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antonio amorosiAbbiamo intervistato Antonio Amorosi, autore di Coop Connection (Chiarelettere 2016) recensito da ZEST qui

di Antonia Santopietro

 

Lei è un giornalista di inchiesta e quindi questo libro è espressione di una visione ampia della politica e della società, quali sono le motivazioni per cui sceglie di mettere a nudo il sistema delle COOP visto che si tratta della prima inchiesta su questo sistema in Italia?
Più che in passato il potere si misura con la capacità di stare nell’ombra, di essere invisibile. E il giornalismo che vale la pena fare è quello che parla del potere. Che segue e mostra le sue strategie, le sue traiettorie più segrete e potenti. Ma attenzione! Non stiamo parlando della banale attività di disvelamento del potere, le sue maschere, i segreti dei politici, dei partiti o di esercizi simili. Quella ormai, nella società dello spettacolo, è l’attività distraente del potere stesso che porta alla luce l’ovvio. Illuminando la quotidianità in ogni suo angolo. E ci fa sentire sicuri, protetti. Come se conoscessimo il mondo in cui viviamo. Quando ne sappiamo ben poco. Ce ne rendiamo conto individualmente solo quando all’improvviso ci troviamo senza lavoro o fallisce la nostra banca, o collassa la Coop dove abbiamo depositato i risparmi o c’è un attentato. Si manifesta tramite i grandi media che distraggono le masse da ciò che vale la pena conoscere. Come si muove il denaro, come i grandi gruppi finanziari arrivano alle decisioni dirimenti, quali trame tengono insieme i gruppi segreti che comandano nelle nostre società. Occorre parlare di questo e delle sue conseguenze. Ed io ho scelto uno dei poteri italiani, quello di cui pochi vogliono parlare. Quelli che si sono costruiti l’aura dei “Buoni”. Ma che è l’8 % del Pil e che con altre diramazioni pesa ancora di più nella nostra società. Più potente delle economie aggregate di interi Stati europei. Ma sa cosa rispondono i colleghi quando parli delle Coop? “Con tutti i problemi che ci sono in Italia proprio delle Coop vuoi parlare?”. È come se volessi rompere le uova alle suore orsoline. “I Buoni” infatti non sono mai oggetto di attenzione di nessuno, recintati nell’economia bonaria del mutualismo, del solidarismo, la stessa che trapela da Mafia Capitale, dall’inchiesta su Cpl Concordia e i Casalesi, dai meandri di indagini apparse e poi scomparse come Expo, Mose, Tav. E quando qualcosa trapela erano solo poche mele marce. È quell’economia che finanzia e sorregge la sinistra italiana e i suoi apparati. E si intreccia con essa. Quella che su tanti fronti, anche nell’informazione poi ti fa la morale ma che manipola, corrompe, evade, in alcuni territori ti uccide così lentamente da non accorgertene, ha rapporti con il crimine organizzato ma nessuno ne può parlare. È la stessa economia che inonda di pubblicità i grandi giornaloni mainstream e le tv e che tiene al guinzaglio o è “impastata” con la parte più inossidabile del giornalismo italiano.

Quanto ha meditato sull’intraprendere questa opera, e quanto tempo ha impiegato?
È un’idea che avevo da tempo. Ho impiegato un anno di scrittura e mentre scrivevo ho continuato a fare ricerche che si sono accatastate ad altre precedenti. Poi arrivi ad un momento x, quando tutto si sedimenta, e sai che devi scrivere. Non saprei dire quanto questo tempo sia stato, talmente sono stato immerso nell’ambiente che ho studiato. E poi un libro è sempre come un dolce. Se la nostra musa è particolarmente ispirata e abbiamo maestria nel prepararlo potremmo alla fine aver realizzato una bella sorpresa. Ma lo deciderà il lettore.

Ha mai temuto ripercussioni o forme di ostruzionismo?
Ci sono state, ci sono e ci saranno sempre. Bisogna imparare da queste esperienze. Sono i modi in cui si manifesta il potere che si sta indagando. È quando non ci sono che bisogno preoccuparsi. Vuol dire che la strada forse è sbagliata e il proprio lavoro inutile o peggio solo intrattenimento. Stiamo sempre indagando un potere. Non siamo in un salotto televisivo come tanti contenitori che si vedono oggi. Vuoti e banali e che compensano la loro inconsistenza con la velocità, il ritmo e l’accumulo di news passando da un tema all’altro. Ma spesso più son tante e più son vuote. Con poche eccezioni. Non a caso l’informazione ha sempre meno capacità di farti riflettere sul reale ed è sempre più cronaca del reale che si autoalimenta.

Qual era l’obiettivo che si era posto, oltre a quello divulgativo?
Portare il lettore in questo mondo invisibile. Farlo viaggiare con me nei suoi anfratti. Fargli sentire sulla pelle come sprizzi bontà da tutti i pori. Dai preti antimafia ai funzionari feroci, dai ministri dallo sguardo candido agli imprenditori grevi e grossolani fino al modo singolare col quale si tessono rapporti con la criminalità organizzata più violenta. È lo storytelling dell’essere buoni, che paga 2 euro l’ora i lavoratori o gli chiede di pagare per lavorare, che usa l’inefficienza dello Stato e i drammi sociali trasformandoli in business. Poi gli amici nello Stato ti aiutano con ciclopiche agevolazioni fiscali, finanziamenti, mancanze di controlli di ogni genere e ti facilitano la vita quando ti scateni in azioni borsistiche mirabolanti. Ad attraversare questi mondi ci si sente come accecati e inermi. È un’esperienza. Ma credo che solo un’esperienza emozionale, non per forza calda, può essere anche fredda, possa avere un reale valore divulgativo per i lettori.
Era il libro che volevo leggere e non trovandolo l’ho scritto. Spesso si è parlato della sinistra e delle Coop solo con il filtro ideologico del pregiudizio. E così facendo portando il miglior tributo a chi si pensa di criticare. Involontariamente certo. Ma a che serve? Se non a nascondere ancor meglio chi questo potere poi lo esercita nell’ombra? Non ce ne rendiamo conto ma la sinistra italiana controlla la nostra realtà culturale da decenni avendo occupato gli apparati ideologici dello Stato: i media, la cultura, lo spettacolo, la scuola, l’università, il pubblico impiego, la burocrazia statale. E anche solo raccontarlo a volte sembra una lotta impari. Perché stai raccontando chi fa il bene della collettività, non i propri interessi. Ma ne vale la pena.

Sappiamo che sta girando le città di Italia per parlare del suo libro, come lo accoglie la gente, cosa le chiede?
Le persone restano esterrefatte. Mi chiedono di raccontare le storie che conosco. Sono tutte inedite. Di quelle conosciute ho tracciato solo il lato oscuro che permette di capire le connection tra poteri e apparati. Al sud, forse anche grazie a quel distacco dallo sviluppo a cui lo abbiamo destinato, vanno molto in profondità. E’ come se avessero un fiuto particolare per i funzionamenti del potere. Nelle presentazioni è come se la realtà si capovolgesse. A nord sono un po’ più anestetizzati. Anche se dopo un po’, a Torino come a Catanzaro, la gente si incazza e si attiva. Quando racconto le storie del libro molti si sentono presi in giro dai media italiani. In una scuola di Locri un insegnante si è alzato in piedi arrabbiato gridando che non era possibile che nella terra dei partigiani, in Emilia, accadessero quei fatti e nessuno li raccontasse. Invece in Calabria anche l’arresto di un ladro di polli si trasforma in uno show e il ladro di polli in un pericoloso boss. Miracoli della manipolazione!

Qual è il prossimo passo?
Per adesso sono pieno di inviti e spero di averne ancora. Giro l’Italia raccontando le storie di Coop Connection. E ce ne sono davvero di sconvolgenti. Così come continuo a scrivere inchieste per i giornali nazionali per i quali lavoro. Ho però anche nuovi progetti. Ma il mio modo di muovermi mi porta a non spiegare dove andrò e cosa farò in futuro per non trovare nelle mie mete ad aspettarmi gli emissari di quel “potere” che voglio raccontare.

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Intervista a Antonio Amorosi, autore di Coop Connection

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