il Cuore di tenebra di Conrad (viaggio verso il più vuoto dei luoghi vuoti, nel vuoto della tenebra), Huxley e la sua distopia, la biblioteca di Borges, i sogni di Calderon de la Barca, la Metamorfosi di Kafka (Quando Gregor Samsa un mattino si svegliò da sogni inquieti, si trovò nel suo letto trasformato in un enorme straniero), lo scrivano Bartleby di Melville (aveva nascosto il suo passato, non si aspettava un futuro), e poi i grandi russi, le anime morte di Gogol’, i personaggi storici e profondi di Tolstoj e Dostoevskij.
Quindi il tema della scrittura, le ragioni che la rendono implacabile e per certi versi illusoria, è un’applicazione all’interno dell’opera, dove il testo (multiformità e pienezza del racconto) si sfalda per poi ricomporsi in un fragoroso divenire. L’esperienza dell’esilio (la partenza e il ritorno, l’abbandono e la felicità di colui che nella vita aspira alla vita) suggerisce a Finci un’audace esplorazione fenomenologica, che contempla l’accettazione, la liberazione e la donazione del proprio Io.

Tale racconto potrebbe essere un racconto in cui per la prima volta scriverei con completezza di me, poiché in quanto emigrante ho perso un me stesso e ne ho trovato un altro. La mia vita di un tempo mi ha abbandonato, il mio passato è rimasto con me. Tale racconto potrebbe essere troppo mio per dirlo, troppo mio per non dirlo. E non dovrebbe mai basarsi su una sgradevole sincerità, ma sull’onestà, sull’esatta denominazione delle cose, “possano pure i cieli precipitare”.

Ne Il popolo del diluvio si svela una scrittura che deborda di immagini, che attraverso i dettagli degli ambienti, le pennellate in grado di rivelare il carattere dei personaggi, costruisce un’ipotesi di mondo, una realtà in equilibrio fra essenza e frantumazione. Finci trova la giusta armonia, la cadenza millenaria per raccontare l’orgoglio ferito, la nostalgia, il dinamismo delle idee e del riscatto, elabora la propria esperienza di profugo e ne dissemina le spore sul terreno della memoria condivisa. Dentro pagine fervide sembra accostarsi di lato lo scrittore e filosofo bosniaco, ricercatore presso il London University College, per permettere alla scrittura di raccogliere fragranze e bagliori improvvisi, consapevole che la creazione è un’impresa collettiva e che il testo narrato è altro rispetto al narratore stesso, un narratore che non è uno, poiché molti influiscono sulla nascita dell’opera: esperienza, cultura, circostanze, interlocutori, subconscio…

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Il popolo del diluvio | Predrag Finci – ZEST Letteratura sostenibile