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di Antonia Santopietro ||

Alessandro Barbaglia è l’autore del romanzo La locanda dell’ultima solitudine pubblicato da Mondadori – attualmente tra i vincitori del Premio Selezione Bancarella  2017 (quindi tra i finalisti del Premio Bancarella) – oltre che uno scrittore di talento, nella vita è un libraio appassionato.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda:

La storia di Libero e Viola, una fiaba moderna o un romanzo intimista con un tratto fantastico?
Credo nelle fiabe. Le fiabe non insegnano ai bambini che gli orchi o le streghe esistono, i bambini lo sanno già che esistono: le fiabe insegnano che i mostri si possono superare. Non ci sono mostri nella mia fiaba, ma c’è la solitudine. Ecco perché credo che la mia storia sia davvero una fiaba perché non ti racconta che la solitudine esiste, ti racconta una possibile via per renderla una cosa bella. – Cosa ha ispirato la storia narrata nel romanzo? Forse il chiasso. E il caos in qui siamo sempre immersi, faccio il libraio, passare una vigilia di Natale in libreria necessiterebbe come compensazione di sette anni di silenzio in Tibet. Volevo provare a raccontare una storia fatta di silenzio e solitudine. E come si fa? Ho provato a faro con le storie di Libero e Viola.

Le parole vengono usate per creare “trame a se stanti” come se prendessero vita sul foglio, e così “i fiori si accordano” “le attese si amano” “…per morire solo, o solo per morire”, da cosa nasce questa scrittura?
Amo molto le parole. Da bimbo giocavo con i mattoncini lego, costruivo, incastravo, cercavo colori giusti e forme adatte. Crescendo ho capito che le parole erano più economiche dei Lego e molto più versatili: si potevano fare cose, con le parole, che con i mattoncini Lego non potevo nemmeno immaginare. Credo che l’aspetto ludico di costruzione narrativa derivi da quello. O forse dal fatto che non so far diversamente da così: giocare con le parole nella maniera più seria possibile.

Che cosa è la Locanda dell’Ultima solitudine?
La Locanda dell’Ultima Solitudine è quello che le parole raccontano: una Locanda, certo, arroccata a picco su uno scoglio che si getta nel mare. Una struttura povera fatta tutta di legno con solo due sedie e un tavolo: un rifugio per solo due persone che lì vivono la loro Ultima Solitudine. Il che non significa che necessariamente incontrino qualcuno, ma che scuramente incontreranno la loro solitudini e saranno in sua compagnia: l’unico modo, chiacchierare con la propria solitudine, per non sentirsi soli.

Nel romanzo fai riferimento a luoghi precisi come il Lago d’Orta, l’Ossola… puoi dircene i motivi?
Sono nato a Miasino, sul lago d’Orta, e quella è, anche ora che non ci abito più, casa mia. E’ da lì che è nata questa storia, è lì che sono adnato a scriverla. Le storie sono fatte anche delle terre in cui spuntano: io il lago d’Orta e l’Ossola ho voluto portarli dentro il libro.

La figura di Don Piter, un prete che vive una storia di amore con Viola, perché questa scelta, l’amore è laicamente per tutti?
Don Piter: ovvero la debolezza. A volte l’amore lo è: una debolezza. E poi io ho un debole per don Piter. E questo complica tutto. Viola invece è l’irrequietezza. E quando un’irrequietezza incontra una debolezza accadono cose inenarrabili. Proprio come questa. – La stanza per urlare di Margherita, un bella metafora di cose apparentemente sconvenienti e che invece sono tanto utili? Oh sì, questo sì. Urlare ha il senso del gesto necessario. Perché non dovremmo farlo quando è l’unico modo che abbiamo per respirare? Margherita impiega molto tempo a capire il senso dell’urlo e quando lo capisce non solo urla… ma permette ad altri di farlo. Nell’intimità del proprio essere senza che nessuno possa veni urtato dal nostro barbarico – necessario – urlare.

Tu sei un libraio, corre d’obbligo la domanda, qual è il tuo osservatorio, identikit del lettore italiano?
Il lettori con cui mi confronto io, i miei lettori, sono lettori attenti, capaci di distinguere storie e trame. Lettori allenati, voraci. E ce ne sono molti. Più di quel che si possa credere. Certo viviamo in tempi rapidi e la lettura è un tempo lento. Bisogna aiutare a rallentare ritmi e frenesie, forse anche l’editoria e i librai, come me, dovrebbero proporre un approccio lento che abbia il tempo delle storie. Non sono pessimista, ma sulla lettura e sui lettori bisogna investire. Molto. Servono meno scuole di scrittura e molte più scuole di lettura. Vivremmo meglio, leggeremmo meglio e, clamoroso a dirsi, scriveremmo meglio.

Quali sono gli autori a cui ti ispiri o che hanno formato il tuo gusto letterario?
Citare i maestri mi imbarazza. Io me li sogno di notte, i miei maestri, che mi sgridano e mi tirano le orecchie! E talvolta fanno battute tra loro, toccandosi dentro di gomito e indicandomi… incubi! Che incubi! Però allora io mi vendico, e vi dico chi sono: Dino Buzzati (cattivissimo nei miei sogni!) e Italo Calvino. E poi ovviametne Gianni Rodari. Io non sarei io se non avessi letto Gianni Rodari.

Progetti futuri? Chissà. Scrivere è molto bello. Ma forse è più bello leggere. E di capolavori ne sono stati scritti tanti che potrei passare la vita solo a fare quello: leggere capolavori. Non sarebbe bellissimo? Vedremo, spero di avere la forza di scrivere ancora. Altrimenti: leggerò.

Che approccio hai con la difesa dell’ambiente?
Le idee sono a impatto zero, direi. Le idee che difendono l’ambiente sono a impatto benefico per tutti. Bisogna pensare che se non ci occupiamo dell’ambiente in cui viviamo sarà difficile continuare a farlo: vivere. Nel mio romanzo, la locanda dell’Ultima Solitudine, Dio è la natura. La natura dell’uomo e la natura del mondo. Forse, a loro, una preghiera comune dobbiamo davvero rivolgerla.


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Intervista ad Alessandro Barbaglia

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