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mescolo tuttoIntervista di Antonia Santopietro

Il 9 Giugno è uscito il libreria, edito da Tunuè il romanzo esordio di Yasmin Incretolli, Mescolo tutto. Lo ricevo dall’ufficio stampa della casa editrice, e come spesso avviene, leggo le prime pagine per farmi un’idea. E poi, cosa che non mi accade quasi mai, lascio il resto per continuare a leggere, completamente folgorata da questa scrittura. Amo entrare a gamba tesa nelle identità degli autori esordienti soltanto attraverso i loro scritti, e solo dopo mi faccio un’idea della loro personalità cercando in giro, e qui qualche riscontro già c’era, questo libro è stato menzione speciale del Premio Calvino 2015, l’autrice è giovane e già molto apprezzata, insomma mi trovo di fronte a uno di quei casi di talento acclarato. Il romanzo si fa leggere con una immediatezza che non lascia spazio alla distrazione, la storia esige di essere appresa, interiorizzata e osservata su una moltitudine di piani diversi, in primis quello del linguaggio. Il romanzo ha come tratto distintivo una innovazione tecnico-linguistica e usa diversi meccanismi: la fusione, la contaminazione terminologica, la generazione di suoni e neologismi, fino all’apertura a una modalità lirica; questa vera e propria lingua risponde a necessità diverse, assomiglia a una nenia a volte, è una maschera di difesa altre, uno specchio e barriera in molti momenti. La storia di Maria e Chus e la loro sfida alla vita lanciata su estremi sismici di un’emotività debordante, è un concentrato di crudezza e dolcezza, intimismo e viaggi interrotti nell’affetto tra coloro che per primi dovrebbero garantirlo. Maria è un simbolo con la sua fragilità incattivita, dell’urlo di dolore, e bisogno di carezze lanciato nel silenzio più fustigante, nella solitudine che traduce le emozioni in codici di un medium comunicativo sempre più personale e ristretto. Aprire un varco in quelle lettere incastrate e sovrapposte del soliloquio della giovane protagonista è quasi impossibile se non si affida allo sguardo di un amore totale – non quello fideistico e non quello amicale, ma l’amore genitoriale, che è stato assente – il compito di ricucire la falla. Qualcosa di meglio della madre, avulsa e disperata, può la nonna, figura appena sopra una media attesa di affettività.  E molto inconsapevolmente potrà fare qualcosa in più Chus, nel tentativo di penetrare quel linguaggio criptico con momenti di calore umano. Così il gesto afflittivo estremo rivolto al sé diventa una scrittura in codice sulla pelle. Maria usa il suo corpo come una tela, le pareti di una stanza privata o una cella in galera, su cui incidere la propria esistenza a tacche sempre più profonde. Non è una vita di attese quella di Maria, ma di esperienze che formano, e che le insegnano l’auto aiuto, il bastare a sé stessi, la maturazione che passa per il perdonarsi.

Ci sono molte centinaia di Maria, e questo romanzo così intenso e fulmineo nella sua capacità di restituirci al mondo, dopo la lettura, con una esperienza in più, ha inoltre il pregio di aver trattato un tema quale quello dell’autolesionismo indice di disagi e rotture della sfera affettiva, senza divenire né buonista né prescrittivo né censorio. E dell’autrice che ospitiamo per questa intervista posso dire, che sebbene siano stati richiamati illustri riferimenti letterari, mi piace pensare che la scrittura di Yasmin Incretolli sia accostabile solo a sé stessa avendo aperto la strada ad un riferimento del tutto nuovo su cui le generazioni di scrittura future dovranno far scuola.

Sei una scrittrice di talento innato, cosa è per te la scrittura?
Un piacere che impegna la mia mente di continuo, l’ingrediente per raggiungere la viva soddisfazione di me stessa, e sopratutto, come la domanda lascia trapelare, una capacità che avverto naturale.

Il tuo romanzo d’esordio, Mescolo tutto, ha fatto molto discutere e denota coraggio e sperimentazione, come origina mescolo-tuttol’idea esattamente?
Volevo creare una storia in cui il linguaggio fosse focale, avesse un appeal molto personale a contraddistinguerlo e renderlo proprio. Bensì dovevo trovare il modo di farlo funzionare senza rischiare di scivolare in un esperimento fine a se stesso, la lingua doveva veicolare dolore, smarrimento, disagio, desiderio d’evadere, perciò il frullato d’arcaismi e neologismi che la protagonista utilizza come una lama che divide in un colpo la realtà.

Maria è un personaggio dall’infanzia difficile, ha una madre che si disinteressa di lei e molto problematica, un padre inesistente una nonna che sembra quella che più la ama ma che in realtà è forse solo la meno peggio, Maria pone una barriera tra sé e il mondo per poter gestire un dolore che assomiglia al vuoto esistenziale e a un daimon e si provoca lesioni. Quanto sappiamo oggi di questa dinamica a tuo avviso, e come va individuata e supportata?
Nelle civiltà precolombiane era peculiarità dei riti spirituali forare il corpo per raggiungere l’estasi e compiacere le divinità, l’autolesionismo aveva significati religiosi che ben si discostano, invece, da quelli sintomatici e patologici che gli attribuiamo nei tempi odierni. In un vecchio saggio edito da Frassinelli l’autrice, al contrario, teorizza l’atto di ferirsi come positivo, purificatorio, quasi di resurrezione, già Karl Menninger nel ’34 crea una separazione tra desiderio di suicidio e autolesionismo come “vittoria di Pirro, dell’istinto di vita sull’istinto di morte”.
Maria si fa del male perché proviene da una famiglia dove i valori sono orribilmente deformati, composta da una madre che la vuole morta e da una nonna che la manipola affettivamente attraverso il cibo. Ed è interessante, a proposito, come l’autolesionismo sia stato ipotizzato non come una punizione verso se stessi ma verso una madre troppo interiorizzata. E in una società dove le madri sono ritenute le uniche responsabili della cura dei figli, è normale che Maria incolpi totalmente la sua per il dolore che prova, innalzando, recriminando, e quasi difendendo una padre mai esisto, e dunque impossibilitato a deludere.
Per quel che ne concerne la mia esperienza, individuare una persona che si ferisce può essere difficile, i tagli molto spesso vengono ben nascosti e mostrati solo a chi sai che non ti tradirà. Per il supporto è consigliabile intraprendere un percorso psicologico che coinvolga anche la famiglia.

Maria è un cattivo esempio? Seconda una certa morale potrebbe essere una bad girl, a noi invece sembra che sia più una figura cristica, una piccola donna che deve immolare il suo corpo al dolore per riappropriarsi di una purezza e innocenza che non le sono state concesse? Abbiamo colto questo aspetto, e chiediamo a te se è una interpretazione valida.
Credo che entrambe le definizioni siano errate. Non può certo essere considerata una bad girl perché non ha cattiveria, e neppure una figura cristica perché lei s’immola al dolore, nel caso dell’autolesionismo, per inviare messaggi polisemantici che abbisognano solo degli occhi per essere recepiti. In questo senso possiamo definirlo un paralinguaggio, ritornando alla questione dell’incomunicabilità all’interno d’una comunità che non s’avverte propria.
Maria diventa un cattivo esempio dal momento in cui crede che per farsi amare da un ragazzo bisogna appagarlo fino a farsi spersonalizzare e trattare – letteralmente – come una bestia. Ho cercato d’inserire questa morale verso la conclusione del testo: Maria ritorna alla sua vecchia vita dopo la fuga verso il nord del paese perché dipendente da Chus, l’argentino coetaneo che la vessa e umilia (indubbio se sia amore l’elemento disputato. Riconduco a craving tale perentorietà), e solo dopo un esplicito rifiuto, seguito dalla consapevolezza d’esser rimasta sola ancora una volta, capirà finalmente che chiunque ti tratti male non ti merita.

Non ci pare che il finale sia senza speranza, il messaggio ci conforta, Maria può esemplificare una voglia di andare avanti, ma è possibile che i disturbi che portano all’autolesionismo possano trovare soluzione senza il ripristino di riferimenti affettivi sani e un aiuto professionale?
Solitamente l’autolesionismo cessa gradualmente verso i 24 anni, sebbene esistano casi che coinvolgono persone più mature, è un comportamento prettamente adolescenziale.

Tu sei stata avvicinata a Gadda e Burroughs, come la vedi? la vedo bene, sono lusingata, tu che dici ?
Credo che il motivo principale sia la destrutturazione della lingua, la frantumazione delle leggi grammaticali che si trova sia in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana sia in Pasto Nudo sia in Mescolo Tutto. Sono stata accomunata anche ad altri autori: Burgess, Hubert Selby Jr, Rimbaud.

Hai scritto questo testo a 19 anni, come immagina il futuro editoriale oggi Yasmin?
Difficile dirlo, spero di poter scrivere altre opere di qualità ed essere pubblicata da editori meritevoli come lo è stata la Tunué.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari classici e quali quelli contemporanei?
Per ciò che concerne la mia scrittura non seguo nessun modello in particolare, e i miei gusti letterari sono diversi, in questo momento sto leggendo l’opera omnia di Elke Nakers, ad esempio. Mi piace variare, alterno continuamente narrativa a saggistica. Da bambina adoravo spaventarmi e leggevo Lovecraft, Poe, crescendo sono passata a Woolf e Flaubert, in seguito mi sono appassionata alla letteratura italiana del novecento come Pasolini e Pirandello.

Sei stata molto attaccata sui social, come hai vissuto questo momento e cosa pensi delle opinioni contrastanti?
Onestamente ho cercato d’essere il più distaccata possibile dalla questione per evitare di sprecare del buon tempo da dedicare al lavoro. La maggior parte dei polemizzanti non aveva neppure letto il libro, per criticarmi usava pretesti assurdi come il contenuto d’una video-intervista rilasciata dopo l’insigne di menzione speciale Premio Italo Calvino XVIII dove ero, evidentemente, molto emozionata.
Trovo normali i pareri contrastanti, la mia è un’opera prima e credo giustificabili alcune ingenuità, inoltre penso che la letteratura debba sempre far discutere per essere definita tale.

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Intervista a Yasmin Incretolli, autrice di Mescolo tutto