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IL SALE | Jean-Baptiste Del Amo
Neo Edizioni 2013

di Emanuela Chiriacò

Siamo in Occitania francese, nella città di mare chiamata Sète, secondo porto più importante del sud della Francia, dopo Marsiglia.

È mattina presto e Louise, una donna vedova, ormai anziana, abituata a convivere con l’artrite alle mani e la sindrome del nido vuoto nel cuore, si appresta in quell’ennesimo giorno sfilacciato a vivere un diversivo: avere a cena i suoi tre figli.

L’attesa di quella riunione diventa l’espediente narrativo per raccontare, tra aspettative disattese, delusioni, ricordi di famiglia misteriosi e dolorosi, la vita di ognuno dei protagonisti.

Armand, marito di Louise, sebbene non ci sia più rimane un’assenza ingombrante; gioca, in effetti, un ruolo centrale e prepotente nella memoria di tutti; un uomo ruvido, salato come il mare che ha amato più ogni altra cosa e che in vita è stato l’architetto coscienzioso e spietato delle loro esistenze. Ha delegato la moglie a svolgere il ruolo di madre e padre dei suoi figli Jonas, Albin e Fanny, di badante del padre malato, di moglie succube, paziente e trascurata e tenendo per lui il ruolo di padre part-time insensibile, duro e violento.

Jean-Baptiste Del Amo gioca sul filo spinato della metagenealogia jodorowskiana e del determinismo di matrice zoliana. Il dolore della relazione e del legame corroso dalla salsedine cigola per scelta o per sopraffazione, generando un gioco di specchi tra i personaggi: Albin vuole assomigliare ad Armand, Fanny vorrebbe essere diversa da Louise e ha pressoché riprodotto le sue orme coniugali con l’aggiunta del malaugurato compimento di una perdita; solo Jonas, il piccolo di casa, vive la sua diversità. Preferito da Louise e respinto da Armand ha scelto di essere chi è nonostante le resistenze del padre e del fratello maggiore.

La loro famiglia era come un fiume dalle curve imprendibili: non era possibile circoscriverne la verità, se non nel punto in cui la memoria di ognuno di loro affluiva per gettarsi, unita, nel mare. [pag. 129]

Il sale abrasivo, assorbente e deodorante ricopre e cristallizza tutto; conserva ed essicca le anime dei personaggi fino a polverizzarle. All’esterno crea invece una leggera patina di salinità che li rende statue, fermi immagine 3D che brillano in superficie ma nascondono il dolore bruciante che il sale può procurare sulle ferite eternamente rinnovate dal mancato superamento. Da contrappunto alla materia salina c’è Sète, seta in occitano, una città che non cambierà mai con l’aria che sa di iodio, fritto e sudore; scenario che per l’etimo tessile, è un ritorto di trama che favorisce lo scivolamento dei corpi, il nascondimento della nudità dei sentimenti che inconsapevolmente provano e la carezza mancata, lo sfioramento.

Ne Il Sale ci si tuffa nell’abisso familiare e ogni componente con il suo tribunale interiore mantiene inalterato un senso di rancore diffidente alimentato dall’assenza di comunicazione, dallo sviluppo costante del pensiero interiore che limita l’interlocuzione e l’interazione con l’altro, dall’apparente sepoltura del dolore, dall’anestesia delle emozioni per lasciare spazio alla negazione o forse al mancato concepimento del perdono; non è un ipotesi familiare per l’appunto a nessuno dei personaggi.

Jean-Baptiste Del Amo ha un dispositivo linguistico pastoso che si abbina alla materia in cui mette le mani: la famiglia e le sue dinamiche quasi mai lineari; leggendolo non si può non pensare all’incipit di Anna Karenina Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo. Il Sale è un passo a due tra scrittore e lettore che dall’entrée alla coda è intriso di una sincerità disarmante e dolorosa.

Jean-Baptiste Del Amo pseudonimo di Jean-Baptiste Garcia nasce a Tolosa nel 1981. Paragonato a scrittori del calibro di Alexandre Dumas, Gustave Flaubert, Honoré de Balzac, Émile Zola e Patrick Süskind, compie il suo esordio con un racconto intitolato Ne rien faire, scritto in seguito ad un’esperienza di volontariato in Africa con cui vince il premio francese “Giovane Scrittore” per l’edizione 2006. Nel 2008, il suo romanzo Une éducation libertine è preselezionato per i premi Goncourt e Médicis, due tra i più importanti riconoscimenti letterari francesi. Il Sale, edito in Francia da Gallimard come tutte le opere di Del Amo, è la sua prima opera tradotta in italiano .

Per gentile concessione della casa editrice, qui di seguito un estratto

]…] Una strada separava la spiaggia dalle dune selvagge. Da lì saliva verso di loro il canto delle cicale che si mischiava al rumore delle onde e al baccano dei vacanzieri, all’odore degli ulivi e dei cespugli di timo. Jonas attirava lo sguardo di altri uomini. Il mare stimolava le sue fantasie, avvolgendo e svelando i corpi bagnati di chi era già a mollo. Il gioco di seduzione sfuggiva all’attenzione degli altri bagnanti. Bastava un’occhiata, lo scambio di una parola, uno sfioramento appena accennato sotto il pelo dell’acqua. La vicinanza di Armand e di Louise lasciava crescere in Jonas il gusto del proibito. Un altro mondo gli si apriva, nascosto a quello in cui aveva vissuto fino ad allora. Un mondo di piaceri che avrebbe ricordato come abbagliante, silenzioso, frequentato da corpi brutali, da pelli coperte di sale.

«Vado a camminare» disse.

Louise non alzò il naso dalla rivista che leggeva. La gola di Jonas si chiuse. Un uomo aspettava, addossato al recinto di legno che si infilava tra le dune. Jonas era distante solo qualche passo. Percepiva l’abbronzatura della sua pelle, l’umidità del suo costume rosso, la sagoma del suo sesso ricurvo. Con un cenno del capo, accettò di seguirlo.

Ignorava il nome di quell’uomo, la sua età, ma aveva sfiorato sott’acqua la sua coscia larga e villosa. Armand sonnecchiava. Louise non aveva avvertito nulla della vertigine del figlio. La spiaggia, luogo d’infanzia per eccellenza, assisteva e accoglieva l’eccitazione di Jonas. Camminò fino alla strada, seguendo l’uomo. Il sole riluceva sullo schieramento di camper e macchine. Infiammava l’aria e sollevava il puzzo degli pneumatici. Si spinsero tra le dune, lasciando la frenesia della spiaggia. L’euforia dell’attesa obbligava Jonas a deglutire continuamente, gli contraeva il ventre, si irradiava nei testicoli e sul fondo della schiena. Lo stesso sole che gli colpiva la fronte e le spalle, costringeva i cardi blu, l’elicriso e i mazzi di sparto pungente a riversare il loro tenue profumo. La schiena dell’uomo era larga. Doveva avere dieci anni più di Jonas. A tratti, girava il volto verso di lui. I suoi occhi pallidi si assicuravano della sua presenza e continuava a camminare, inoltrandosi più avanti nelle dune.

Il calore assordava Jonas. Il vento dal mare non gli arrivava; tutto si paralizzava nell’ambra degli avvallamenti di sabbia. Sentiva solo il concerto di migliaia di elitre che stridevano tra i pini. Non sentiva più il morso cocente del sole ad ogni passo, né il suo respiro. Soltanto l’odore dell’uomo lo guidava nella sua marcia. La resina delle conifere colava in gocce d’oro sulle scaglie dei tronchi e imprigionava la luce. Gli aghi rossicci coprivano il suolo. Pungevano la pianta dei piedi e la base delle caviglie. Più in alto, i rami ricamavano il cielo, spandendo su di loro una pioggia di fuoco.

La pista che seguivano non era l’unica. Altri sentieri s’inoltravano nella vegetazione, modellati dall’ostinazione dei passi degli avventori. Jonas vide anche altri uomini avanzare, come a caso, in un silenzio simile al loro. Ad ogni passaggio, li squadravano. A volte si fermavano in attesa di un segno. Apparivano da dietro un albero, una duna, impugnandosi il sesso senza alcun complimento.

Tutti – comprese – camminavano nella speranza di un contatto. Già la loro presenza in quel posto eliminava ogni ambiguità: quella natura era votata al loro desiderio. In certi punti, i loro giochi avevano formato delle nicchie vegetali. I rami spogli portavano, a mo’ di foglie, dei lembi rosati di carta igienica con cui si erano puliti i sessi e i culi. Schiere di preservativi fondevano al sole, sprofondati nella sabbia e nella terra. Jonas si sentì nauseato, senza riuscire a capire la causa del suo disagio. Aveva un’erezione oltraggiosa nel costume da bagno e sentiva il sesso sproporzionato sul suo corpo mingherlino. Con una mano, cercava di nascondere l’erezione mentre l’uomo lo osservava divertito. In quel momento, niente avrebbe potuto fermarlo. Continuava ad avanzare in mezzo a corpi che affioravano: presenze che emanavano un sudore acre, un odore di stupro. Allo stesso tempo, le loro ombre inquietavano Jonas e lo inebriavano.

Alla fine, lo sconosciuto si fermò. La sua pelle era abbronzata e morbida. Continuava a masticare un chewing-gum con indifferenza, come se il loro abbraccio non fosse che una distrazione occasionale. La sua saliva sapeva di mentolo e tabacco.

«Sei bello» disse. «Mi piace molto il tuo corpo».

Stese la mano sul torso di Jonas che, intanto, si era allungato sulla sabbia, e tremava. Il suo sesso tendeva il tessuto del costume.

L’uomo infilò l’indice sotto l’elastico, poi percorse l’umidità del pube. Jonas osservava il bicipite gonfio, l’ombra della barba appena accennata, la sporgenza del pomo d’adamo. Sentiva sull’anca la carezza dei peli che precipitavano lungo l’avvallamento del ventre, sotto l’ombelico dell’uomo. Sentiva la sua l’erezione contro la coscia.

L’uomo si sollevò e portò il petto alle labbra di Jonas: un’aureola coronata di peli bruni. Lui mordicchiò il capezzolo e lo sentì indurire sotto la lingua. Il suo naso era posato contro il torace dell’uomo. Respirava la pelle calda. Chiuse gli occhi e si lasciò inondare da quell’odore maschile, diverso. Una mano gli abbassò il costume e gli impugnò il sesso. Jonas succhiò ancora più avidamente.

L’uomo non mostrava nessuna emozione verso di lui. Era preso dal proprio piacere, si dava da fare con la mano sul suo sesso, piazzando il proprio nella mano di Jonas. Poi lo sconosciuto si abbassò e glielo prese in bocca. La lingua raspava sul glande. La bocca sembrava più calda della cappa di piombo che il cielo colava sul loro abbandono. Jonas aveva alzato lo sguardo verso il tremito impercettibile dei rami dei pini e, al di là, verso il chiarore accecante di un cielo lattiginoso. Indovinava, non lontana, la presenza di altri uomini, il loro sguardo su di lui. Non gl’importava niente, se non la carezza vischiosa sull’asta del suo sesso, e il battito furioso del cuore che inviava formicolii mai provati all’assalto delle membra. Venne nella bocca dell’uomo. Lo sconosciuto rimase immobile con le labbra chiuse sul suo glande. Poi fece per sollevarsi, sorrise e depose un bacio sul fianco di Jonas. Lo sperma dello sconosciuto che gli imperlava la coscia e l’interno del polso, lo nauseava e l’affascinava allo stesso tempo. Traboccava di affetto verso l’uomo che ora pisciava con nonchalance nei cespugli, prima di riaggiustarsi il costume. I voyeurs erano svaniti tra le dune.

«Tornerai?» chiese Jonas, tanto il desiderio di rivederlo era pressante.

L’uomo esplose in una risata, poi scomparve a sua volta. Jonas osservò la colata opalina, la toccò con la punta del dito, e constatò che era già liquida e fredda. Portò il dito alle labbra. Conservò sulla lingua il gusto del sale.

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Il sale | Jean-Baptiste Del Amo – nota e lettura di un estratto

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