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Azzurra de Paola nasce a Roma nel 1983 e vive in Svizzera. Ha pubblicato Benedizione per la bassa moltitudine con Le voci della Luna (2012) e La verità è un mondo terrificante con L’Arcolaio Edizioni (2014). Estratti de La verità è un mondo terrificante sono usciti per Le Courrier di Ginevra con traduzione in francese a cura di Lepori Pierre e per Le monde diplomatique di Parigi a cura di Mia Lecomte. Il peso minimo della bellezza è uscito con LiberAria Edizioni nel 2016 e  recensito da ZEST qui.

Cos’è la scrittura per te?
Sembrerebbe una domanda molto semplice, invece non lo è affatto. La scrittura è un mezzo di comunicazione come un altro, neanche il più immediato. Per esempio, avrei sempre voluto imparare a disegnare perché mi sembra più facile comunicare con le immagini. Purtroppo, a dispetto delle apparenze, non credo siano arti che si possano imparare. O meglio, si può apprendere una capacità tecnica che va bene soprattutto per un certo tipo di ambiente a cui, a mio avviso, appartengono la maggior parte di quelli che chiamiamo scrittori. Di sicuro, la scrittura per me non è marketing né pubblicità né dediche né tutto quello che riguarda il mondo editoriale. Credo anzi che bisognerebbe pensare a delle figure ad hoc che si occupino di tutto il girotondo che c’è intorno al testo scritto, piuttosto che affidare questo compito allo scrittore. Sono due mestieri diversi e non è detto che si completino a vicenda. La scrittura è un modo per dire qualcosa di importante che trascenda la piccola finita realtà di chi scrive e che chiunque lo legga possa dire: è vero, l’ho provato anche io. Credo debba essere uno specchio dove guardarsi dentro – chi scrive e chi legge – e riconoscersi, altrimenti è un esercizio di stile. Per carità, vanno bene anche quelli. Anche io a volte ho scritto su commissione cose molto brillanti. Però scrivere è un’altra cosa, ecco.

Quali sono gli scrittori che più hanno influenzato il tuo stile?
Questa è la domanda che mi rivolgono più di frequente. In realtà ho letto molto e di tutto quindi non saprei dirlo. Ci sono delle voci che sento affini, che mi mettono davanti a delle realtà che riconosco e scrittori con cui, a distanza di secoli o di chilometri, mi sembra di avere una relazione amorosa. Ho cercato di essere il meno accademica possibile, questo sì. Ho studiato fino all’università quello che tutta la retorica del buon intellettuale prevede, e ho scritto cose intellettuali, secondo i parametri, con tutti i termini al posto giusto. Solo che non ero “io”. È sopra e sotto certi standard che ho trovato la mia voce ed è lì che ho cercato altre voci, non necessariamente come la mia ma che non tenessero a distanza le persone e le parole da scrivere. Non ho grande simpatia per quelli che scrivono con la schiena dritta e un certo aplomb. Mi viene in mente Ingeborg Bachmann quando dice “Immer hab ich den Geruch geliebt, den Schweiss, die Ausdünstung am Morgen, auch die Exkremente, den Schmutz nach langer Bahnfahrt und in einem Bett” che significa “sempre ho amato l’odore, il sudore, l’esalazione del mattino, e gli escrementi, la sporcizia di un lungo viaggio e dentro un letto”. Lei per esempio è una voce che mi parla continuamente, ogni volta che la leggo. Mi parla Wallace, l’“analfabetismo” della Kristoff, la protesta di Joyce Lussu, Breton e un certo surrealismo non accademico, il sarcasmo underground di Palahniuk e Welsh così come l’erotismo schietto di Bataille, il bipolarismo della Morante e lo stile confessional della Sexton. Mi parlano le persone, non solo gli scrittori, che si dimenticano di fare i compiti e mi portano in qualche posto meraviglioso oppure orribile.

Cosa ha ispirato la storia de Il peso minimo della bellezza?
Ogni storia che ho scritto ha radici profondissime dentro di me. Vengono tutte da qualcosa che non è stato detto o fatto nel modo giusto. Credo sia la mia maniera di aggiustare un po’ la realtà, di dire a me stessa che mi sono accorta di quell’argomento, di quel nodo, e che sto provando a venirne a capo. Ho sempre pensato fosse tipico dei figli unici quello di dare qualche ritocco di fantasia alla realtà intorno, ho sempre detto tantissime bugie e alla fine mi sono messa a scriverle.

Il peso minimo parla di mio figlio, anche se non proprio di lui. Parla di quanto sia sbagliato e vile nascondersi dietro al fatto che si avevano buone intenzioni. Parla alla donna dentro di me che non ha avuto il coraggio di fare determinate scelte pensando fosse meglio per tutti. Volevo sfatare la morale un po’ stucchevole della vittima e peggio ancora dei buoni. Mi piaceva l’idea che nessuno fosse giustificato e allo stesso tempo spiegare che ognuno di noi ha delle motivazioni ben precise anche se inconcepibili. I miei personaggi vivono in un equilibrio precario, una dimensione assolutamente soggettiva come se il mondo circostante non esistesse. Esiste il loro grandissimo ego che continuamente deforma la realtà per quello che è. Qui credo di dover dare la colpa a Wittgenstein, il mentalismo mi ha profondamente cambiata e ha cambiato il mio modo di percepire il mondo. Il triangolo amoroso tra madre-figlio-Dottore cade continuamente da una parte e dall’altra senza riuscire a stabilire un equilibrio sano innanzitutto con loro stessi, che poi è il modo in cui funziono anche io.

Come vivi o pratichi la responsabilità ambientale?
Credo di essere piuttosto civica, nei miei comportamenti ambientali e sociali. Faccio la raccolta differenziata, cammino a piedi quando posso, non mangio carne, non bevo e non fumo. Cerco però di compensare con originalissimi drammi esistenziali ed una estenuante guerra emotiva che mi suggerisce di continuo atti di protesta.

Qual è la tua idea di benessere?
Il benessere per me è riuscire a dormire la notte. Nient’altro, solo un gran silenzio interiore.

Prossimi lavori? Puoi anticiparci qualcosa?
Avevo iniziato a scrivere un testo molto diverso, sia per trama che personaggi che ambientazione. Poi mi sono fermata. Mi sono accorta che il linguaggio che avevo a disposizione era impreciso e approssimativo. Ho bisogno di nuove parole, di nuovi occhi. Non voglio scrivere un romanzo che sia solo “bello”. Neppure “tecnicamente preciso”. Tanto meno “vendibile”. Sono passati almeno tre anni da quando ho scritto Il peso minimo della bellezza e molte cose sono cambiate, io sono cambiata. Sono sempre più consapevole di quella che sono e questa può essere una gran fortuna o una grande sfortuna, dipende dal metro di giudizio. La mia scrittura sarà onesta con la me che ormai è imprescindibile, bisogna farci i conti per quanto scomodo sia.


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Intervista ad Azzurra de Paola

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