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Il tuo nemico | Michele Vaccari
Frassinelli 2017

di Ivano Mugnaini

Se amate il minimalismo non leggete questo libro. Se amate narrazioni comode, rilassanti neppure. Questo libro si rivolge a coloro che sono pronti a mettersi in gioco e chiamarsi in causa.

Si parte con una citazione tratta da Calvino, che ci ricorda, a scanso di equivoci, che «l’eroe della storia è colui che nella città punta la lancia nella gola del drago, e nella solitudine tiene con sé il leone nel pieno delle sue forze, accettandolo come custode e genio domestico, ma senza nascondersi la sua natura di belva.» Si completa l’opera con una seconda epigrafe, più breve, «We’re what’s leftover, after the storm», a confermarci che siamo quello che rimane, dopo la tempesta.

E la tempesta arriva, senza porre tempo in mezzo. L’esordio del libro è da apnea, degna del miglior Maiorca. Solo che non avviene in un azzurro e placido tratto di mare. Si scatena nel più comune e micidiale degli ambienti: quello domestico, nei luoghi che credevamo sicuri, inattaccabili. Il brano iniziale del romanzo non si può leggere senza prendere fiato, o meglio senza perderlo. Vaccari non ci dà tempo di prepararci, non vuole che ci attrezziamo in modo prudente e progressivo alla ricezione. Ci assale subito, con una scarica di colpi fatti di aggettivi, dettagli, riferimenti a oggetti concreti, gesti, situazioni. Ci ritroviamo immediatamente smarriti, febbricitanti, immersi anche noi fino al collo nel respiro e nell’afa, nel sudore, nel sangue, nell’adrenalina, tra desiderio di resa e volontà di combattere. Quest’ultima è una delle parole chiave: in questo libro si combatte, dal primo all’ultimo istante. Non come in un racconto avventuroso e fittizio, non come in un videogame in cui si deve sparare senza sosta sapendo che anche se veniamo colpiti non si muore sul serio. No. Qui la lotta è essenziale e vera: quella che decide la vita, il presente e un progetto di futuro vivibile, nostro e di chi verrà dopo di noi. La posta in gioco è la sopravvivenza. E non si tratta solo di quella di Gaia, il personaggio che si agita e si dibatte nella scena iniziale, sospesa nel vuoto, costretta a colpire per tentare la fuga. La sopravvivenza è quella di un’intera generazione, e, in termini più ampi, dell’intero pianeta, strangolato da quelli che credeva astuti piani per creare profitto.

Si inizia ex abrupto, e si è costretti a correre anche noi, come Gaia, a prendere la mira come lei per colpire con una mossa di savate la porta e la faccia di chi è venuto ad arrestarci, a punire il nostro tentativo di ritagliare uno spazio ad un pensiero altro, un abbozzo di ribellione, un progetto di rivolta. Vaccari ha elaborato e forse istintivamente percepito come imprescindibile per questo specifico romanzo un linguaggio e uno stile camaleontici. Muta in continuazione pelle, ritmo, colore e temperatura. All’inizio la cadenza frenetica ci impone una danza fatta di scatti e schivate fulminee per guardarci davanti e alle spalle, per rispondere e anticipare. Più tardi, quando compare Gregorio, il protagonista del libro, naufrago nella sua stanza da letto, quasi divenuto roccia sommersa dalle alghe, il ritmo si placa e le frasi, prima barocche, ipertrofiche, sovrabbondanti, diventano sempre più scarne e rade, come il suo fisico corroso dall’immobilità, come la sua volontà di stillare perfino le parole, negandole ad un ambiente in cui non si riconosce. Conserva con amore soltanto i suoi denti, Gregorio. Non smette di curarli neppure quando tutto il resto del corpo è diventato un misero deserto solcato da canyon violacei. I denti sono uno dei simboli della rivolta, ma anche della possibilità di avere ancora una voce propria, un’identità, forse perfino un sorriso, quando, inesorabile, distruttivo e salvifico, si ripresenterà l’amore, magari.

Gregorio sa bene che “o soccombi, o lotti per non soccombere”. Lo ha imparato a scuola, ed è una materia che non viene insegnata nelle aule, ma nei cessi, dagli immancabili bulli, quelli che poi si ripresenteranno, puntuali, tronfi, non di rado trionfanti, anche fuori dalle mura scolastiche, nella vita vera, come si suol dire.

«Devi capirlo […] ci hai spaccato le palle con la tua parlantina da primo della classe. So tutto io, non sai un cazzo. La storia è una materia inutile come te. Qui si prende il diploma da meccanico non da genio. Se sei un genio, perché non sei andato al classico a fare lo splendido? Ti credi un eroe? C’è un mondo pieno di stronzi che non aspettano altro che un eroe da sacrificare. Manlio, tienimi fermo l’eroe.» Questa è la filosofia di Carlo Pendi, impartita a Gregorio a suon di botte, per favorirne l’assimilazione e la memorizzazione. Gregorio ascolta, impara ma non si allinea. È pronto a pagare sulla propria pelle, con la propria carne, isolandosi da tutto e tutti. È sintomatico, e profondamente ironico, che Gregorio, qui ed ora, in questo nostro mondo, sia definito un NEET, “not (engaged) in education, employment or training”, non impegnato nello studio, né nel lavoro né nella formazione. Il nostro evolutissimo sistema riesce a ribaltare le cose, a mutarne la natura con volto burocraticamente distaccato.

Non è un eroe, Gregorio. In questo Carlo Pendi ha ragione. Gregorio è uno dei tanti diversi di cui dovrebbe essere fatto un mondo di uguali. La sua diversità sta nel fatto di non accettare “the way of the world”, il mondo e la strada che ha preso e in cui, con corridoi di cemento e di asfalto in apparenza lisci e comodi, vuole portarci. Una delle domande che si pone e che ci pone questo libro è chi ci ha condotto su questa strada, come e perché? La domanda correlata è se sia davvero la sola percorribile, o se esistano vie traverse. Da ciò nasce e cresce lo scontro generazionale, quindi, il prima e il dopo, un passato che è quantomai presente. Il tema del conflitto tra padri, madri, figli e figlie è sviscerato con lucida tenacia. Sviscerare è un verbo che appare adeguato: perché il contrasto non viene raccontato, viene scavato dall’interno, mostrando e facendo sgorgare e respirare i succhi, gli enzimi, la bile e le budella che si contraggono come corde tirate allo spasimo, per creare un tentativo di ponte che poi diventa cappio strangolante, e viceversa, o, più spesso, entrambe le cose insieme. La famiglia non è mai stato un luogo idilliaco, un paradiso sulla terra. In passato però era, almeno, un luogo di rifugio, un’oasi in cui, pur nelle rispettive differenze, ci si sosteneva, si era solidali. Oggi i genitori, che non molti anni prima sono stati a loro volta figli déraciné, non sanno e non possono offrire come punto di riferimento neppure una forma serena e autorevole di affetto. Attaccano preventivamente per timore di non sapersi difendere, forse da loro stessi, da quel nemico che credono di avere di fronte e che in realtà hanno dentro.

Questo romanzo è immerso nella contemporaneità, parla di oggi, dell’oggi vero, quello che ci piacerebbe non pensare né dover vedere riflesso in uno specchio. Eppure, con la forza della sincerità e del coraggio di dire anche parole scomode, Vaccari parla di un oggi che va al di là delle barriere del contingente. Parla di rapporti umani assoluti, delle gerarchie assurde create da sistemi assurdi, della libertà e della schiavitù, del coraggio (parola ipertrofica anch’essa ma fondamentale) di guardare di lato, di sbieco, di mettere il proprio corpo e la propria mente nella zona non protetta, quella in cui si rischiano colpi e spari, ma che è anche quella che conduce da un’altra parte, verso un altrove.

Il succo del romanzo, o meglio il nodo, è correlato all’incontro-scontro tra democrazia e cibernetica, tra la società “reale” e i territori ancora in gran parte inesplorati del virtuale. Un genio dell’informatica, anzi due geni, Gregorio e Gaia, entrambi presi in vicende familiari complesse, contraddittorie, soffocanti. Costretti a lottare contro tutti, anche tra di loro, contro i loro reciproci destini. Obbligati a difendersi dal fuoco che arriva da ogni lato, anche dalle armi di chi dovrebbe difenderli, anche dall’aggressione più imprevedibile: l’amore, e dai suoi figli, anche loro degeneri. Gregorio si accorge che a causa di questi meccanismi rischia di diventare uno strumento nelle mani del potere che ha deciso di combattere con tutte le forze.

La seconda parte del romanzo è introdotta dai versi dei Judas Priest:

So much for the golden future, / I can’t even start / I’ve had every promise broken, / there’s anger in my heart / you don’t know what it’s like, / you don’t have a clue / if you did you’d find yourselves / doing the same thing too. Il futuro dorato è andato a farsi fottere. Resta la rabbia, ma anche una consapevolezza, quella di non poter essere capiti, l’assenza di un codice interpretativo: altrimenti, ci viene detto e urlato tra accordi laceranti di basso e il rullare della batteria, fareste anche voi la stessa cosa. Eccolo, forse; nascosto mettendolo in evidenza come ne La lettera rubata di Edgar Allan Poe, il sunto, l’essenza della sfida messa in atto dal romanzo di Vaccari: creare una narrazione in cui la chiave non venga mostrata ma materializzata, resa percepibile, tramite un’immedesimazione che non risparmia niente e nessuno. Con tutte le armi, parlando di ferite e lividi sugli zigomi, di ricatti, odi, violenze, intrighi tra membri della stessa famiglia, spietati, orientati solo al prevalere del proprio desiderio e del proprio egoismo, l’autore di questo libro arriva a far sì che la chiave non si possa scordare, perché la si sente premere dentro, si percepisce il metallo dentro la carne e ci si accorge che siamo noi Gregorio, e al tempo stesso siamo suo padre, sua madre, la sua donna, le vittime e gli aguzzini. Questo romanzo, con ogni mezzo letterario possibile, fa sì che dopo la lettura nessuno possa dire “io non lo sapevo” oppure “non si tratta di me né della gente che conosco e frequento”.

Nel finale, dopo la tempesta delle tempeste, c’è un richiamo all’istantanea di un passato che ancora aveva sorrisi e prospettive ariose. Si torna all’infanzia di Gregorio, ai suoi dieci anni, ad una camera tutta sua, alla frase del padre: «Qui, nessuno potrà mai farti del male. Solo tu potrai essere il tuo nemico». Il destino di ognuno è scoprire che in realtà fuori dalla propria stanza il nemico è in agguato, sempre, e che il nemico è presente anche dentro la propria casa e nella propria camera. Perché è dentro di noi. Ma sarebbe stato inutile scrivere trecento pagine di appassionata e coinvolgente esuberanza facendo correre mente e cuore senza tregua dall’inizio alla fine per poi rivelarci ciò che già sapevamo. La consapevolezza del male è solo la fase iniziale. Il passo ulteriore, ci dice questo romanzo, è trovare dentro di noi anche la forza di fare come Gregorio. Non c’è bisogno di essere geni e ancor meno eroi. Non conta la fine che faremo, come finirà la strada, con quale tonfo, quale squarcio. Conta il percorso, ogni passo che oseremo fare controvento.


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