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il primo giorno della tartarugaIL PRIMO GIORNO DELLA TARTARUGA | Sirio Lubreto
Casasirio 2016

(è possibile leggere un estratto qui)

Recensione di Paolo Risi

Nel romanzo di Sirio Lubreto si intrecciano storie dove l’illegalità inonda persone e luoghi. Uffici pubblici, studi professionali, i quartieri della criminalità e della prostituzione, le residenze esotiche dei nuovi colonizzatori: dentro il complesso reticolo che abbraccia terre fra loro lontanissime proliferano gli agenti patogeni dell’avidità e del degrado morale.

Gli attori principali de IL PRIMO GIORNO DELLA TARTARUGA si ritrovano a Napoli, enclave del terzo mondo trapiantata nel primo che “rapisce la vita dei suoi abitanti e chiede in riscatto sudore e fatica in comode rate giornaliere”.

Conosciamo per primo Issa Youssoufou, allungato sui gradoni delle poste centrali a stordirsi di vino e a rimuginare sulle sue condizioni di vita umilianti. Lui che, come molti altri relitti ai margini della società, custodisce i ricordi di una vita precedente, fatta di abbandoni e progetti svaniti nel nulla.

Issa approda a Napoli dal Niger dopo la consueta razione di bastonate, navigazione in mare aperto verso la Sicilia e centri di accoglienza. “Issa non seguiva più alcuna rotta. Fisicamente era ancora giovane e forte, eppure la sua era una nave alla deriva che sembrava aver esaurito ogni opzione”.

A seguire, sul grande palcoscenico della città partenopea, incontriamo l’agente scelto Raffaele Carrone, in servizio presso l’Ufficio Stranieri della Questura di Napoli. Soprannominato Bokassa dagli immigrati africani, intrallazza e si arricchisce interpretando a suo modo i protocolli di servizio: ricatta, gestisce l’ordine degli appuntamenti, falsifica documenti di ogni genere in cambio di denaro e “favori” sessuali. Carrone spadroneggia e impone i suoi metodi fino all’arrivo di un nuovo dirigente, l’irreprensibile Giancarlo De Sanctis, “sbirro, incorruttibile, scapolo, tre tasselli di un puzzle che ricomposto mentalmente restituivano a Carrone uno scenario ben definito: Stu De Sanctis e ricchione e me lo vuole mettere nel culo”.

Il funzionario De Sanctis non tarda a ripristinare l’ordine all’Ufficio Stranieri. Per l’agente di polizia Carrone si preannunciano guai seri, il castello di illegalità da lui edificato, grazie a connivenze e lassismo, inizia a crollare e ad investirlo con l’impeto di una forza raddoppiata. Il poliziotto maneggione diventa così uno strumento ricattabile, una sorta di pedina servile nelle mani del dottor De Sanctis, la cui personalità, nel corso della vicenda, si rivelerà assai più sfaccettata del previsto.

Nel romanzo percorsi apparentemente inconciliabili si incrociano e attivano una combustione impensabile: Issa, Carrone e De Sanctis (a cui si aggiunge una pletora scoppiettante di figure complementari) intraprendono un viaggio negli interstizi della politica collusa, della criminalità internazionale, diventano figure più o meno consapevoli di un male radicato e prolifero. Dalle sorgenti della vicenda (prima tappa il Niger) si dipana un affare di droga architettato dall’alto, che costringe Carrone a infilarsi in un ginepraio di stili di vita per lui inesplicabili, che spinge Issa (ingaggiato dal cartello criminale in quanto conoscitore di idiomi e territori) a fare i conti con la propria amarezza, con il proprio passato.

La storia – un noir atipico, baciato dal gusto per il grottesco – scorre a ritmo tambureggiante dall’Italia al Niger fino alla Germania, lasciando intravedere la realtà di continenti e paesi saccheggiati, ammorbati dalla corruzione.

La geografia del racconto si estende: contempla il deserto, il grande fiume Niger, l’Oceano Atlantico, una Berlino periferica, ma rimane Napoli il luogo-motore dell’azione, descritta utilizzando toni plumbei, una metropoli terrorizzata e terrorizzante, caotica, dove realmente l’istinto di sopravvivenza si rivela, giorno per giorno, un lasciapassare indispensabile fra vicoli e roccaforti del malaffare.

Pensare che il caos di Napoli sia espressione di un disordine casuale e il più grossolano degli errori che un osservatore possa commettere. Napoli e qualcosa di più. E il frutto di una genesi in nero, uno schizzo di brodo primordiale sfuggito alla cosmogonia ufficiale ed evolutosi sottobanco in modo autonomo.

Agguati, situazioni imprevedibili e la descrizione accurata dei territori attraversati, preparano il campo ad un gran finale adrenalinico e al contempo dolente. A fare da corollario il silenzio innaturale e il rantolo della brutalità, che fanno riemergere il cuore pulsante della narrazione, la traccia rimasta sottopelle per molti chilometri e miglia marine. Nei fumi di cordite riaffiora il coro degli abbandonati, dei fuggiaschi, di quelli che, come tartarughe al loro primo giorno di vita, escono dalla sabbia con gli artigli dei predatori ad attenderli. C’è soltanto il tempo per raggiungere la schiuma della risacca, per immaginare il mare aperto e la salvezza…

Penso alle tartarughe di mare; o meglio, a una sola in particolare: quell’una su mille che ce la fa. Quella che scavalcando i cadaveri dei suoi simili e sfuggendo a tutti i predatori riesce a diventare adulta, a vivere la sua vita a pieno: nuota, mangia, scopa, si riproduce in migliaia di futuri partecipanti alla stessa lotteria che ha vinto lei. E mentre i continenti si smontano e rimontano come tessere di un puzzle, mentre le ere geologiche scorrono e migliaia di specie si avvicendano per terra e per mare, una su mille dopo una su mille le tartarughe tirano avanti da più di duecento milioni di anni, selezionando un pelo sullo stomaco a prova di estinzione…

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Il primo giorno della tartaruga | Sirio Lubreto

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