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Nicola, intanto complimenti per il tuo romanzo pubblicato da una casa editrice (Voland) molto attiva e di grande ricerca. Come nasce l’idea di “Vita e morte delle aragoste

Ѐ nato intorno alla silhouette del personaggio di Vincenzo, il protagonista. Mentre scrivevo stava uscendo in libreria il mio primo romanzo, per il quale avevo lavorato in maniera molto ansiosa, cercando di equilibrare impulsività e ragione. Volevo qualcosa di diverso, uno stile più asciutto e una storia con cui sperimentare. Insomma, avevo rotto il ghiaccio e volevo cominciare a giocare col mezzo. Quindi, anziché dalla trama, sono partito dai personaggi. Ho immaginato Vincenzo e l’ho calato in quella che mi sembrava, per lui, la più calzante delle vite private. Il resto è venuto dopo, compresa la suddivisione non cronologica degli episodi: anche quella una scelta molto naturale, coerente, secondo me, col personaggio e col tipo di racconto.

Come arrivi alla scrittura? Qual è il tuo percorso?
Ho sempre scritto, ho sempre voluto scrivere. Col percorso professionale tout court c’entra e non c’entra. Sono laureato in Scienze Politiche e attualmente sono un dottorando in Studi Culturali, cioè l’anello mancante tra la sociologia e la critica, letteraria o cinematografica che sia. Studio, tra l’altro, tipi di storia che non scrivo, cioè fantascienza, distopie, utopie. Cose così. La scrittura, come dicevo, c’è sempre stata: le trame, la ricerca stilistica, i personaggi. Il godimento di stendere una cosa che ti sei immaginato. Vorrei evitare la retorica sulla necessità e l’ossessione, quindi, ecco, diciamo che scrivo e basta, e che per la maggior parte del mio tempo penso a cosa scrivere.

Quali sono gli autori a cui guardi e che puoi considerare di riferimento per te?
Sono, e soprattutto ero da liceale, un lettore senza troppi preconcetti, molto curioso. Leggevo quello che mi capitava, e anche oggi mi succede di non condividere l’entusiasmo per alcuni successi clamorosi e viceversa amare roba accolta male o tiepidamente. Ho un amico, si chiama Fabrizio, il mio critico italiano preferito, uno che sui libri e sul cinema ha sempre ragione. Ecco, nonostante questo non ci troviamo mai d’accordo. Lui dice cose giuste, da critico, serissime, implacabili; io cambio idea, mi emoziono, mi arrabbio, ci penso, ci ripenso, ci ritorno. Questo per dire che non ho modelli statici, fissi, impermeabili. Alcune certezze, quello sì. Il mio romanzo preferito è Cent’anni di solitudine, il romanzo che avrei voluto scrivere io è, a periodi alterni, Ferito a morte di Raffaele La Capria o Espiazione, di Ian McEwan. E tra gli autori che cito sempre, quando mi fanno questa domanda, ci sono Sandro Veronesi, Jeanette Winterson, Elizabeth Strout, Raymond Carver, Michel Houellebecq, il solito Hemingway, John Irving. E Rulli e Petraglia, per le sceneggiature. Il cinema, per uno che scrive, è importante tanto quanto i libri. Quello che immagini sono le scene, i volti, i fondali: senza Ettore Scola, senza La terrazza, senza C’eravamo tanto amati, avrei un immaginario molto più traballante. Per il resto credo si debba guardare a tutto, ogni giorno, anche a rischio di andare in crisi. Tutti i generi, tutti gli editori, tutti gli argomenti, tutte le età.

Il romanzo ha al centro una storia di amicizia, ma anche di crescita, e formazione, cosa volevi raccontarci?  Volevo raccontare il momento o i momenti in cui, nella vita, siamo costretti ad abbandonare ciò che ci fa sentire al sicuro, che ci offre delle risposte certe su noi stessi, allo scopo di crescere, di definirci sempre un po’ di più. La ricerca della maturazione, più che della felicità. Perciò l’aragosta: perché la sua crescita non si interrompe mai, e questo la costringe a distruggere il carapace che la avvolge per crearne uno nuovo. E così via. Mi sembrava una buona metafora, per via del fatto che l’uomo, soprattutto quando è giovane, si trova ad affrontare più volte l’esperienza abbandonica, da un punto di vista sia passivo che attivo. Gli addii alle vecchie case, alle vecchie cose, a un amore più o meno duraturo, sono propedeutici non solo alla libertà, ma anche al miglioramento, alla rifinizione del proprio io. Il punto è che lo scopriamo tardi, quando il dolore della muta l’abbiamo dimenticato, e siamo belli che formati, come nulla fosse.

Una domanda forse insolita, cosa consiglieresti come soundtrack per la lettura del tuo romanzo?
Domanda splendida. In una bell’intervento sul suo blog, Libri in musica, Cinzia Orabona ha associato la lettura del mio romanzo all’ascolto delle canzoni di Dario Brunori: ecco, questa cosa mi fa molto piacere, mi sembra calzante e quindi me la rivendo. Per il resto, nella storia c’è un personaggio, Marco, che fa il musicista. Suona folk americano, Bob Dylan e Dave Van Ronk, ma anche il greengrass, il country, John Denver, Johnny Cash, altri più recenti. Io direi di partire da lì, da alcuni pezzi storici, da ascoltare alla rinfusa, proprio come gli aneddoti all’interno del romanzo: Take me home, Country Roads, The first time ever I saw your face, Can’t help falling in love, Personal Jesus, The times they are a-changin’, God only knows e aggiungerei Hero, dei Family of the Year. Questi sette sono i pezzi fondamentali, ecco. Poi Marco, a un certo punto, suona anche molta musica contemporanea in spagnolo, ma fondamentalmente lui rappresenta la quota statunitense del romanzo. Vincenzo, invece, è molto italiano. La sua è una traccia audio diversa. Parte con Alberto Fortis e passa dai miei preferiti, Francesco De Gregori e Ivan Graziani, fino a Morgan, Niccolò Fabi e Motta. Altri sette pezzi, che sommati ai precedenti fanno una compilation credibile: Quattro cani per strada, Firenze canzone triste, Altrove, Costruire, Del tempo che passa la felicità e ovviamente Informazioni di Vincent e Vincenzo io ti ammazzerò. Questo per quanto riguarda la trama, le tematiche, ciò che nel romanzo si dice. Per tutto il resto, per l’aspetto puramente ritmico ed emotivo, credo invece che la colonna sonora sia molto più pop. Io ascolto tanta musica mentre scrivo, anche quello che passa in radio, tanta roba commerciale, e per me quelle lì sono le canzoni più ispiranti: ti danno i colori, le scene, i movimenti, i contesti. Ora come ora mi vengono in mente i Fun e Sia Furler. Ah, e la bonus track: è fondamentale, la canzone ideale dei titoli di coda: Home, Edward Sharpe & The Magnetic Zero.

Sei in tour per la presentazione del libro, com’è il contatto con le persone, che emozioni ti sta dando?
È una sensazione curiosa, nel senso che scopri due cose: uno, quali frammenti sono rimasti della tua idea di partenza, e due, che pubblico hai. Praticamente, che autore stai diventando. La cosa più bella è quando la gente viene dopo che il libro l’ha già letto, per approfondire o per farti sapere che il romanzo gli è piaciuto. Dico “la gente” ma in realtà mi riferisco a una quota quasi unicamente composta da ragazze sui venticinque anni, spesso accompagnate dal fidanzato.

Leggi autori contemporanei e se sì quali?
Sto terminando la lettura di un italiano pazzesco che uscirà in libreria tra qualche settimana, e subito dopo leggerò Esperimento americano di Benjamin Markovitz, edito in Italia da 66thand2nd. In genere seguo un po’ tutte le uscite, tra major e indipendenti. Quest’anno mi sono innamorato del romanzo di George Saunders, Lincoln nel bardo, che ha vinto il Man Booker Prize, e di un italiano uscito per Einaudi a gennaio, Il giro del miele di Sandro Campani. Per il resto non ho autori nel cassetto che leggo solo io, con cui fare bella figura nelle interviste: leggo tutto quello che posso, gli imprescindibili e gli emergenti. I nomi grossi sono gli stessi che ho fatto poco fa: McEwan, Veronesi, Houellebecq, Strout e Winterson sono vivi, giovani e credo in salute, quindi più che contemporanei. Mi piacciono tutti quelli che sarebbe inutile citare, soprattutto in autunno: i soliti papabili per il Nobel, che si fanno compagnia ogni ottobre su Ladbrokes. I nuovi classici. Anche per questo sto più attento agli italiani. Leggendoli, mi sembra di partecipare alla scoperta di qualcosa. Tunué, per esempio, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni, propone voci che è fondamentale appuntarsi, tenere d’occhio. Così come LiberAria, Autori Riuniti eccetera; mi vengono in mente queste ultime due perché ho fresco il ricordo dei loro stand al Book Pride di Genova. Certo, hanno avuto come sorelle maggiori Pequod e minimum fax, che hanno scoperto e pubblicato gente tipo Mario Desiati, Alessio Torino, Valeria Parrella e Giorgio Vasta. Oro puro, che meraviglia.

Hai altri progetti in cantiere?
Sto lavorando a una storia, è una cosa che ho in cantiere da un po’. Per ora ho da difendere Vincenzo Teapot e da leggere una valanga di distopie di cui non mi libererò facilmente. Anche in fase di scrittura, credo. Se il prossimo romanzo sarà ambientato in una Cosenza del 2030, con le sentinelle alle uscite autostradali, sappiate che la colpa è di Margaret Atwood.

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Intervista a Nicola H. Cosentino

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