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Francesco D’Isa
(Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ, 2014), Ultimo Piano (Imprimatur 2015), La stanza di Therese (Tunué 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton.Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

 

Intervista a cura di Andrea Zandomeneghi


Ciao Francesco, grazie di aver accettato di prendere parte a questo piccolo colloquio. Quale è la domanda che t’è stata posta più frequentemente nelle interviste che hai rilasciato ultimamente, a seguito dell’uscita del tuo ultimo romanzo, La stanza di Therese?
Ciao Andrea e grazie a voi per l’ospitalità su Zest. Credo che le domande più frequenti siano riguardo l’ibridazione di testo e immagine: il motivo della scelta, cosa ho fatto prima, che ruolo hanno e così via. Nonostante sia una prassi con una lunga storia alle spalle l’uso di più linguaggi in un libro desta sempre curiosità – e talvolta sospetto.

 

Su questo punto vorrei chiederti solo tre cose: perché parli addirittura di “sospetto” rispetto “all’uso di più linguaggi in un libro”? Non credevo vi fosse così poca apertura mentale nel pubblico e tra gli addetti ai lavori: come inquadri e interpreti questo “sospetto”? In secondo luogo mi interesserebbe sapere – anche proprio quantitativamente – a quale delle due attività (scrittura e disegno) dedichi più tempo oggi e dedicavi in passato – c’è stato uno spostamento del tuo baricentrico artistico ed espressivo dai tempi del’università in poi? Materialmente e prosaicamente dove e quando scrivi e dove e quando disegni?
In effetti sono stato impreciso. L’apertura mentale c’è, nella misura in cui un testo come
La stanza di Therese incuriosisce per la sua peculiarità quasi ogni tipologia di lettore: le immagini, insomma, “funzionano”, attirano l’attenzione e tutto questo va a favore della riuscita del libro, com’è dimostrato dai fatti. Il problema è più la mia figura di autore. Disegno, scrivo narrativa e ho addirittura l’arroganza di proporre della filosofia attraverso questi mezzi, di conseguenza alcuni non mi considerano davvero un artista, altri davvero uno scrittore e di certo nessuno un filosofo, sebbene la mia formazione sia quella. In effetti non sono niente di tutto ciò, ma che non mi si applichi un’etichetta disciplinare/critica appropriata non va a discapito del mio pur modesto contributo, o, per essere più precisi, l’ibridazione del mezzo non pregiudica necessariamente il messaggio.

Attualmente dedico più tempo alla scrittura, ma per lo più in forma mista, dunque anche un po’ all’immagine. Nel tempo ho alternato spesso: prima scrivevo e basta, poi disegnavo e basta, poi ho ricominciato a scrivere e basta e adesso entrambe le cose. Scrivo in biblioteca o nei caffè e disegno in questi luoghi o a casa, specie se ho bisogno di qualcosa che non sia il computer.

 

Anche se ci siamo visti per la prima volta di persona solo poche settimane fa, io mi son imbattuto in te già quindici anni addietro: i tuoi disegni su Mostro (che ritagliai con la massima cura, incorniciai e tenni per più di un lustro appesi ai muri della case in cui mi capitava di andare a vivere). Adesso stai dirigendo un’altra rivista, L’Indiscreto. Quale è stata dai primi anni duemila a oggi la tua parabola nella dimensione delle riviste, da quelle autoprodotte a quelle con un editore alle spalle? Cosa hai tratto dal punto di vista artistico, umano e intellettuale da queste esperienze culturali e professionali che forse – ma è solo un’illazione, contraddicimi pure – possono essere accumunate dalla volontà di essere svincolate dall’ortodossia culturale istituzionalizzata, dall’ingombrante – e non di rado soverchiante siano all’asfissia – monolite dalla scienza e dall’estetica accademicamente più o meno sclerotizzate? Mi piacerebbe che tracciassi a grandi linee gli elementi caratterizzanti di questo tuo percorso e che ce ne parlassi diffusamente.
La mia esperienza con le riviste, da
Mostro all’attuale Indiscreto, è stata talmente importante che non saprei da dove iniziare. All’inizio era un modo per conoscere e confrontarmi con altri giovanissimi artisti e scrittori, cosa che mi ha arricchito sia dal punto di vista umano che professionale. Si è formata una specie di “scuola di autodidatti”, in cui l’assenza di gerarchia dovuta all’esperienza (eravamo tutti neofiti) ha permesso uno sviluppo poetico e creativo molto libero. Una prassi nata per caso, che, pur privandoci dei numerosi vantaggi dovuti dalla presenza di un’autorità, ha amplificato la scomposta originalità del percorso artistico. Non credo che sia un metodo adatto a chiunque, ma lo è stato per me, che non mi trovo a mio agio nemmeno con le forme più benevole di autorità. Inoltre proporre il mio lavoro al pubblico sin da giovane è stato un mezzo sia per confrontarmici che per farmi conoscere, come ha ben esplicato Vanni Santoni (che ho conosciuto proprio attraverso Mostro) in un recente articolo. La rivista, a posteriori, è stata la formazione più utile: tutti i fondatori hanno bene o male appreso il loro attuale lavoro grazie a Mostro, e non parlo solo della scrittura o del disegno, ma anche di grafica, l’impaginazione o la programmazione di siti web.

La direzione editoriale de L’Indiscreto presenta analogie e differenze. È un lavoro recente, partito con una professionalità molto maggiore dovuta all’età: se Mostro nasceva (anche) per farci conoscere come autori L’Indiscreto è nato perché già mi conoscevano. Il progetto è inevitabilmente più adulto, per via dell’importante eredità storica della casa d’aste Pananti, del (pur esile) budget, di un’esperienza maggiore. D’altra parte però, sto ancora imparando moltissimo: la rivista cresce di mese in mese, nascono idee, si intrecciano collaborazioni, il bacino di pubblico aumenta. Grazie al supporto dei Pananti, dopo il primo anno al mio lavoro si è affiancato quello di un redattore, Enrico Pitzianti, che si è rivelato preziosissimo per moltiplicare esponenzialmente idee, confronti, conoscenze e mole di lavoro. Ho conosciuto persone capaci, da cui ho inevitabilmente imparato molto.

Quando mi è stata affidata la direzione della rivista, il primo problema è stato decidere quale carattere dargli: Quello della sua antecedente cartacea? Uno nuovo? E se sì, quale? Non ho trovato una risposta, e più che incaponirmi ho deciso di ignorare il problema. Sono lieto di questa scelta, perché col tempo mi sono reso conto che la rivista era una forma di vita; mutevole, in evoluzione, cangiante, specchio delle varie forze che vi si riversavano. Non potevo pretendere che nascesse già adulta, sarebbe stato come imporre il carattere a un figlio immediatamente dopo il parto. Adesso che è appena adolescente, il mio proposito è di crescere con lei, accettandone anche le eventuali contraddizioni – che, per restare in metafora, sono parte integrante del carattere delle persone.

 

Prima de La stanza di Therese vengono altri tuoi libri. Quali sono le figure e i temi ricorrenti nella tua opera? E soprattutto la vedi muoversi ed evolversi in una particolare direzione?
Vivo ogni mia opera come gli appunti per quella successiva. Ai miei occhi – ovviamente a posteriori, come accade con la storia – il percorso presenta un pattern evidente. Ho sempre cercato l’assoluto (o la sua negazione): per curarmi, per curiosità, per liberarmi da un’implacabile catena di domande il cui inizio è ovunque e la fine in un solo luogo. L’ho cercata nell’amore, (Anna, storia di un palindromo, e la mia opera grafica prima di Pornsaints), per rendermi conto che era il posto sbagliato. Nell’erotismo (Ultimo piano o Porno Totale, e l’altra metà della mia opera grafica, da Pornsaints in poi), per rendermi conto che era ancora una volta il posto sbagliato. Di tanto in tanto cercavo anche in quel che si è rivelato il (mio) posto giusto, con la graphic novel I., ad esempio, ma soprattutto con La stanza di Therese, un’opera con cui credo di essere arrivato a un punto di svolta, non solo poetico ma anche personale. Ora so dove cercare e come farlo, dunque non mi resta che scavare.

 

Le “pagine accartocciate” (pp. 100-103) de La stanza possono essere considerate in tuo attuale approdo? Per quello che a oggi hai compreso, in cosa consiste e come si configura l’approdo de quo?
Le pagine a cui alludi sono le più importanti del libro, eppure sono state le più ignorate e criticate. Therese le cestina, un po’ perché volevo lasciare al lettore la libertà di saltarle, un po’ perché vi si applica il celebre paragrafo del Tractatus di Wittgenstein che dice:

Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salite per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.)”.

Si tratta dello scheletro e dell’approdo delle elucubrazioni di Therese, ma se hanno fallito è una mia manchevolezza, non certo dei lettori. D’altra parte sapevo che erano troppo fugaci, dense e brevi, bisognose di maggiori spiegazioni… a differenza del restante materiale, sono ancora troppo degli “appunti”. Il mio prossimo lavoro, la cui forma ignoro ma che in qualche modo ho già iniziato, sarà ampliarle e chiarirle.

Si tratta, sebbene in nuce, dell’espressione della convinzione che il mondo sia paradossale, composto da (un’infinità di) elementi contrastanti, la cui totalità coincide col nulla. Di tale convinzione – questo è il mio gioco – se ne può dare una “dimostrazione paradossale”, ovvero un’argomentazione che è sia vera che falsa, l’unica adatta ad argomentare l’assurdo. Come tutte le metafisiche la mia idea porta e porterà per lo più disprezzo e scherno, dunque dovrò lavorarci approfonditamente e insinuarla con delicatezza e ironia.

 

Da una parte Therese che cerca il fondamento dell’assoluto, di sé, dell’essere; dall’altra la sorella pragmatico-riduzionistica. Da un parte le lettere speculative della prima; dall’altra le glosse e gli affondi della seconda. In mezzo il loro tormentato rapporto: “ci siamo ferite, accresciute, solidificate, fino ad allontanarci e divenire quasi due estranee; ciononostante credo di poter indirizzare la mia confessione solo a te, che hai assistito alla nascita della mia persona e ora al suo indolore disgregarsi” (pag. 103). Perché due donne? Perché due sorelle? Perché hai scelto questo tipo di rapporto così peculiare per trattare e far emergere le problematiche metafisiche di cui il testo è costellato?
Forse ho seguito inconsapevolmente la divisione junghiana in anima femminile e animus maschile, ma a dire il vero credo che se io fossi una donna avrei scelto due fratelli. Per un uomo, la donna è la più simile delle differenze; oltre ad essere significativo di per sé, questo mi ha consentito di non immedesimarmi troppo nei personaggi e trattarli con un minimo ma indispensabile distacco.

 

Cosa pensi della letteratura italiana contemporanea? Dal tuo punto di vista, qual è lo stato del romanzo italiano oggi? E a livello globale?
Non sono un grande lettore di narrativa e dunque non posso rispondere con pertinenza, ma solo aderendo ai miei gusti e idiosincrasie. Per quel che mi è dato vedere, accanto a ottimi e piacevoli romanzi di impianto più classico, che comunque male non fanno, ci sono interessanti proposte atte a trasfigurare la forma letteraria in qualcosa d’altro, più adatto alla contemporaneità. Le opere che più mi interessano sono queste, mentre noto con piacere che diminuiscono sempre più le aderenze al canone del postmoderno, a cui a mio parere non c’è altro da aggiungere e che non mi è mai piaciuto molto in letteratura. Ma forse sono io che sono diventato più bravo ad evitare i libri che non voglio leggere…

 

Cosa leggi maggiormente in questa fase della tua vita ?
Saggistica, scientifica e filosofica, soprattutto se ibridata stilisticamente e disciplinarmente.

 

Nietzsche ha scritto Schopehnauer come educatore, chi è stato l’educatore – eventualmente poi superato e/o combattuto – di Francesco D’Isa? Quali sono gli autori che più t’hanno formato, i suoi “maestri”, se ce ne sono?
Davvero difficile dirlo, sono una moltitudine e soprattutto cambiano in base alle fasi e alle esigenze della mia vita. Lo stesso Nietzsche che hai citato è stato fondamentale durante la mia tarda adolescenza, ma non lo è al momento (lasciando intatta la stima). L’autore con cui sento una vicinanza inalterata nel tempo, dalla prima volta che lo lessi fino a oggi, è forse Robert Musil. Non tanto per le cose che pensa, ma per come lo fa.

 

Ricorrente, centrale, imprescindibile nel tuo ultimo romanzo è la metafisica. Come va intesa la metafisica? Metafisica è termine anfibologico e suscettibile dei più perniciosi fraintendimenti, ti propongo questo abbozzo di definizione: sistema di attribuzione dei significati che informa e quindi struttura la realtà antropica, antropizzata o che comunque entra in contatto con l’uomo. Quale è invece la tua opinione in proposito? E si dà metafisica senza essere umano?
Anche se l’intervista è pubblica, conoscendoti mi sento un po’ a casa e rispondo in modo estremo: per me la metafisica è la questione più vitale. All’inizio della tua definizione aggiungerei: “
Il tentato superamento di un sistema di attribuzione dei significati, eccetera”. Nulla di umano si dà senza essere umano, dunque la metafisica così come la definisco fallisce in partenza, ma è il passo più vicino al superamento delle verità condizionate alle nostre forme mentali, sociali, storiche e fisiche. È “la cosa più importante”, il fondamento di ogni pensiero, emozione, intuizione, e se viene ignorata è perché ci vuole coraggio e sconsideratezza per adoprarsi in una missione persa in partenza. Credo tuttavia che il tentativo (di disumanizzarsi) porti i frutti più sani dell’umano.

 

“Credo tuttavia che il tentativo (di disumanizzarsi) porti i frutti più sani dell’umano” – affermazione interessante, molto. In che misura questa tua visione coincide e in che misura si differenzia rispetto al famoso assunto di Nietzsche in base al quale “l’uomo è qualcosa che deve essere superato”? Anche dal tuo punto di vista l’uomo è “un ghigno e una dolorosa vergogna”? Inoltre: superando l’uomo, o – usando le tue parole – disumanizzandosi, cosa si ottiene e perché è auspicabile ottenerlo?
Concordo con l’asserzione che l’uomo debba essere superato solo qualora non si affermi cosa deve diventare. L’oltreuomo proposto da Nietzsche, sebbene sia stato spesso frainteso, non mi convince molto, perché è ancora troppo umano, anzi, a volte mi sembra un uomo menomato di parte della propria umanità. Sono più estremista: o tutto o niente, l’uomo deve essere annullato. Il che non significa che io auspichi un olocausto globale, ma che l’uomo si riconosca – per quanto possibile, dunque mai del tutto – per il totale ricco niente che tutto è. Che perdere un’etica assoluta (e qua concordo con Nietzsche, e con altri prima e più a est di lui) non porti un disastro morale è un piacevole effetto collaterale. Chi si allontana dall’attaccamento ai premi, ai guadagni, e in certa misura persino alla propria forma, perde il movente al male.

 

La sostenibilità ecologica è per te una priorità? Quali sono le pratiche di sostenibilità che già poni in essere nel tuo quotidiano e quali – se ce ne sono – quelle che ti riproponi di adottare per il futuro?
Che buffa questa domanda apparentemente fuori tema :). Contrariamente a più o meno chiunque credo che l’uomo sia tra gli enti spiritualmente più disevoluti. Nonostante questo e in parte proprio per questo penso che la sostenibilità ecologica sia una priorità etica assoluta.

Non vedo alcun motivo razionale per essere a favore dell’allevamento intensivo e all’uccisione di animali che non siano stati allevati seguendo alti standard di qualità della vita. Penso che la distruzione di ecosistemi vegetali andrebbe limitata senza badare a un eventuale abbassamento del tenore di vita cui l’occidentale medio è abituato. Penso che sia necessario limitare al massimo il dolore che si causa a qualunque essere vivente. Sostengo che dovremmo limitare le nascite. Sono tutte convinzioni che potrebbero essere sbagliate, ma hanno solide basi razionali.

Purtroppo però sono debole, in preda a emozioni e abitudini, dunque non riesco a impormi dei comportamenti così virtuosi. Da un punto di vista individuale mi limito a mangiare meno carne possibile, scelta secondo criteri utilitaristi e a dirla tutta razzisti (più pesce che carne, perché è più salutare, mi piace molto e provo meno empatia per i pesci), a fare la raccolta differenziata – spesso male, per pigrizia e sciatteria, a operare un consumo limitato e consapevole, una cosa quest’ultima che in parte mi riesce, perché non amo possedere molti oggetti, ma non sempre perché i prodotti etici sono costosi e il modello socio-economico in cui vivo suggerisce e spesso impone certi comportamenti. Fare quel che “è giusto se tutti lo facessero” è difficile, così come talvolta è difficile capire cosa sia davvero giusto: per dirne una, se gli uomini continuano una riproduzione sfrenata, moderarla qui e ora non porterebbe alla scomparsa di una nicchia culturale?

Credo che la ricerca scientifica e l’educazione siano i fattori più importanti per ottenere dei risultati globali soddisfacenti. Non sono sicuro neanche di questo a dire il vero, ma lo credo più di tutto il resto.

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