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andrea piva

Foto di Pasquale Susca

di Paolo Risi

Intervista ad Andrea Piva, autore de L’animale notturno, Giunti 2016 – recensito da ZEST qui.

Vittorio Ferragamo è l’eroe del tuo romanzo, un eroe italiano dei nostri giorni, versatile, non avvezzo ai compromessi, che naviga a vista in un paese che sempre meno asseconda l’autodeterminazione, il libero arbitrio. Sei d’accordo con questo tentativo di definizione?
Be’, sì, la definizione del personaggio mi sembra centrata, è un po’ anche il nucleo da cui sono partito per tratteggiarlo e dargli poi vita. Non legherei però troppo strettamente il suo maladjustment a una specifica contingenza storica: la sua è più una condizione esistenziale, è più un atteggiamento intellettuale di fondo che il frutto di un particolare conflitto con specifici aspetti della contemporaneità. Vittorio non crede che si stesse meglio quando si stava peggio. Lui crede che in ogni epoca ci sia margine di miglioramento, e soprattutto che ogni epoca e ogni ordinamento vadano esaminati con occhio critico, il più possibile privo di pregiudizi. Se ti poni con questo atteggiamento nei confronti del mondo, che i nodi vengano al pettine è normale. Semplicemente, Vittorio è convinto che, come per la scienza, in un consesso civile si dovrebbe sempre cercare di dimostrare falsa una teoria, un andamento, lo stato delle cose in generale: anche quando a occhio sembrerebbe che le cose vadano per il verso giusto. Lui è un progressista convinto, e come ogni progressista che si rispetti tiene sempre in mano il martello dello scetticismo. Uno scetticismo consapevole, beninteso, non quello d’accatto dell’era dei social media, l’atteggiamento di chi non crede più a niente per posa, per sentito dire. Credi plausibile che i governi mondiali stiano avvelenando l’aria con le scie chimiche per non meglio specificate ragioni? Bene, vatti a studiare un po’ di carte affidabili e poi riformula la tua tesi presentandomi dati: se mi porti qualche argomento concreto potenzialmente puoi convincere anche me, di qualsiasi cosa, ma se ci credi perché uno che ha come titolo di studio il battesimo te l’ha postato in caps lock sulla bacheca Facebook allora hai un grosso problema, e per favore abbassa la voce.

_l_animale_notturnoAd un certo punto de “L’animale notturno” Vittorio diventa un giocatore professionista di poker. Tu conosci molto bene quell’ambito e mi pare lo rappresenti come fosse un luogo di decompressione, in cui è possibile ritrovare un certo equilibrio per poi affrontare una qualche risalita verso una realtà meno codificata, per certi versi più sfuggente. È così o mi sbaglio?
Certo, è esattamente così. Il mio personaggio usa il poker e lo studio del poker come uno strumento per ritrovare un equilibrio interno e di collocazione nel mondo che ha perduto; se ne serve come l’equilibrista si serve di un bilanciere, e da quello che ne dice in proposito si intuisce come l’esperienza nel mondo del poker sia intesa come provvisoria, un po’ il rifornimento di viveri e la ripresa di energie a metà di un lungo viaggio. Poi inaspettatamente scopre che la matematica che sta dietro al poker gli può fornire uno straordinario strumento per interpretare altri aspetti della realtà, anche importantissimi, e quindi in qualche modo cambia per sempre il suo modo di vedere il mondo, ma Vittorio ha comunque in sé i semi di un altro albero.

Il desiderio del protagonista di diventare ricco genera l’azione nel tuo romanzo. Eppure Vittorio mi sembra la figura più spassionata de “L’animale notturno”, quella meno incline a inseguire il successo economico. Perché hai scelto di darle questo obiettivo per così dire “pecuniario”, è solo uno spunto narrativo o cos’altro?
Sì, è senz’altro uno spunto narrativo, ma non fine a sé stesso, nel senso che sì, è spunto che ha consentito a me scrittore di mettere in moto tutta una macchina narrativa, ma è anche una provocazione, il meccanismo per così dire antifrastico che ho escogitato al fine di articolare attorno all’azione anche una riflessione sul denaro e su tutta la contemporanea ossessione del fare soldi a tutti i costi prima di crearsi un’interiorità, una cultura, una vita. Vittorio è uno che non ha mai badato troppo al denaro, lo si capisce dagli accenni che fa al suo passato, ma per tutta la vita ha avuto a che fare con gente che pensa solo ai soldi, anche in arte, e da questo gli sono discesi grandi problemi di tutti i generi, quindi a un certo punto si dice, provocatoriamente, che sì, vaffanculo, anche lui proverà a pensare solo ai soldi, nella vita, per vedere cosa può succedere, se anche lui è capace di farne. E soprattutto per vedere se è vero, come sembrano pensare tutti, che con i soldi in banca la vita è una passeggiata di salute. Che conta solo quello.

Roma è una città molto raccontata da sempre. Tu non ti sottrai e regali qua e là nel romanzo bellissimi stralci di vita legati ad alcuni luoghi della capitale. Cosa provi per questa città? Ci sono dei posti a cui sei particolarmente legato?
Io, come del resto il mio personaggio, amo Roma alla follia. È più forte di me. Anche io ne vedo le brutture, lo sporco, il detestabile traffico, il rumore, l’inefficienza, ma come nelle forme più elevate d’amore tutto questo cade in secondo piano davanti al sentimento. Io a Roma sento la presenza dei grandi artisti, dei grandi intellettuali, dei grandi pensatori e politici che l’hanno abitata. Li sento respirare nelle sue strade, come se avessero lasciato un’energia vitale a vibrarci per sempre, e questa cosa mi inebria. Capisci, funziona tutto maluccio ma poi entri nel Pantheon e ti viene da piangere per la grandiosità di quello che vedi. Non c’è un’altra città al mondo che le si possa comparare, ci sono talmente tante cose grandiose e grandiosamente belle che annoiarsi a Roma mi è materialmente inconcepibile.

Sono trascorsi 18 anni dal successo di “La capagira”, film di cui sei stato sceneggiatore, 11 dall’uscita del tuo precedente romanzo “Apocalisse da camera”, e fra quest’ultimo e “L’animale notturno” ti sei dedicato al poker professionistico ottenendo eccellenti risultati. Tieni in serbo qualche altra “carriera” per il futuro o pensi nel prossimo decennio di placare il tuo eclettismo?
Cambiare passione di quando in quando per me è vitale, fa parte del mio carattere, quindi spero proprio di non avere esaurito le cose nuove da esplorare. Vorrei senza dubbio inventarmi ancora qualcos’altro prima di schiattare, e so che qualcos’altro verrà, è nelle cose, non sto mai fermo, conoscere e praticare il nuovo è l’unica cosa che mi piaccia davvero nella vita. È vero pure però che al termine delle mie peregrinazioni finora sono sempre ritornato alle lettere. Non c’è esperienza che viva, bella o brutta che sia, durante la quale io non mi chieda se e come raccontarla. Anche se ho esordito con il cinema, io mi sono sempre sentito uno scrittore, sin dai tempi della scuola, e scrittore morirò. Buono o pessimo che sia. Sono nato per quello, è la cifra dei miei pensieri. Tutto quello che faccio è filtrato dal dialogo immaginario che instauro con potenziali lettori, e poco conta che probabilmente tra due generazioni non ne avrò. È la legge dei grandi numeri. La mia marginalità concorrerebbe comunque all’importanza di un mio simile più bravo.

Con “L’animale notturno” racconti in modo credibile l’Italia di oggi, con precisione e allo stesso tempo con disincanto. Credi di avere al tuo fianco altri scrittori che stanno provando a fare altrettanto?
Sì, quelli che in Italia raccontando l’oggi sfuggono con successo alla grande onnicomprensiva contrapposizione tra vuoto intrattenimento e moralismo giudicante ci sono. E per me questa cosa è fondante. Io amo solo gli scrittori che fanno vivere ai propri personaggi avventure totali prendendo per mano il lettore a mostrargli un mondo particolare che probabilmente il lettore non vedrebbe mai senza quei libri, ma facendogli sentire la voce narrante come la voce di un amico con cui condividere esperienze di vita più che un maestro da cui apprendere concetti o – peggio – facili giudizi morali. Magari nei migliori casi un amico più saggio di lui, uno che sappia vedere cose che lui non riesce a vedere normalmente, ma pur sempre un suo pari. Per me la letteratura è soprattutto quello. Poi possiamo discutere di grandezza e mediocrità all’interno di quello, ma la letteratura per me sta lì. Uno che tra un secolo aprisse libri così ci troverebbe una parte di mondo per quella che è, raccontata da teste pensanti più che giudicanti, con cui è piacevole intrattenersi e condividere passioni, dolori, fragilità, cadute e voli. Ho sorpassato la fase degli sperimentalismi e delle sofisticatissime narrazioni di letterati per letterati, quelle che se non muori di noia leggendole non sono abbastanza letterarie. Sono tornato a Salinger, ricordi cosa dice la voce narrante del Giovane Holden degli scrittori che lo lasciano senza fiato, sono quelli con i quali una volta chiuso il libro lui vorrebbe averli amici per la pelle e chiamarli al telefono per fare due chiacchiere. Io voglio Catullo, Apuleio, Petronio, Aretino, de Laclos, Celine, Bataille, Bianciardi, Berto. Tutta gente con cui vorrei passare le serate a bere. Non me ne frega più niente dei libri in cui dopo cinquanta pagine devi ancora capire di cosa cazzo si stia parlando. Ogni volta che ne leggo uno così finisco col farlo volare mentre metto allo stereo il meglio degli Squallor. Oh, il mio rispetto per la scrittura “difficile” è immenso. Ma in questa fase della vita non me ne frega niente. Io quando leggo un libro voglio conoscere un figlio di puttana pieno di tic e vizi e fragilità come me, uno figlio del suo tempo, uno come noi, non dei migliori, che con la tragedia della vita ci fa i conti fino in fondo, anche piangendosi addosso, se del caso, ma con in mano sempre pronta l’arma di una gran una risata verde. La vita non andrebbe mai presa troppo sul serio. A farlo è in genere gente poco seria che cerca di darsi un tono. Gli unici che se lo possono fare perdonare sono i geni totali, ma quelli sono un mondo a parte, e ne nasce uno ogni troppo tempo per fare statistica.

Domanda ZEST, che rapporto hai con la sostenibilità e l’ambiente?
Be’, non sono un fondamentalista perché mi rendo conto che l’argomento non può e non deve essere tagliato con l’accetta, e soprattutto perché credo che il fondamentalismo in ogni campo faccia solo danni, anche alla causa che pretende di sostenere, ma è tema che mi sta molto a cuore. Differenzio con grande cura da quando è stato possibile farlo in Italia, non mangio carne (non solo per questioni etiche), non ho la macchina e in generale sono molto sensibile alla questione. Penso sia la vera scommessa per la nostra generazione, perché è ovvio che quella che ci ha preceduto non aveva proprio colto il problema, e quando se lo è posto non è riuscita a porlo nei termini giusti, anche perché la macchina era già troppo velocemente avviata per fermarla in fretta. Ma ci dobbiamo dare una sveglia, questo aspetto della contemporaneità mi allarma moltissimo. Soprattutto con un uomo come Trump alla presidenza di una delle maggiori economie del pianeta.

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Intervista a Andrea Piva – autore di “L’animale notturno”

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