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Michele Vaccari si occupa di editoria e comunicazione dal 1999. È consulente per la narrativa italiana di Chiarelettere ed è copywriter per Paramount Channel. È stato direttore editoriale di Transeuropa Edizioni. Ha scritto Italian fiction (ISBN), Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi), L’onnipotente (Laurana), Il tuo nemico (Frassinelli). È nato a Genova nel 1980.

intervista cura di Ivano Mugnaini


Qual è la genesi del romanzo Il tuo nemico ?
All’inizio, l’idea era scrivere un romanzo d’avventura. Mi sento da sempre in debito coi grandi autori che hanno fatto di questo genere il primo mondo in cui mi sia stata la possibilità di fuggire. L’avventura deve condurre sempre verso un altrove, provocare l’incanto; altrimenti l’obiettivo non è raggiunto. E poi ci devono essere pericolo, azione, segreti, uno o due comprimari che hanno un passato oscuro. Mi sono domandato se esistessero ancora lande inesplorate in cui ambientare una storia di questo tipo, in cui fosse, cioè, ancora possibile credere a un fantastico verosimile. Mi sono guardato intorno e ho capito che il nostro presente poteva essere quel luogo sconosciuto in cui accendere la torcia e incominciare a scoprire. Più provavo a raccontare i ragazzi protagonisti di questo romanzo, e poi i loro genitori, e poi la microgalassia di comprimari che gravita loro intorno, più mi accorgevo che l’avventura, come dinamiche soprattutto, poteva essere il meccanismo e la contemporaneità la materia che avrebbe fatto girare gli ingranaggi. 

Consideri Il tuo nemico un momento di svolta nella tua produzione letteraria o la naturale prosecuzione del tuo percorso?
Considero Il tuo nemico una specie di esordio. Non mi disturba troppo portarlo in giro, parlarne. Il tuo nemico è il primo romanzo che scrivo in cui ho cercato di lavorare su ogni aspetto della prosa, dalla voce alla storia, senza voler cedere all’una o all’altra raccontandomi la bugia che sono uno scrittore di trama o uno scrittore di lingua. Volevo mettermi alla prova sulle cose su cui da sempre mi sento molto più debole di chiunque. La differenza col passato è che non mi sono fatto sconti. Non sono venuto a patti con le mie zone comfort, non ho svuotato lla cassetta degli attrezzi, non mi sono concesso di pensare ad altro che non fosse la qualità dell’opera, ho provato a essere onesto. Non mi piacciono gli autori che giocano sporcano, che costringono il lettore a sentirsi in colpa se non ti affezioni alla loro autobiografia venduta come opera letteraria. Può capitare sia un capolavoro, ma non deve esserlo per forza perché è una storia vera. Credo nella fiction e la svolta, se c’è stata, è che questo non doveva per forza dire fare chissà quali voli pindarici. Potevo parlare di me attraverso altri personaggi, potevo ambientare una storia nell’oggi
, senza per questo fare un romanzo pedagogico o moralista. Potevo essere diretto, crudo, ma raccontare una storia d’amore tra i due nuovi esemplari della razza umana del futuro. Volevo, insomma, lasciare libero il lettore. Avevo dalla mia il fatto di aver scritto una buona serie di opere dimenticabili. Uno come me non si chiede mai che riscontro avrà il suo romanzo, ma, piuttosto, se avrà un riscontro. Non avendo nessuno chi mi aspettava, mi sono permesso la massima libertà e la massima disciplina. Credo che l’epifania, per me, sia stata soprattutto questa.

Il tuo libro descrive con vivida forza una situazione attuale caratterizzata da estremo disagio e da un aspro scontro generazionale. La tematica è frutto di una scelta deliberata o si tratta di un semplice spunto letterario? In termini più ampi, ritieni che uno scrittore possa e debba provare a modificare la realtà esistente o può unicamente esprimere il suo punto di vista e il suo stato d’animo personale?
Non credo esista un principio universale. Spesso quando scrivo mi chiedo quale sia la scintilla iniziale. Può essere un’immagine, oppure un’idea ma fondamentalmente la ragione ultima è sempre l’assenza di qualcosa. Per Il tuo nemico, ad esempio, sentivo che c’era la grande assenza di una storia che avesse il coraggio di non offrire una soluzione all’Italia in cui tutti ci ritroviamo ma che si ponesse il dubbio che il problema fosse il modo con cui ci siamo finora raccontati, il modo in cui siamo assolti continuando a ripetere che il nemico era qualcun altro, anche attraverso i romanzi. Quel sistema un po’ elitario e intellettuale, molto tipico di una componente di eletti che ha scambiato il comunismo per un salotto dove fare feste per pochi intimi, fatto di conflitti piccoli e gioie autentiche che ha cercato di confinare il problema del prendere una posizione a una questione meramente partitica. Io credo che alcuni autori debbano sacrificarsi e usare la propria eventuale visibilità pubblica per portare alla luce ciò che conta non rimanga oscuro. Se evitiamo di schierarci, ovviamente la letteratura diventa solo un fatto estetico, e forse in parte va bene anche così. Ma alcuni, alcuni devono comportarsi diversamente. Devono sentirlo, nessuno si deve sentire chiamato alla causa, ci mancherebbe. Nel nostro Paese, per fortuna, ce ne sono certi che lo fanno benissimo. Lavorandoci spesso insieme non posso farti nomi perché automaticamente ne escluderei altri. Ma questi scrittori devono essere valorizzati, recensiti, letti, conosciuti, perché loro contribuiscono alla nostra civiltà, mettono su mattoni per il domani
di tutti. Esserci nella questione sociale, non continuare a demandare, delegando all’infinito agli altri le proprie idee perché, in fondo, noi raccontiamo solo storie. Sopratutto quelli più noti che continuano a reiterare i loro successi precedenti per aumentare i propri patrimoni e poi gridano dalle pagine dei quotidiani che è morta la letteratura perché le persone non leggono dovrebbero porsi il problema del loro ruolo in questo mondo. Non creare il prodotto industriale, portare ogni volta la questione al limite, rischiare di finire nel baratro e perdere tutto. Quanti vanno e puntano i piedi con il loro editore? Il mio romanzo non cambia niente se tutti i romanzi non puntano a cambiare niente. Venendo alla questione della tematica: io, questo da sempre, non riesco ad accettare determinate falsità o mistificazioni del passato. Non riesco a sopportare come certe cose non siano raccontate o meglio: come certe storie siano state raccontate. Non è vero che i ragazzi di oggi sono degli imbecilli. I ragazzi sono sempre innocenti. Così come non è vero che la soluzione è il merito, se chi giudica è un barone universitario o l’erede di qualche dinastia che l’unico lavoro che ha fatto nella vita è selezionare persone che hanno studiato e combattutto tutta la vita per uscire dalla situazione di degrado in cui magari sono nate. Così come non è vero che la competizione è sempre positiva e che le rivoluzioni siano fatte dagli eroi. A me interessa portare sulle pagine personaggi inqualificabili chi sfruttano il bene comune per il proprio tornaconto personale, quei cattivi invisibili, spesso idolatrati per i propri risultati professionali o economici, che lavorano con impegno per affondare il nostro vivere comune, personaggi che si credono i custodi dell’etica e usano le proprie conoscenze, il proprio potere per ottenere gli scopi che si prefiggono, tutte quelle acque chete che creano mafie e le chiamano comunità che parlano con la retorica del vincitore, che vogliono l’uguaglianza  a parole ma lavorano per proteggere la bandiera per cui da sempre lottano, l’ipocrisia. Non so se scrivere cambi le cose. So che scrivere aiuta a liberarsi dai fantasmi. Ne Il tuo nemico sono loro i veri protagonisti nascosti.

Consideri Il tuo nemico un romanzo pessimista in modo assoluto o ritieni che lasci aperte vie di uscita potenziali? Oppure pensi che sfugga ad entrambe le etichette?
Il tuo nemico prova a interrogarsi sulle pieghe oscure del presente per spronare chiunque ad accendere la luce sul proprio pezzetto in ombra. Credo, al contrario, possa essere un’opera che possa spingere ad alzarsi e guardarsi intorno in modo diverso. Dare ricette è roba da cuochi televisivi, non da scrittori, penso.

Quali iniziative pratiche, secondo la tua esperienza personale, potrebbero avvicinare gli italiani alla lettura?
Prima di tutto, abolirei la pubblicazione sui quotidiani delle classifiche. Nutre l’ego degli autori e le piccole guerre degli editori ne hanno giovamento ma inquina la libertà di scelta del lettore e sposta le vendite in modo quasi sempre arbitrario rispetto alla qualità reale delle opere. In secondo luogo, punterei a pubblicare opere per tutti quei non lettori, che sono la maggioranza, completamente snobbati dal sistema editoriale italiano per una sorta di pruderie borghese che non ci permette di guardare al romanzo popolare con la necessaria intelligenza. Valorizzerei maggiormente, in tal senso, i critici che scrivono in rete perché non puntano a recensire i romanzi che hanno il bel messaggio, o il tema del momento, perché non hanno nessun diktat dal loro direttore a farlo; non hanno limiti di spazio, non hanno logiche di potere che li guidano nelle scelte, spesso hanno il polso della contemporaneità e non si lamentano del fatto che non ci sono più i Fenoglio i Calvino i Montale ma provano a vedere se qualcosa di buono ancora c’è, scoprono autori davvero misconosciuti, dimenticati da radio in pompa magna e quotidiani fintamente impegnati, non hanno amicizie con gli autori forti come i critici dei quotidiani, che quindi forniscono giudizi condizionati all’insaputa dei lettori, e direzionano le vendite e di conseguenza la lettura. Sono più liberi e fidarsi di loro significa fare un buon servizio alla lettura. Perché fai vedere a chi non legge che in Italia escono degli ottimi romanzi ma spesso gli autori non sono amici di nessuno e quindi tu, lettore, magari non lo sai. La lettura in generale, invece, perdonami, io non la vedo come un’isola da far raggiungere a tutti i costi dai lettori. Esiste, è esistita, e credo, in modalità magari differenti, esisterà ancora un po’. Leggere non è un fatto indispensabile, specie se l’idea è l’importante è leggere, e che cosa non conta. Perché a quel punto santifichiamo i depliant e veneriamo i bugiardini delle medicine. Dobbiamo raccontare che la lettura, molte volte, è un Himalaya e solo chi ha davvero coraggio, preparazione fame e orgoglio riuscirà ad arrivare in cima. Noi dobbiamo raccontare la letteratura con l’epica di cui dovrebbe essere costituita. La letteratura non deve essere venduta come uan cosa facile e piacevole. La letteratura buona è capace di sconvolgerti la vita, distruggere i tuoi paradigmi mentali, portarti in un posto dove manca l’ossigeno. La letteratura ha portato certi scrittori al vizio perduto,al suicidio, all’odio per la nostra specie, se non per se stessi. E sono solo parole, se ci pensi. Questa è la cosa incredibile. Questa idea romantica, da circoletto delle signore attempate, da amici dello scrittore, ecco questo fa male alla lettura. La letteratura per tornare a essere appettibile deve tornare a essere pericolosa

Un’ultima domanda: come ha cambiato il tuo modo di essere aver scritto Il tuo nemico e quale influenza vorresti che avesse il tuo romanzo sui tuoi lettori, sia su quelli “ideali” che su quelli più refrattari e problematici?
Non ho più paura di chi sono, e mi auguro succeda a chiunque legga questo romanzo.


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Intervista a Michele Vaccari | ZEST Letteratura sostenibile

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