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Foto di Dino Ignani

Intervista a Alessandro Canzian

di Antonia Santopietro

La poesia è una passione, una fonte di continua ispirazione e cos’altro per Alessandro Canzian?

La poesia è sicuramente una passione e più in generale una fonte di ispirazione. Questo nonostante la poesia sia essa stessa un prodotto dell’ispirazione. E di tanto lavoro. Un lavoro che va svolto sulla parola quanto sulla vita. Bisogna leggere e studiare molto per padroneggiare lo strumento parola. Poi bisogna vivere e analizzare il proprio vissuto e quello di chi ci sta attorno per trovare qualcosa di significativo da dire. perché senza qualcosa di importante da trasmettere cadiamo nella casistica del rumore di fondo che è diventata la musica nei supermercati, nei non-luoghi. La poesia è in effetti un non-luogo capace però di diventare luogo altro. Sintesi densa del mondo in cui si vive. E suo filtro interpretativo. Per me la poesia è come quegli occhiali a raggi x che una volta vendevano nei giornaletti che mandavano a casa (se mai hanno funzionato, non lo so). Uno schermo artificiale utile a vedere e a prendere atto della nudità delle cose.

Quali sono i tuoi riferimenti letterario-poetici e quali quelli che ti hanno formato?

La prima cosa a cui mi sono poeticamente legato, per formazione, non è stata la poesia ma certa parte di narrativa. Primo fra tutti Edgar Allan Poe. Quando poi mi sono avvicinato alle letture di poesia devo ammettere d’aver amato Petrarca, Tasso, Pascoli, Eluard, Luzi. Per molto tempo mi sono soffermato sulle varie declinazioni dell’ermetismo quanto sui vociani. Per poi approdare a Ferruccio Benzoni che a tutt’oggi considero una straordinaria lettura di poesia. Per quanto riguarda i riferimenti letterario-poetici devo fare un poco appello a quello straordinario titolo luziano che è Dottrina dell’estremo principiante per dire che tali riferimento continuano a evolvere, a scoprire nuovi approdi. A essere appunto sempre principio. Da Zagajewski al Ruffilli di Piccola colazione e Diario di Normandia, da Ida Vallerugo di Maa Onda all’Ivano Ferrari di Macello e La morte moglie eccetera eccetera eccetera.

La poesia è fissità di regole entro cui spaziare con l’istinto creativo? Quanto conta l’interruzione degli schemi nella poesia moderna?

La poesia è necessariamente fatta di regole. Di un comune accordo fra l’autore e il lettore. perché la poesia è semplicemente un modo di dire qualcosa. Una comunicazione. E come ogni linguaggio deve essere strutturato in un certo modo altrimenti o non è comprensibile oppure non è poesia, è altro. Se un tempo le regole erano predefinite oggi non lo sono più, e da tanto/troppo tempo. Oggi il poeta crea un suo personale sistema di regole e il lettore si deve adeguare. Poi ci sono anche personaggi come Strumia (recentemente edito da Einaudi) che ci vengono a dire che esistono le ripetizioni, i neuroni specchio, che ci vengono a spiegare che esiste una possibilità di consonanza tra il poeta e il lettore in quanto condividono un medesimo piano. E su quel piano, su quella specifica consonanza, si può creare un messaggio che non va solamente detto ma anche fatto sentire. L’interruzione degli schemi non ha più senso come non lo ha più il riprendere determinati schemi. Oggi è necessario trovare quella consonanza, quella rotondità che accomuna le persone sia a livello di significato che di significante. Oggi secondo me non bisogna interrompere ma incontrare.

Qual è il nesso tra poesia e realtà?

Mi vengono da citare le parole di Nicola Vacca, premio Camaiore 2016, in occasione di una sua presentazione alla Feltrinelli di Padova assieme ad Anna Vallerugo: la poesia è testimonianza dell’uomo. Che poi diventa necessariamente un la poesia è testimonianza della realtà. La poesia non esiste senza realtà, così come la poesia non deve inventare nulla ma testimoniare il mondo in cui ci si trova a vivere. Che poi la testimonianza della realtà sia anche una sottolineatura di una sua possibilità altra, ben venga. La poesia in qualche modo è uno sguardo alla realtà, uno sguardo scarnificante e impietoso. Capace però anche di supplire alle mancanze della realtà stessa in virtù della speranza umana. Spesso infatti la poesia è stata un atto di speranza quanto di coraggio. La realtà ovviamente vive a prescindere dalla poesia ma non si può dire il contrario. La poesia non esiste senza realtà e un atto concreto sulla realtà. È la sua origine e la sua destinazione.

Condominio S.I.M, qual è l’idea che sottende questa raccolta?

Il Condominio S.I.M. nasce come tentativo di osservazione e descrizione dell’uomo, delle sue sfaccettature. Molto semplicemente ho colto stimoli che vengono dall’Antologia di Spoon River di Masters quanto dalla Divina Commedia (il concetto del contrappasso è una delle questioni portanti, per quanto non visibili, del Condominio), da Pagliarani, da Benzoni stesso (soprattutto il Benzoni di Sguardo da una finestra d’inverno), passando per il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore e Kundera (cito fra tutti L’immortalità) e li ho utilizzati per interpretare le cose e le persone che vedo attorno a me. Il Condominio S.I.M. è il luogo reale dove vivo, il nome non è fittizio, e l’incipit iniziale è stato La ragazza di nome Olga. Confluito ne Il colore dell’acqua (Samuele Editore 2016, prefazione di Mario Fresa) l’idea nasceva dal fatto di avere nell’appartamento sottostante al mio una ragazza di cui non ho mai visto il volto né la presenza. Vedo che ogni tanto è in casa perché ha la luce accesa, lo vedo dalla sua finestra quando esco, ma la persona non l’ho mai vista. In quel periodo inoltre stavo vivendo una brutta delusione d’amore che mi aveva portato a riflettere sul rapporto (del tutto parmenideo in fondo) tra esistente e inesistente. Inoltre nell’appartamento sopra il mio sentivo spesso correre e negli stessi giorni sentivo verso mezzanotte una donna camminare velocemente per il corridoio fuori dal mio appartamento. Una donna coi tacchi, anche lei senza volto, senza identità. Anche lei non l’ho mai vista. So che la mia vicina si lamentava di quei tacchi e da tutto questo è nata l’idea di creare una ragazza che non esiste ma che ascolto e osservo. L’idea era che Olga stessa, consapevole della sua inesistenza, diventasse in virtù di questo esistente, reale. Un po’ come le nostre relazioni odierne oltre ai diversi social media eccetera eccetera eccetera. Da Olga ho poi iniziato a scrivere di Carlo, ulteriore personaggio che derivava da quella delusione sentimentale e nel quale io paradossalmente mi identificavo. E mi sono accorto che con Carlo cercavo di definire un concetto di felicità che poi si applicava a un personaggio che, pur non essendo dichiarato, si capisce è già morto. Dopo Carlo c’è stato un passaggio fondamentale, Anna, nel quale mi sono accorto (come spesso Villalta docet) che il personaggio andava oltre la mia capacità di descriverlo. Anna doveva essere una donna sola, dedita alla masturbazione come unica sua possibilità di piacere, di incontro, una sorta di aguzzino nella citazione mussoliniana de il cane segue sempre il suo padrone. E poi mi sono accorto che Anna è diventata omosessuale. Acquisiva, nello scrivere, una caratterizzazione che io inizialmente non le avevo dato. Dopo Anna ho scritto Giulia, questa ragazza che contrariamente ad Olga esiste ma non ha identità. Volevo criticare con Giulia il nostro rapporto con gli altri, esistenti ma non da noi considerati come tali. Infine Alberto, che forse è un po’ l’uomo che spero di diventare e che per molti aspetti assomiglia a una mia vecchia zia molto saggia. Il Condominio ovviamente è ancora in fieri e si vedrà col tempo quali personaggi riuscirà a collocare nei suoi appartamenti.

Cosa consigli ai giovani poeti?

Di non fare poesia. Di leggere, di studiare, di fare tanto esercizio e di confrontarsi con gli altri. E di vivere una vita che valga la pena d’essere vissuta donando agli altri più di quello che possono prendere. perché il significato dell’essere poeta è in quel verso, in quella singola poesia che può lasciare e che cambia, da qualche parte e in qualche modo, la vita a qualcuno. Oggi, domani o fra vent’anni non importa. I libri restano. Ma per fare quel verso o quella singola poesia bisogna avere qualcosa da dire di importante. La poesia è regalare qualcosa che gli altri non vogliono. Ma tutto ciò che un uomo può fare di buono è costretto a farlo perché è una sua responsabilità. E la vera poesia è sia una cosa buona sia una responsabilità.

Il Condominio S.I.M

 

Olga

La ragazza di nome Olga
è una ragazza che non conosco
né me ne sono mai innamorato.
Ma se me la immagino la penso
con la pelle bianca come i capelli
di mio padre, e il seno grosso
– ma la memoria non fa vedere –
e con l’utero profondo
come il buio dentro un uomo.

 

La ragazza di nome Olga
cammina ogni sera alla mia porta.
A mezzanotte, undici e qualcosa,
coi tacchi ben calcati
a farsi ricordare. Qualcuno
so si è lamentato. Poi l’altra
notte l’ho sentita urlare
appesa alle mani del compagno.

 

Ieri si chiamava Olga, domani, Carla.
Il suo nome non ha importanza
nel trascorso del racconto. Il suo
dolore è uguale al suo piacere, Olga
sa che il bene e il male sono pari
oltre il tappetino che divide dall’esterno
il tessuto molle della vita.
Si prega di bussare per entrare.

 

La ragazza Olga è una ragazza
che veste sempre ben curata,
raffinata, fin nelle fessure.
Parla correntemente quattro lingue
o cinque, non l’ho mai sentita.
Viaggia spesso per lavoro.
È dalle intercapedini del muro
che conosco la sua fede, notturna,
quando prega Dio con le ginocchia.

 

Carlo

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. È
introverso quanto basta
a gridare di notte – perché
tutto ciò che è trattenuto
prima o poi esplode –. Butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

 

Carlo è un ragazzo che beve troppo.
Vive di fronte a una cucina
che non ha più nulla da dire
né da sapere, colleziona
lattine di birra perché
gli raccontano una storia, vicino
al forno, ai libri accanto al letto.

 

Carlo sbatte la porta ogni volta
che torna a casa. Misurano
cinque passi gli spazi della sua
felicità – se si può parlare ancora
di felicità quando si hanno
i calzini sporchi e gli occhi
bucati, dall’ultima lavatrice

 

Anna

Anna è una ragazza che vive
all’altro lato del corridoio
e come una poesia di Momi
prende la vita con i gomiti,
che le braccia le ha legate
dietro la porta, tra lo stipite
di ieri e le costole di oggi.
Anna ha un amore
sconfinato per se stessa.

 

A volte mi chiedo a cosa serva
chiudere la porta a due mandate
se poi sei al primo piano e
le finestre sono sempre aperte.
Non lo chiedo nemmeno
ad Anna, che ha tolto le tende
e spezzato le ginocchia
di tutti i giorni che ha vissuto.

 

Anna ha un odore di sesso
che vorrei, ma senza toccare,
e ha gli occhi verdi come un lago
e due ragazzi che parlano di notte
dopo una pioggia, una luna sporca,
lei che s’offre, lui che parla
alle sue gambe circolari come
un modo d’essere nel mondo
senza camminare sulla terra.

 

Giulia

Giulia è una ragazza che vive
all’ultimo piano del condominio
e la incontro solo quando
Venere passa sopra Marte
e la Luna è nel loro opposto
e l’ascensore non funziona come
quando ci si deve incontrare
nella vita ma non si riesce.

 

Ho incontrato Giulia stamattina
– in questi giorni bianchi in cui
l’ascensore ancora non funziona –
ed era truccata e incastonata
tutta alle sue spalle. Forse
un appuntamento di lavoro, una
borsa raffazzonata tra le mani,
una notte da non immaginare.

 

Non ho mai parlato con Giulia
per cui questa è tutta un’invenzione.
Una finzione che crede d’essere
tanto sincera da divenire
il luogo delle sue ginocchia,
il tempo delle sue caviglie.
Il passo spedito per le scale
e a volte non le sto dietro.

 

Giulia oggi mi ha stupito.
Nella corsa delle scale la mattina
si stringeva contro il muro e
aveva lo sguardo di chi aspetta.
La bocca segregata come un bacio.
Finché guardandomi ha chiuso
i battenti della bocca e
dai che devo fare la pipì.

 

Alberto

Alberto è un anziano che vive
al primo piano del condominio
nel corridoio di destra. Credo
abbia settantanni
o poco più. Ha occhi d’uomo
che ha vissuto, rughe lunghe,
un figlio che lo viene a trovare
poco e sempre la tv accesa.

 

Alberto ha due figli ma solo uno-
va a trovarlo regolarmente
oltre lo schermo della porta.
Perché passare dal suo uscio
significa perdonare i suoi errori
e comprendere che ogni uomo
può in qualche modo chiedere scusa
senza riuscire mai a farlo.

 

Alberto non parla mai di
Monica, la donna che ha avuto
per tanti anni in moglie. Due
figli e venticinque stagioni
a dormire assieme, quasi
non lo capisco, gli stessi
odori e i vestiti da lavare
nella stessa lavatrice.
Poi un cancro, a pulire tutto.

 

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Sulla Poesia: intervista ad Alessandro Canzian