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Incontro con l’autore: Angelo Calvisi

a cura di Emanuela Chiriacò


Di sé racconta: 

Mi sarebbe piaciuto chiamarmi Ettore Garbagna, oppure Paolo Costantini, nomi molto più consoni per uno scrittore, e invece mi chiamo Angelo Calvisi, che con il mondo delle parole e dei libri mi pare si attagli ben poco, essendo assai più idoneo, chessò, a un geometra impiegato in qualche oscuro ufficio pubblico. Genovese, nato nel 1967, nella vita ho svolto mestieri disparati: il giornalista sportivo, l’attore, il compilatore di guide turistiche, il geometra presso l’Ente Provinciale di Genova (appunto), il responsabile di un enorme negozio di dischi e, tra il 2007 e il 2015, il cooperatore sociale. Nel corso del tempo, per editori eterogenei, ho pubblicato saggi, biografie, graphic novel e, soprattutto, molta narrativa. Il mio ultimo romanzo si intitola Adieu mon coeur (Casasirio, gennaio 2016). Dal 2015 vivo in Germania, a pochi chilometri da Bonn, dove disegno, mi nutro di würstel e scruto l’orizzonte nella speranza di veder spuntare, un giorno o l’altro, il mare.


Cos’è la scrittura per Angelo Calvisi?

Con la scrittura, con l’azione dello scrivere, si fissa un significato su un supporto più o meno concreto, più o meno durevole. Questa almeno è la ragione per cui è nata, per così dire storicamente, la scrittura. Lascia stare poi quali fossero i significati da fissare. Atti amministrativi, sentenze di tribunale, registri di magazzino, tutto quello che vuoi. È però un fatto che si volesse tramandare, a un tempo futuro, un contenuto. Oggi scrivere ha assunto un’accezione che è legata al manufatto artistico che, talvolta, dalla scrittura può scaturire. E allora che significato vuoi fissare con la tua patetica operina? Te stesso, vuoi fissare: vuoi tramandarti ai posteri, vuoi illuderti di poter vincere la morte, scagliare il tuo nome oltre la voragine del tempo. Secondo me chi scrive è come lo scalpellino che scava il nome del defunto sulla lapide, e d’altra parte c’è chi dice che la scrittura nasca proprio in questo ambito funerario. Ad ogni modo, nell’accezione artistica di cui sopra, ritengo che la scrittura sia una pratica da catalogare sotto la voce “cause perse”, perché cosa vuoi tramandare? Cosa vuoi sopravvivere? Ci riesce uno ogni cento anni, forse. E anche se fossi tu, proprio tu con il tuo nome a scavalcare lo spaventoso abisso dei secoli, che ristoro troveresti, da morto, nell’aver apposto, in vita, la tua tremante firma in calce a velleitari foglietti? Oggi, poi, mi sembra proprio, come dire, conclamato. Si scrive per avere un ruolo, per illudersi di esistere, si scrive per avere la pagina di Wikipedia, e qualcuno, con un corto circuito fulminante, la pagina di Wikipedia se la scrive da se medesimo. Hai presente il compagno un po’ bassottino che si ritrova nell’ultima fila nel momento dello scatto della foto di classe e allora si mette sulla punta dei piedi e comincia a sbracciarsi per dire ehi, sono qui? Più o meno è la stessa cosa. Si scrive piangendo dal freddo, si sbattono i tacchi, ci si vuol far notare. E il significato, oltre a se stessi, è a grandi linee lo stesso per tutti: amico, sono passato di qui, e ho avuto paura.

Perché la scelta del tema del disagio psichico in alcuni dei tuoi romanzi?

Quello che scrive uno che pubblica libri, sia esso un autore di grande successo o, come me, un autore di grande insuccesso, si trova su un crinale. Il crinale, come sai, è quella linea immaginaria che divide i due versanti di un rilievo montuoso. Ebbene, per me uno dei versanti è rappresentato, o per meglio dire è occupato, dalla biografia dell’autore, mentre sul versante opposto troviamo la sua visione della letteratura e della realtà. Voglio dire che per me la scrittura è sempre autobiografica, solo che poi interviene la tua poetica, la tua stilizzazione, e attraverso tale stilizzazione i dati che ti riguardano diventano, nei casi fortunati, universali. Il risultato è l’opera che hai scritto, che corre sul crinale che dicevo prima. Nel mio caso, il pretesto biografico che mi ha spinto a scrivere di disagio psichico è che, per lavoro, ha avuto spesso a che fare con persone che versano in tale stato di sofferenza. Sono state esperienze umane molto forti, ma naturalmente non era tale aspetto umano, a volte anche pietoso e malinconico, ciò di cui volevo parlare. Il fatto è che la dimensione della follia, dove ogni cosa appare come non è, mi sembra allegoricamente portentosa per esprimere la mia visione del mondo, ovvero, ripetendomi, la mia Weltanschauung, parola roboante che naturalmente pronuncio sottovoce, vergognandomi anche un po’.

Le storie che racconti sono ambientate a Genova che definisci una città ambigua, incapace di suscitare un giudizio univoco. Potresti spiegare cosa intendi?

Io a Genova ci sono nato, ci ho vissuto, fortunatamente sono tornato a viverci. Questo è il dato biografico su cui si innesta l’incontestabile doppiezza della mia terra, che è stretta tra il mare e i monti, che è punto di partenza e arrivo, che è ricca di una storia poderosa e vive un presente di difficoltà e, purtroppo, anche di degrado. Dalla doppiezza di cui ho parlato alla categoria di ambiguità il passo è breve. Vorrei però precisare che l’ambiguità di cui parlo non ha un valore necessariamente negativo. L’ambiguità è anche la caratteristica di chi possiede una personalità talmente forte da essere descritto in termini adoranti da qualcuno e in termini sprezzanti da qualcun altro. È un’esperienza che abbiamo fatto tutti nella vita, incontrare una persona che ti lascia sconcertato, che non sai decifrare. I miei personaggi sono così, ambigui, sospesi tra il bene e il male, le vicende che racconto sono sempre aperte, spiazzanti, e il finale si presta a molteplici interpretazioni. Come Genova, appunto, regina dei mari e ostaggio della sua stessa grandezza, e in ogni caso scenario ideale per le mie storie sbilenche.

Oltre alla scrittura, nella tua vita c’è il cinema, che ruolo ha? 

Adoro il cinema, credo che sia uno dei grandi piaceri della vita. Molte volte ho pensato di provare a cimentarmi nella realizzazione di una storia per immagini, ma ci vogliono tanti soldi e soprattutto ci vuole una capacità di catalizzare energie e di guidare persone che a me manca totalmente. Forse è per questi miei limiti che mi sono orientato sulla scrittura, che è senza dubbio un’attività che ti permette di raccontare storie in maniera più economica e facilmente gestibile. La passione per il cinema e per la recitazione, comunque, mi ha permesso di conoscere, nel corso del tempo, molti attori e filmmaker, e tra questi l’amico Paolo Pisoni. Con lui ho firmato il soggetto e la sceneggiatura di un lungometraggio che si intitola Lazzaro. Racconta una storia di riscatto che si gioca sul confine ambiguo che separa il bene dal male. Lazzaro è stato girato e montato tra il 2015 e il 2017 ed è stata una bella esperienza. Io scendevo da Bonn, dove all’epoca vivevo, appena ne avevo la possibilità. Un po’ per godermi il mare di Genova, un po’ per andare a respirare l’aria del set, che è davvero unica, soprattutto quando la troupe, per ovvi motivi di contenimento costi, è composta da una banda di matti che sono anche amici. Adesso il film di Pisoni è pronto per il suo viaggio nel circuito del cinema indipendente nazionale. Le prime proiezioni avranno luogo a Genova e in provincia, ma abbiamo già fissato qualche data anche in giro per lo Stivale. Sinceramente non vedo l’ora di scoprire le reazioni del pubblico, e poi chissà, non si può mai dire che qualche produttore non si innamori di questa operina e del suo regista, decidendo (magari!) di finanziare il prossimo progetto, che Paolo e io stiamo scarabocchiando proprio in queste settimane.

Tante vite professionali, una migrazione da Genova a Bonn e la passione per la musica e la recitazione. Quanto di tutto ciò si trova nelle tue numerose pubblicazioni (romanzi, racconti e illustrazioni)?

Tanto, tutto. Siamo sempre nell’ambito di cui parlavamo prima. Nei miei libri ho parlato di geometri matti che lavorano per l’Ente Provinciale di Genova e, guarda te delle volte il caso, anche io sono stato impiegato come geometra (anche un po’ matto, diciamolo) presso l’Ente Provinciale di Genova. E poi la musica, visto che occasionalmente suonicchio molto male, anzi malissimo, la chitarra e ho lavorato per quasi dieci anni in un negozio di dischi, e poi una scrittura, la mia, che mi pare si presti a una dimensione di oralità, visto che sì, la recitazione è un altro campo che ho marginalmente frequentato. E come riprova del fatto che quello che si scrive è sempre figlio della biografia dell’autore, eccoci arrivati a Bonn, dove, come hai detto tu, ho vissuto per un paio di anni. Il romanzo che ho da poco finito di scrivere parla proprio della Germania, della percezione che ho avuto di essa, ma non è un diario, perché come sempre il dato autobiografico è stato per così dire corretto con il distacco dello stile e della poetica.

Nel 2016 hai pubblicato una raccolta di dodici racconti precedentemente comparsi su riviste e antologie. Qual è il filo conduttore?

Clandestini, questo il titolo del librino pubblicato da Quarup, è stata un’operazione commercialmente fallimentare che però mi ha dato modo di riunire dentro un’unica casa questo pugno di narrazioni certamente molto eterogenee per forma e contenuto, ma anche unite dal filo rosso di uno sguardo laterale, stralunato e ironico sulle cose, sulle occasioni che di volta in volta osservavo. Dentro c’è un po’ di tutto. Storie dei miei avi, tra cui un bisnonno antifascista, mattinate di lavoro in un ufficio pubblico perfettamente inutile, corse a perdifiato sui monti che si innalzano alle spalle di Genova e perfino il ricordo straniante di una vacanza in Giordania, dove tutte le sere, prima di cena, le televisioni di ogni albergo che mi ha ospitato erano sintonizzate sui programmi di Italia 1.

Quali sono i tuoi prossimi progetti editoriali?

Ho da poco firmato due contratti editoriali e, sulla mia pagina Facebook, ho già cominciato a bullarmene. Tra il settembre e l’ottobre prossimo uscirà per Neo edizioni. un romanzo che si colloca a metà strada tra una distopia alla Kristof e un racconto allegorico alla Rousseau, tanto per non farsi mancare dei modelli ingombranti, schiaccianti paralizzanti. E per buon peso ci metto anche un pizzico di Kafka, va’ là. In realtà, parlando seriamente, in questo lavoro mi sembra di essermi riavvicinato alle mie prime narrazioni, naturalmente con le inevitabili correzioni di tiro derivate dal fatto che da quell’epoca sono passati quindici anni, e io, ormai, ho doppiato la boa dei cinquanta. Voglio dire che se nei prima lavori c’era, in qualche misura, una certa forma di spettrale, claudicante leggerezza, in questo romanzo l’intento principale è quello di realizzare una satira sulle storture del Potere, e già così si comprende come il tema sia più serio, per quanto pure in quest’ultimo siano presenti, mi pare, momenti spudoratamente comici. Ma non anticipo troppo e attendiamo la pubblicazione. Il secondo contratto che ho firmato consentirà a un mio breve romanzo di essere pubblicato nel 2019 dal piccolo editore pugliese Les Flaneurs, che decidendo di dare fiducia al mio testo ha dimostrato di avere un coraggio da leoni. Si tratta di un testo che se fossimo negli anni ’60 o ’70 del secolo scorso si guadagnerebbe l’ingombrante nomea di romanzo sperimentale, costruito com’è attorno a una fitta rete di citazioni canzonettistiche che vengono a tratteggiare le linee di una vicenda amorosa che coinvolge due coppie di giovani. È un lavoro a cui tengo molto e non vedo l’ora di poterlo presentare. E ti dirò di più. Trattandosi di un testo così legato alla musica popolare, assieme al già menzionato Pisoni (che evidentemente è un genietto multifunzione) stiamo già provando alla chitarra le canzoni che ci accompagneranno nel tour delle librerie.

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