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Rosso elisabettiano. Saggi su Shakespeare
Stefano Manferlotti
Liguori 2017

nota e intervista a cura di Paolo Risi


Nei primi due saggi di Rosso elisabettiano Stefano Manferlotti fa riferimento a due elementi drammaturgici, il sangue e la notte, presenti in alcune fra le più significative opere teatrali e poetiche di William Shakespeare.

ROSSO ELISABETTIANO. FENOMENOLOGIA E DRAMMATURGIA DEL SANGUE NELL’OPERA DI SHAKESPEAREll prezioso fluido corporeo veicola significati complessi, come ad esempio nel Macbeth, dove la permanenza del sangue rappreso accompagna lo sfaldamento della ragione, o come nei testi che inglobano suggestioni di carattere religioso (il “passaggio logico dal sangue di Cristo a quello versato dai martiri”) o che rimandano ai miti primordiali della vittima sacrificale (ad esempio nella tragedia Giulio Cesare). E se il sangue scorre ai fiumi nei drammi storici, è nell’opera Il mercante di Veneziain cui non ne viene versata nemmeno una goccia, rileva Manferlotti – che la sostanza vitale, per forza di paradosso, ha una centralità drammaturgica assoluta.

Nel secondo saggio inedito della raccolta SHAKESPEARE: QUATTRO NOTTURNI si rilevano le occasioni e i riferimenti che attestano la significatività della notte (e dell’oscurità in generale) nell’opera del grande autore elisabettiano. L’eterna contrapposizione fra luce e tenebra, bene e male, fa scaturire copiosamente, come in un processo di sintesi, materiale drammaturgico: nel Macbeth la notte assurge alla dimensione di divinità degli inferi, propiziatrice di atti delittuosi e infamie, mentre la luce del giorno accompagna l’affacciarsi sulla scena della giustizia e della concordia. Anche riferendosi al tema della notte (che va ricordato, non è sempre malefica nelle intenzioni del sommo poeta), Manferlotti sottolinea la metodicità con cui Shakespeare attinge alle narrazioni e alle ritualità popolari, dando vita a un sincretismo che si sostanzia, rappresentazione dopo rappresentazione, nella pratica attoriale e drammaturgica.

Le riflessioni di Manferlotti si concentrano, nei due interventi successiviI CINQUE SENSI NEI SONETTI DI SHAKESPEARE E COL TEMPO. VOLTI ALLO SPECCHIO NEI SONETTI DI SHAKESPEARE, sulle corrispondenze fra il poderoso “sentire” di William Shakespeare e l’efficacia con cui esso viene estrinsecato attraverso i cinque sensi e lo sguardo dei personaggi. A prevalere è il senso della vista, strumento per osservare il mondo di fuori e per coglierne le infinite e contraddittorie sfumature. Sono i conflitti a marchiare e a stimolare tutto ciò che è umano: occorre una buona vista per riconoscerli e per carpire ogni minima traccia di verità sui volti e sulle espressioni contraffatte. Nei Sonetti il volto viene rappresentato “come sineddoche dell’intero corpo della persona amata” e come specchio di un’interiorità a rischio di implosione, travolta dalle meschinità terrene e dallo sfaldarsi dell’amore idilliaco.

Citazioni, riscritture, evocazioni di personaggi e tematiche: in tre saggi della raccolta Stefano Manferlotti analizza l’uso che alcuni autori hanno fatto della fertile e preziosa matrice shakespeariana.

Riferendosi alla letteratura modernista britannica, nel saggio SHAKESPEARE NELLA LETTERATURA MODERNISTA BRITANNICA viene ricordato il legame fra l’Ulisse di James Joyce e molti dei capolavori di William Shakespeare, primo fra tutti l’Amleto, a cui Joyce dedicò una serie di considerazioni disseminate lungo un intero episodio del suo più acclamato romanzo. Significativa anche la modalità con cui Virginia Woolf si accostò al grande poeta e drammaturgo elisabettiano, cogliendone i tratti simmetrici al proprio modo di interpretare la realtà, sorta di staticità illusoria sull’orlo di un precipizio esistenziale. Completa il terzetto di autori simbolo del Novecento inglese, associabili da prospettive diseguali alla formidabile “lezione” shakespeariana, il poeta T.S. Eliot, i cui versi traggono nutrimento da opere quali La tempesta, Coriolano, Cimbelino, Antonio e Cleopatra e Amleto.

Seguono ulteriori considerazioni su rifacimenti e riletture in TRE CORONE PER MACBETH: SHAKESPEARE, IONESCO, TESTORI e nel già citato intervento sulla commedia di Tom Stoppard Rosencrantz e Guildenstern sono morti (ROSENCRANTZ E GUILDENSTERN SONO MORTI? TOM STOPPARD E LA TRAGEDIA DEI COMPRIMARI).

Nel capitolo FAUST, AMLETO E LA TRAGEDIA DELLA CONOSCENZA la disillusione che pervade Amleto, sintomo dei tempi e di una ricerca infruttuosa sulla propria individualità, incontra il mito di Faust, ovvero “il desiderio impossibile di un antropocentrismo assoluto che al suo interno comprenda anche Dio.”

Il saggio SHAKESPEARE POETA, infine, pone l’accento sui versi sublimi dei Sonetti, ribadendone la straordinarietà, stilistica e concettuale, e rimarcando la loro significatività dirompente rispetto a una prassi poetica consolidata: “Messe da parte altre qualità, il carattere innovativo – diciamo pure rivoluzionario – dei sonetti sta quindi nell’aver riconosciuto anche al brutto, al deforme, all’umano fango una piena dignità estetica. Lo possiamo ribadire con una formula: in poesia, e nella letteratura in genere, la qualità estetica prescinde dall’oggetto. Gli scrittori dei secoli a venire, da uno Swift a un Baudelaire, via via fino ai postmoderni (ed è bene sottolineare che il fenomeno investe anche la musica e le arti figurative) ne prenderanno, ciascuno a suo modo, atto, e dimostreranno che col suo canzoniere Shakespeare ha messo in moto un processo irreversibile”.

In definitiva gli scritti compresi in Rosso elisabettiano ribadiscono l’universalità e l’urgenza inestinguibile del messaggio affidatoci da William Shakespeare; in esso l’uomo del nostro tempo è in grado di cogliere una porzione consistente di Assoluto, che sia a seconda dei casi generativa o distruttiva, e che trascenda ogni contingenza e sovrastruttura epocale.

Dentro le poesie e le opere teatrali immortali del Bardo risuonano, fin dalle origini e nel presente delle nostre stanze, le semplici e strazianti domande tramandateci da Thomas S. Eliot nel poemetto La terra desolata: “What shall we do tomorrow? / What shall we ever do?”

incontro con l’autore: Stefano Manferlotti.

Il sangue, i cinque sensi, il viso: tre saggi di Rosso elisabettiano pongono l’accento sul corpo, su alcune sue parti e organicità. Qual è il motivo di questa scelta tematica?

Alla nascita ci viene consegnato un corpo che non abbiamo scelto ma che ci accompagnerà fino all’ultimo respiro. La sua “centralità” è quindi indiscutibile. Tutto ciò che è fisicità, inoltre, si intreccia naturalmente a ciò che chiamiamo anima ed esperienza. Non a caso molti preferiscono parlare di psicosoma, essendo “anima” e “corpo” termini decisamente approssimativi, lacunosi. Il saggio sul sangue è forse quello che indaga più a fondo questa sovrapposizione che investe aspetti e momenti essenziali della nostra vita.

Nel saggio lei scrive che

“l’uomo di Shakespeare sa che la linea di demarcazione fra il bene e il male non sempre assume contorni netti, sa che in più di una circostanza il paradiso e l’inferno sono pericolosamente contigui.”

L’opera del grande poeta e drammaturgo vuole incidere letteralmente sulla pelle dei lettori e degli spettatori. Non trova che una tale rigorosità nel mostrarci per quello che realmente siamo, risulti sempre più distante dall’impermeabilità emotiva dell’uomo del nostro tempo? Non rischia, il messaggio di William Shakespeare, di affievolirsi e cadere gradualmente in una sorta di reliquiario delle voci estinte?

Non credo proprio. Lo stesso potrebbe dirsi di qualsiasi classico del passato. Ma qualora ciò accadesse, la colpa sarebbe nostra, non di Shakespeare.


Nella sua raccolta fa riferimento ad autori e drammaturghi che hanno rivisitato l’opera di Shakespeare, o che hanno tratto da essa linee guida, spunti o agganci narrativi. Quali di questi ritiene abbiano, con maggiore efficacia, attinto alla sensibilità e all’immaginario poetico shakespeariano?
Quelli che ho citato, ovviamente. Quindi, Ionesco e Testori. Ma credo che non vi sia drammaturgo moderno che non abbia contratto debiti con Shakespeare. Perfino Beckett deve qualcosa alla famosa battuta di Amleto, “Parole, parole, parole”, che sta ad indicare il vuoto di senso che esse possono – se così possiamo dire – accogliere.

In Rosso elisabettiano più volte viene messa in risalto la problematicità dell’amore scritto e rappresentato da William Shakespeare. Infedeltà, odio, morbosità sono soltanto alcuni degli elementi che, in particolar modo nei sonetti, scalzano, per così dire, le rappresentazioni legate all’amore cortese. In che misura questo cambio di visione ha mutato, nel corso dei secoli, le consuetudini, i luoghi comuni legati al sentimento amoroso?
In effetti, Shakespeare non fa altro (ma si tratta di una scelta che ha marcato un punto di non ritorno nella poesia occidentale, almeno da Baudelaire in poi) che prendere atto di ciò che tutti noi sperimentiamo nel corso della nostra esistenza. Si tratta, a ben vedere, di un realismo meditato e cosciente di sé, che ha anche imposto a Shakespeare stesso e a chiunque sia venuto dopo di lui soluzioni formali inedite. Ad una lettura anche superficiale dei Sonetti, per esempio, queste novità e le ricadute che esse rivestono per quanto riguarda lo stile risultano palmari.

Nel saggio dedicato a Shakespeare e alla letteratura modernista britannica lei riporta un bellissimo estratto dal romanzo di Virginia Woolf Jacob’s Room (La stanza di Jacob), in cui un volume di William Shakespeare cade in acqua, e il giovane Jacob, dal sedile di una barca, non può far altro che contemplarne l’affondamento:

“Il sedile nella barca era decisamente caldo, e il sole gli bruciava la schiena mentre se ne stava seduto, nudo, stringendo un asciugamano, a guardare le isole Scilly che – maledizione! la vela prese a sbattere, Shakespeare fu scaraventato in mare. Ed eccolo là che se ne andava via galleggiando allegramente al largo, con tutte le pagine scompigliate, finché affondò e scomparve”.

In questa scenetta vacanziera il grande elisabettiano ci appare quasi come un emblema, la rappresentazione della maestosità dell’arte, che non per questo è da considerare inaffondabile, e che richiede assiduità, cura e forse un briciolo di nonchalance per essere “vissuta” nel migliore dei modi. Forse Virginia Woolf, in questo brano, ci sta suggerendo una chiave di lettura, una modalità di accesso all’opera di William Shakespeare?
No. Credo che si tratti “semplicemente” di una ironica, sorridente dissacrazione di un classico, che va collegata anche alla caratterizzazione del giovane protagonista. Che poi sussistano altri significati è indubbio, a cominciare dall’allusione al carattere effimero dell’esistenza, come la stessa morte di Jacob si incaricherà poi di dimostrare.

Quali sono state le fonti di ispirazione più importanti per William Shakespeare? Quali i materiali narrativi che maggiormente lo hanno influenzato nel suo lavoro di attore e drammaturgo?
Come si sa, se si eccettua “La tempesta”, Shakespeare non ha creato alcuna trama che si possa considerare originale per intero. Deve molto a uno storico come Holinshed, ma anche a Plutarco, a Ovidio, alla novellistica italiana, che al suo tempo vantava una circolazione europea.


Qual era il pubblico di William Shakespeare, oltre 400 anni fa, quando il grande poeta e drammaturgo era ancora in vita? E qual è il pubblico che va ad assistere nei teatri alle opere di William Shakespeare?
Come dico nello “Shakespeare” che ho pubblicato qualche anno fa per la Salerno Editrice, si trattava di un pubblico quanto mai composito, quale forse si poteva rinvenire solo nell’Atene antica. Oggi Shakespeare è ancora il drammaturgo più amato dal pubblico, certo il più rappresentato. Solo una settimana fa ho accompagnato i miei allievi ad assistere ad una rappresentazione (la regista era la brava Laura Angiulli) del “Mercante di Venezia”. L’entusiasmo con cui hanno infine commentato l’opera e l’interpretazione fornita dagli attori mi ha molto confortato. Se di crisi del teatro si può parlare, questa va collegata al generale processo di analfabetizzazione che sta purtroppo investendo l’intera società, non solo italiana.

Nel 2018 saranno maggiorenni i ragazzi nati agli albori del XXI secolo. Quale “playlist” di opere di William Shakespeare si sentirebbe di consigliare loro?
Tulle le opere del cosiddetto “grande canone”, nessuna esclusa. Shakespeare parla sempre di noi, quindi anche dei giovani. Credo anzi che i giovani, le loro trepidazioni, le loro incertezze, i conflitti che inevitabilmente vivono coi genitori e così di seguito, siano al centro del suo impegno come osservatore acuminato del mondo. Non vi sono opere che ne prescindano, in misura maggiore o minore


Nota biografica

Stefano Manferlotti è professore ordinario di letteratura inglese presso l’Università di Napoli Federico II. Ha pubblicato, oltre a molteplici saggi in rivista, i volumi: George Orwell (Firenze, 1979); Anti-utopia. Huxley, Orwell, Burgess (Palermo, 1984); Invito alla lettura di Aldous Huxley (Milano, 1987); Dopo l’Impero. Romanzo ed etnia in Gran Bretagna (Napoli, 1995); James Joyce (Catanzaro, 1997; 2a ed. riveduta e aggiornata, 2012), Amleto in parodia (Roma, 2005); Shakespeare (Roma, 2010; 2a ed. riveduta e aggiornata, 2011), Dal Mattino. Note per la letteratura 1989-2011 (Napoli, 2012), Cristianesimo ed ebraismo in Joyce (Roma, 2014). Sua è la redazione di numerose voci del Dizionario dei temi letterari (Torino, 2007) e della Letteratura europea (Torino, 2014). Ha tradotto opere di Dickens, Orwell, Melville, London. Dirige la collana di studi inglesi Il Leone e l’Unicorno e la collana di letteratura comparata L’armonia del mondo, entrambe edite da Liguori.

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Incontro con l’autore: Stefano Manferlotti – il sangue e la notte nel teatro di Shakespeare

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