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imperfettaL’imperfetta | Carmela Scotti
Garzanti 2016

Recensioni dei Lettori di ZEST, di Emanuela Chiriacò

In una Sicilia atavica e lontana si consuma la storia di Catena Dolci. Orfana di amore materno. L’odio che la madre le riserva è frutto di un’eredità patrilineare a priori e fortiori. Catena cresce compensando quel vuoto con l’affetto e le attenzioni paterne in compagnia delle sorelle minori e il rifiuto di essere accettata dalla madre. La madre, una donna dura e spietata, la percepisce simile al marito, verso il quale prova un odio che la porta naturalmente a relegarlo al ruolo di consorte reietto. La colpa di cui si è macchiato? Quella di non aver saputo fare soldi. Di non averle permesso di mantenere lo status agiato del suo nubilato.
“Mia madre portava il nome dolce della madonna, ma non aveva il suo sorriso, e nemmeno il velo azzurro che le scendeva fino ai piedi, come nel quadro tutto annerito appeso sopra il camino della grande cucina. Non lo so se una volta provasse amore per mio padre, ma se anche così era stato, di quell’amore non restava più niente. Passava le giornate a incolparlo di tutto [..] Voleva che nostro padre ci rendesse ricchi come era stato ricco suo padre […] ma mio padre non era fatto così, per lui la ricchezza non si misurava in acri, e non chiedeva alla terra più del necessario per sfamarci. Io non lo disprezzavo, e per questo mia madre disprezzava me.[…]Disprezzava persino la mia faccia perché uguale, in ogni centimetro di carne, a quella di mio padre”.

Nel volto specchio di suo padre, Catena si rimira. Da lui impara l’amore per i libri e la cultura. Da lui li eredita anche materialmente. Lasciti del cuore che custodirà, nasconderà e proteggerà. E lui per amore di cultura, trasmette questa passione alla figlia. Una dote culturale, l’unica possibile. Inoltre è un esperto di fitoterapia come sua madre, nonna Agata, che per auto medicarsi dal dolore della vedovanza, trova rifugio nelle piante e nel loro potere di guarigione. Da lei, ne apprende i segreti e si fa vettore di trasmissione.
“Agata morì molti anni prima che venissi al mondo, ma di lei so tutto quello che mio padre mi ha detto, e tutto quello che si racconta in paese. Si dice che il dolore l’avesse schiacciata come fa un pezzo di roccia che rotola giù dalla montagna, quando mio nonno Melchiorre morì, e che a guarirla dalla malinconia fosse stata un’erba cresciuta, testarda e storta, ai bordi della sua lapide. Lei non sapeva che strana erba fosse, ma ugualmente la raccolse e la mangiò, mandando via il dolore della perdita. Da quel giorno Agata cominciò a catalogare erbe e fiori, e a guarire, in cambio di un po’ di cibo per sé e per i suoi figli, chiunque andasse da lei con un malanno.[…]A mio padre, come fosse un tesoro raro, lasciò tutto ciò che conosceva. “ Chi è ricco lascia l’oro, chi è povero le parole”, disse Agata prima di morire, con la bocca rivolta al soffitto, al di là del quale riposava il cielo.[…] Mio padre ci parlava delle cose che aveva imparato da Agata […]. Se la notte era serena, ci portava nello spiazzo davanti a casa e ci raccontava di stelle e nebulose che ricamavano in cielo creature fantastiche e strambe […], stelle che splendevano per sempre e altre che impiegavano milioni di anni per consumarsi e spegnersi come i ceppi di legno nel camino”.
E Catena diviene di fatto l’erede di quella imperfezione in una costellazione familiare composita e omogenea. Al nucleo di Catena, composto da genitori e sorelle, si aggiunge lo zio Ignazio, esempio di concretezza e crudità, con il piccolo cugino Gaspare. Il padre si ammala e si consuma come una candela sotto le cure amorevoli della figlia. I tentativi di cura risultano vani. Catena non ha tempo e diritto di metabolizzare il suo dolore.
“La sua agonia durò un mese. Il suo corpo si asciugò come un pomodoro al sole, e la sua bocca si ritirò alle gengive. Prima di finire alla terra mi raccomandò il campo, da seminare e arare, lontani restassero i corvi. E poi di proteggere le mie sorelle e di esercitarmi ogni giorno con i segni d’inchiostro, per nonna Agata e per lui. Dissi “sì padre” per l’ultima volta, e abbassai lo sguardo. Dopo, ogni cosa cambiò. Il fratello di mio padre si prese tutto, anche il suo posto nel letto”.
Lo zio Ignazio prende dunque il posto del padre e diventa il compagno della madre. Catena, insieme al cugino Gaspare, bambino muto e delicato, è la vittima prediletta delle vessazioni di Ignazio; vessazioni verbali e fisiche. Sonori ceffoni sul volto di Gaspare alla mancata fonazione, incessantemente accusato di avere una colpa come un bagaglio di cui non voleva disfarsi o peggio, di peccare di mancata volontà. Nessuna comprensione per la sua disabilità. Nessuna possibilità di assoluzione. Abusi e cattiveria per lei, per essere forte. Per essere ciò che di suo fratello ancora restava in quella casa.
“Ogni mattina mio zio veniva nella stanza dove dormivo con le mie sorelle. «Tuo padre è sottoterra, non c’è più nessuno a proteggerti»: spalancava la bocca sul disastro dei suoi denti sbrecciati come vecchi piatti consumati dall’uso. […] Mio zio pensava che Gaspare si rifiutasse di parlare e che, a furia di urla e di botte, avrebbe tirato fuori la voce da quel figlio ostinato, come si tira l’acqua dal pozzo. Ogni giorno per il bambino c’era un ordine nuovo da eseguire e una punizione sempre uguale, contenuta nel pugno nodoso di suo padre. «Metti il cuneo di legno alla porta, così vento non la farà sbattere» disse mio zio rivolto a Gaspare. Il bambino non si mosse […] lo colpì due volte, sui due lati delle guance, così forte che la testa girò di scatto, facendo il suono del ramo spaccato dal vento”
L’odio verso quell’uomo cresce. La solidarietà e il legame tra Catena e il cugino anche. Catena è una ragazza nel fiore della sua adolescenza che subisce il progressivo allontanamento delle sorelle, l’aumentare delle molestie e delle botte. Lo zio Ignazio la picchia con la tacita approvazione della madre. Fino a chiuderla nel capanno e tenerla legata come una bestia.
“A poco a poco, le mie sorelle impararono a scappare via quando passavo, a nascondersi dietro gli alberi, a non sorridermi mai.”
“Insieme a tuo padre te ne dovevi andare sottoterra, così vivevamo tutti in pace” mi diceva (mia madre), gli occhi neri accesi, la bocca piegata in una smorfia di rabbia, prima di regalarmi la sua schiena ossuta e lasciarmi sola”
“Qualche volta Gaspare apriva la porta e restava a guardarmi sulla soglia. Apriva e chiudeva la bocca senza suoni, si guardava i piedi e poi le mani solcate da un reticolo di croste. […] ci sorprese mio zio, un pomeriggio. […]«Vattene a casa», disse a Gaspare, toccandogli la spalla, e a me sembrò di sentire il suo cuore di bambino rimbombare impazzito sotto i miei piedi, arrampicarsi lungo le pareti del capanno come un gatto folle di paura. […] non aveva bisogno di sentire le parole del padre, per sapere cos’era meglio fare. Mio zio rimase fermo sulla soglia, guardandomi dall’alto come fossi una lumaca da schiacciare, una delle tante bestie che rovinano i raccolti. « Pure tuo padre si sarebbe vergognato di te!» disse. Quelle parole sfondarono i tetti e le porte, entrarono dentro, sotto la camicia, nelle ossa, giù nella pancia. Non mi mossi, il cielo non cambiò forma, il capanno rimase uguale, eppure niente fu più come prima”.
Non c’è speranza di as/soluzione. Né per lei né per Gaspare. Solo un continuativo propagarsi di livore misto a vino che annulla l’identità dei due cugino. Un esercizio di quotidiana applicazione che ha lo scopo di cancellare l’imperfezione.
“Ogni bastonata era un pianeta, così che il dolore lasciasse il posto alla complessità dei cieli. Il bastone di legno rompeva le ossa, la cintura lasciava segni lunghi come strade. Non usciva da me un solo suono che non fosse la parola dei libri. Quando calava la sera, il capanno era pieno di cielo, e per il dolore non c’era più posto. L’ultimo giorno che passai lì dentro, successe una cosa che mi aiutò a decidere, che mi condannò e mi rese libera, tutto allo stesso tempo.[…] quando ho capito cosa dovevo fare, ho avuto paura di farlo, ma non mi sono fermata. Ho intrecciato l’idea della morte come si fa con i canestri, ho piegato i fili, li ho annodati, ho tagliato via quello che non serviva, con la testa cucivo le azioni, ripassavo i colpi, le ferite, gli sguardi, la direzione che avrebbe preso il sangue e quella che avrei preso io, dopo che tutto si fosse compiuto.[…] il momento della vendetta arrivò con la luna piena, in una sera di nuvole e afa”.
Così si entra nel vivo, nella ferita aperta del racconto. Un prima e un dopo. Il romanzo si sviluppa infatti con un doppio binario narrativo. Un gioco dialogico tra Catena subito dopo l’evento che la rende fuggiasca e Catena fermata nella sua corsa. Prigioniera di un corpo picchiato, appeso, giudicato tra una cella promiscua e un’aula di un tribunale che deve stabilire l’autenticità del suo mutismo e della sua stregoneria.
Un racconto paragonabile ad una tintura madre. Una macerazione a freddo di materiale linguistico fresco in una soluzione di poesia; un’essenza che mantiene inalterata la glossa complessa, la lingua percolata di Carmela Scotti, con un solvente linguistico e poetico di rara bellezza. E come una tintura madre si diluisce nello scorrere delle pagine, un lento gocciolamento di vita concentrata dal dolore della solitudine. Una solitudine che si trasforma in forza, durezza. Raccontata con una lingua ricercata, lavorata e mai intuibile. Un blocco di creta svuotato e modellato con le mani capace di tradurre il martirio di questa vita giovane in un monumento alla inumana resilienza, innaturale accanimento di umani contro l’imperfezione. Imperfezione umana. Imperfezione di una giovane donna, colpevole di saper sopravvivere e adattarsi, prevalendo in un mondo omologato all’ignoranza, alla credenza, al bigottismo e alla pudicizia parlata bene e razzolata male. Una maschera grottesca capace di nascondere le peggiori nefandezze e violare diritti umani delle donne.
La fragilità della vita nella sua imperfezione che traccia spesso una linea sottile impercettibile tra torti e ragioni, vittima e carnefice. Un reversal of values di shakespeariana matrice che porta la protagonista a subire e contenere oltre la normale capacità. Il fenomeno dell’accumulo che diventa salvezza. Che si fa condanna. Trascina il lettore in uno struggimento quasi estatico. Si deve stare al passo della protagonista che parla la lingua femmina della purezza poetica, cruda e magnetica. Una chaperon invisibile che sussurrando parole tra i denti e pensieri che le frusciano nell’intimità della testa, detta i tempi e il ritmo dello svelamento. Con un carattere forte che è urlo silenzioso ma efficace e funzionale alla protezione dell’unità del corpo, del cuore e della testa.
Romanzo di fisicità faticosa e dolorante, L’imperfetta parla di bocche come espressione ultima dell’animo di ogni personaggio tratteggiato, al quale si contrappone un mutismo che alla volta è patologia e altre ancora, una scelta; quella di esserci per non dire nulla. Mai acconsentire. A cui si associa una fuga dall’orrore pur stando fermi.
C’è mutismo e staticità fisica nel romanzo di Carmela Scotti. C’è abilità nel racconto anche quando sfiora il macabro della cattiveria umana, l’ignorante umanità. Eppure non scade mai nel graffio stridente del gesso e delle unghie, sulla lavagna nera della vita oscura. Del buio pesto che tutto bagna, in una notte rassegnata al non farsi più giorno. In un processo di stratificazione della scrittura, l’autrice propone una addizione che si consolida nella mondatura del verbo, che trova un equilibrio perfetto. Carmela Scotti è stata finalista del Premio Calvino 2016.

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