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Foto di Marcello Norberth

di Antonia Santopietro |

Lei è traduttore di letterature di lingua portoghese, inglese e francese, come nasce questa professione e come si concilia con le attività teatrali?
È un mestiere nato appunto all’interno del mio precedente lavoro in teatro. Conoscendo più lingue, avevo l’abitudine di tradurre copioni e materiali per le compagnie con le quali lavoravo.
Nel frattempo mi sono laureato in lingue (in traduzione dal portoghese, nella fattispecie) e poco a poco ho cominciato a lavorare per l’editoria. Contestualmente alla crescita di questa nuova attività, ho cominciato ad abbandonare il teatro progressivamente (anche per stare di più con la famiglia) e a insegnare traduzione. Adesso sono traduttore editoriale a tempo pieno, oltre a insegnare traduzione nelle università di Roma “Tor Vergata” e “Unint”.

Quali sono gli autori a cui è particolarmente legato?
Ce ne sono tanti, perché ho avuto la fortuna di tradurre quasi sempre cose belle. Ma se dovessi citarne due, direi la portoghese Dulce Maria Cardoso e il francese Philippe Djian.

…e quali quelli che l’hanno maggiormente impegnata nel lavoro traduttivo?
Sicuramente Will Self, autore inglese, e poi Alain Mabanckou, congolese francofono.

Tra le altre, traduce le opere di Dulce Maria Cardoso, ci racconti di questo incontro letterario.
La casa editrice Voland mi aveva dato da leggere il suo primo romanzo Campo de sangue, che mi aveva entusiasmato. Gli altri lettori, però (Voland sente sempre tre pareri prima di decidere se pubblicare o meno), non erano della mia stessa opinione, perciò l’editore rinunciò. L’anno successivo, mi chiesero di valutare il suo secondo libro (Os meus sentimentos, Le mie condoglianze). Di fronte a questo libro, che non esito a definire un capolavoro, ho insistito tantissimo con Daniela Di Sora, direttrice editoriale di Voland, perché venisse pubblicato. Lei cedette, dandomi poi la soddisfazione, una volta letta la traduzione italiana, di innamorarsi talmente della scrittura di questa autrice da decidere di pubblicare tutti i suoi romanzi. Oggi Dulce Maria Cardoso è tutta tradotta in italiano nelle mie traduzioni, per Voland (tranne un libro per bambini, uscito per Mesogea e un altro pubblicato in collaborazione tra Voland e Feltrinelli nella collana Indies), compresi i racconti, in uscita per Voland a marzo 2017.

Quali sono, a suo avviso, gli elementi che concorrono alla buona resa letteraria di un romanzo in lingua straniera?
Innanzitutto una profonda capacità di analisi del romanzo originale. Bisogna capire cosa una certa storia, un certo stile, fanno, cosa creano, dove vanno a parare. E poi naturalmente saper manipolare la propria lingua di traduzione (la nostra lingua madre, nel mio caso l’italiano) nel modo più ampio e creativo possibile, come un pittore usa i pennelli e i colori o un musicista il timbro e l’armonia.

C’è un autore/autrice che avrebbe voluto tradurre?
Clarice Lispector.

Che idea si è fatto della produzione letteraria attuale in Italia?
I libri scritti direttamente in italiano sono una fonte di apprendimento inesauribile per un traduttore verso questa lingua. Ti servono per capire dove va la cultura verso cui traduci e per scoprire nuove possibilità stilistiche. Da questo punto di vista, trovo che non tanto gli scrittori, quanto gli editori, negli ultimi anni siano diventati un po’ monomaniaci. Trovano un filone “che vende” e ci sommergono di libri scritti in quello stile, o catalogabili come rientranti in quel genere, molti dei quali rischiano di essere semplici doppioni. Mi manca un po’ di diversità, che è sempre più difficile da reperire, soprattutto (paradossalmente) nelle grandi case editrici, che pure, pubblicando moltissimi romanzi l’anno, avrebbero i mezzi per fare cose diverse.

Quanto ai libri in traduzione, soffrono un po’ lo stesso problema. Si traduce troppo dall’inglese e troppo poco da altre lingue, anche meno conosciute (fatte salve le mode passeggere, tipo il “noir scandinavo”, che però durano poco e finché durano sono anch’esse troppo massicce, sommergendo il mercato più o meno della stessa roba).

Insomma, ci sono troppe cose tutte uguali e non si va a cercare niente di diverso. Non perché non ce ne sia, ma perché si ha paura di rischiare. E questo fa malissimo all’editoria, secondo me.

Qual è la sua idea di sostenibilità?
Non meno libri, ma libri più vari, per forma e contenuto.


Daniele Petruccioli è nato e vive a Roma. Lavora come traduttore, scout ed editor freelance. Tiene regolarmente laboratori di traduzione e insegna traduzione dal portoghese all’università di Roma Tor Vergata. Fra i suoi autori: Dulce Maria Cardoso, Alain Mabanckou, Will Self, Luandino Vieira. Nel 2010 ha vinto il premio «Luciano Bianciardi» per la traduzione del romanzo Lettere di Mark Dunn (Voland 2008). Nel 2014 ha pubblicato per le edizioni Quodlibet il saggio Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti.

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Intervista a Daniele Petruccioli | Traduttore letterario e scout

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