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riccardo duranti

Foto di Edo Ferri

di Antonia Santopietro |

 

Abbiamo il piacere di ospitare Riccardo Duranti, traduttore italiano delle opere di Raymond Carver, scrittore egli stesso e oggi editore di Coazinzola Press.

Riccardo Duranti ha insegnato per molti anni Letteratura Inglese e Traduzione Letteraria alla Sapienza.
Ha tradotto oltre all’opera omnia di Raymond Carver anche altri importanti scrittori come John Berger, Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Michael Ondaatje, Nathanael West, Richard Brautigan, Caryl Churchill, Elizabeth Bishop, Henry David Thoreau, Edward Bond. Ha scritto inoltre diverse  raccolte di posia: Bivio di voce (Empirìa, 1987), The Archer’s Paradox (The Many Press, 1993), L’affettuosa fantasia (Aracne, 1998), Made in Mompeo. Haiku e immagini (con Rino Bianchi, Corbu, 2007) e Meditamondo (Coazinzola Press, 2013).


Importante e nota la sua brillante carriera di traduttore letterario, e come tutti sappiamo importante riferimento dell’opera di Carver in Italia; cosa l’ha messa sulla sua strada? Come è avvenuto l’incontro?
L’incontro con Carver è stato così bizzarro e imbarazzante che ne ho fatto il soggetto di un racconto, pubblicato in orsacchiotto carverL’orsacchiotto Carver e altri segreti, pubblicato da Ianieri. Si vede che era destino. Comunque, è stato un caso in cui la traduzione è diventata un prolungamento dell’amicizia, perché per la maggior parte è stato un modo di elaborare il lutto per la sua prematura scomparsa, un modo di recuperare una voce amica perduta.


Tradurre opere letterarie è prestare una voce a un autore nel Paese di pubblicazione, un’importante
responsabilità. Come si affronta, al di là della competenza tecnica?
Come dico spesso, sulla mia vocazione traduttiva ha influito molto un proverbio di Leonardo da Vinci in cui mi sono imbattuto da adolescente: “Chi può bere alla fonte, non beva dalla brocca.” Io l’ho interpretato come una diffida dal leggere traduzioni. Ma presentava l’altra faccia: “E chi non può bere alla fonte, che fa? Muore di sete?” E allora, ho usufruito io stesso delle traduzioni dalle lingue-fonti cui non riuscivo ad arrivare e ho cercato di riempire brocche (nel modo più accurato possibile) per portare ristoro a coloro che non arrivavano alle fonti cui attingevo io. Ecco, insomma, è un compito che si affronta con senso di responsabilità, sforzandosi di mantenere intatte le caratteristiche di freschezza e purezza del testo di partenza.

Cosa pensa del rapporto tra Gordon Lish e Raymond Carver, a suo avviso l’apporto di Lish è stato davvero così determinante per il successo di Carver?
carverPenso che Lish abbia aiutato molto Carver, sia prima che, paradossalmente, quando ha massacrato di tagli What we talk about when we talk about love. Lui aveva uno scopo preciso per fare quell’operazione: imporre una sua idea minimalista e spersonalizzante della letteratura. Ci è riuscito, però, solo perché i racconti di Carver erano così ricchi e intensi che riuscivano a sopportare anche amputazioni gravi. Basta leggerli nella loro forma originaria (Principianti) per rendersene conto. Il tentativo di Lish (peraltro abilissimo) di imporre una narrativa epurata dai sentimenti poteva riuscire soltanto su materiale talmente impregnato di umanità da sopravvivere anche a dispetto dei tagli. Invece, basta leggere i racconti scritti da Lish stesso per capire che la sua visione asettica e anaffettiva del mondo non regge la prova della lettura.

C’è un aneddoto del vostro rapporto che ci può raccontare?
Quando Ray venne in Italia, nella primavera del 1987, cambiò all’ultimo momento il suo programma per venire prima a Roma e poi a Milano, dove Garzanti aveva preparato il suo debutto in Italia con una mega-presentazione allo Spazio Prada. Io, all’inizio, non me ne resi conto e approfittai della sua venuta per fargli fare un reading all’Università “La Sapienza” dove lavoravo. Improvvisamente, il mondo dei media andò in tilt e parecchi giornalisti piombarono sull’evento di Roma che si rivelò essere il vero esordio italiano di Carver, “bucando” la presentazione di Milano. Inutile dire che Ray fu molto divertito dalla cosa.

C’è un autore che avrebbe voluto tradurre?
Più di uno: J.D. Salinger e anche William Gaddis.

Veniamo alla sua avventura editoriale, con Coazinzola Press, quali sono le caratteristiche di questo progetto? Come nasce e ci parli delle sue scelte come editore.
Nasce dopo quarant’anni passati, in vari ruoli, nella filiera editoriale e dalla consapevolezza delle sue distorsioni, causate dalla svolta managerial-industriale dell’editoria che poi ha portato alla crisi attuale. C’è senz’altro un elemento donchisciottesco nella mia iniziativa: dimostrare che il ruolo di mediatore tra autori e lettori può essere rivestito meglio da un editore-artigiano che non rivendica alcun ruolo egemone nel circuito, senza imporre agli autori cosa scrivere e ai lettori cosa leggere, ma sceglie sulla base della qualità e originalità della scrittura e condivide le sue scoperte con il pubblico che riesce a raggiungere. La libertà di una scelta autonoma basata sulla qualità e l’originalità di ciascun testo e non su tendenze di moda o potenzialità di vendita mi sembra una caratteristica irrinunciabile in questo mestiere. I testi che pubblico sono tutti molto diversi l’uno dall’altro, ma accomunati da una necessità di essere scritti condivisa sia da esordienti che da veterani.
(ndr Trovate qui Il catalogo dei Coazinzola Press)

Esordire come autore è molto difficile non lo è meno intraprendere in ambito editoriale, cosa la motiva?
Come autore di poesia ho esordito già dal 1987, anche se il mio ritmo di pubblicazione si misura a intervalli di 10-12 anni. Nella prosa ho esordito di recente, grazie all’intuito di un collega-editore che ha capito avevo qualcosa nel cassetto. In tutte le mie attività letterarie cerco essenzialmente di essere fedele a un motto che avevo assunto quando, da giovane, studiavo negli Stati Uniti: “Dare, Care, Share” ovvero “Osa, Mettici il cuore, Condividi”. Se con audacia scelgo di fare qualcosa, cerco di portarlo a termine con passione e, se ritengo ne valga la pena, lo condivido con gli altri.

Che idea ha del panorama letterario attuale?
Quel po’ che ne riesco a vedere mi pare variegato (ma con una pericolosa tendenza all’omologazione) e mosso. C’è una diffusa tendenza all’improvvisazione e poca disposizione all’attesa, alla decantazione, all’umiltà dell’accrezione lenta. Vedo grosse potenzialità espressive nell’ibridazione e nella contaminazione di vari tipi di linguaggi e di media, ma anche qui si otterranno risultati interessanti solo se si riuscirà a essere originali, a curarne l’elaborazione con criteri qualitativi alti e a trovare i canali giusti per diffonderli.

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Intervista a Riccardo Duranti

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