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Fonte: ph. di Lorenzo Castore

Chiara Barzini è una scrittrice e scenaggiatrice italiana, Terremoto, il suo romanzo appena uscito in Italia per Mondadori, già pubblicato negli Stati Uniti, narra la storia, peraltro vera, la vita di una adolescente a LA.

 

di Emanuela Chiriacò

Siamo normalmente abituati ad attendere cosa succede dopo un evento di grandi proporzioni come un terremoto, anche in California succede con il famoso Big One, lei Barzini invece sovvertendo la linea cronologica, sceglie di occuparsi di cosa succede prima di un terremoto. Perché?

Mi interessava parlare delle cose che sono avvenute nel biennio 1992/1994, un momento di grande sconvolgimento per la città di Los Angeles. Nel ’92 ci sono stati gli scontri razziali che ha portato una nuova legislatura, una nuova attitudine della polizia nei confronti degli afroamericani e una nuovo tessuto politico razziale e interraziale nella città. Ho pensato che fosse interessante tutto questo sconvolgimento sociologico, culminato poi con il terremoto del ’94, un evento abbastanza distruttivo. Volevo raccontare questa parentesi storica della città DI Los Angeles.

Il suo titolo nasce dal concetto di migrazione sismica e per mantenere la metafora sismologica il suo libro Terremoto nasce dallo slittamento tra due culture e due lingue, quella italiana di origine e quella americana di adozione, tra le quali lei si trova non vorrei dire intrappolata piuttosto contesa. L’attrito tra le due causa un grande accumulo di energia e una volta superato lo libera su carta sotto forma di narrazione sismica prima in inglese e poi in italiano. Crede che in lei ci fosse una propensione inconscia, un modo per superare un trauma affettivo/esistenziale (Mi riferisco alla parte autobiografica del romanzo: il trasferimento da Roma a LA) che l’ha portata a far ricorso alla lingua straniera come una zona franca narrativa in cui muoversi liberamente?

Da una parte c’è la migrazione e nello spostamento chi arriva in un altro luogo c’è sempre la ricerca di conforto, di qualcosa che possa proteggerti da ciò che ti circonda quindi sicuramente come narratrice ho trovato, nella lingua inglese, conforto. Io Chiara Barzini l’ho trovato 25 anni fa quando sono andata a vivere lì perché l’inglese è diventata la mia lingua di adozione, la lingua con cui ho fatto un lungo e importante percorso che mi ha accompagnato dal liceo all’università. Gli anni in cui si comincia ad appassionarsi alla letteratura, al mondo delle storie dei romanzi e sicuramente per me ha rappresentato una copertina di Linus. E poi è rimasta a far parte della mia vita, sia autobiograficamente che a livello di narrazione, è una lingua a cui sono molto affezionata.

Eugenia, la protagonista di Terremoto, è suo malgrado catapultata in mondo lontano da come lo aveva immaginato. Non c’è Beverly Hills ad attenderla, c’è San Fernando Valley soleggiata periferia di LA. Dunque allo shock, al terremoto emotivo dello sradicamento si unisce anche quello ottico, visivo che le appare straniante. Nessun appiglio con l’Italia, con l’Europa. Cosa ha scatenato in Chiara e in Eugenia questo impatto? C’è una somiglianza?

La similitudine è il senso di alienazione che credo subisca chiunque arrivi a Los Angeles dall’Europa, che si tratti di un personaggio immaginario o di una persona vera. La prima volta che si arriva a Los Angeles, soprattutto negli anni 90 oggi forse un po’ meno, è alienante e poco accogliente. Quindi sicuramente, questo aspetto ci accomuna. Avevo la necessita di raccontare una storia che fosse ai margini della società e di Hollywood, di raccontare qualcosa di autentico lontano dal glamour che siamo abituati ad attribuirle, quindi la narrazione di una sorta di lato B.

Eugenia frequenta una scuola multietnica escludente che la rende subito una outcast, forse un po’ misfit che per sopravvivere approccia un mondo indie, forse extra indie che la pone a fare delle scelte estreme: sesso, droga e sperimentazione sullo sfondo di una metropoli violenta. Il suo è bisogno di risolvere il problema del sentirsi accettata, di essere parte di un gruppo senza preoccuparsi delle conseguenze? O sono altre le motivazioni?

Credo che se Eugenia fosse stata accolta da un mondo cool e mainstream e non di outsider come succede, si sarebbe comunque associata agli outsider perché si sarebbe sentita un’emarginata, una persona fuori posto. In realtà gli outsider le danno la possibilità di sentirsi al di fuori ma non minacciata e anche di non mettersi troppo in discussione.

Dal sole californiano al sole siciliano, per parafrasare Marguerite Youcenar, in entrambe i casi, Eugenia nella sua solitudine e infelicità lo sostituisce con il coraggio, forse anche dell’incoscienza. Cosa racconto questo ritorno? E perché proprio in Sicilia?

Per Eugenia il sogno è tornare, vive la nostalgia di casa. Volevo raccontare la fine della sua innocenza, dell’illusione che l’America non l’abbia cambiata per ritrovare tutto come lo aveva lasciato; invece si ritrova con l’identità cambiata mentre lei non stava guardando. Non se n’è accorta!

Lei vive ancora tra due culture e una non esclude l’altra, cosa trova di così evidente diversità nell’approccio alla cultura green tra i due paesi? E in che modo lei si pone verso la green vision e la sostenibilità?

Intanto quando sono andata a vivere negli stati uniti nel 1994, è stata la prima volta ho conosciuto il mondo del riciclo: carta, plastica vetro e il valore del gesto perché vedevo i barboni venire a rubare dai raccoglitori vicino casa nostra. Era un’apertura per me dopo il consumismo degli anni ’80 e la cecità con cui in Italia si affrontavano certi temi.

L’America ha rappresentato un’apertura a livello di coscienza politica verso la sostenibilità nonostante sia un paese consumista con tre macchine di media per famiglia. Da un punto di vista politico però, c’è una grande distribuzione di informazioni tra le persone e ne ho fatto esperienza nell’East e West Coast dove ho vissuto. Poi però riguardo le emissioni di gas la situazione cambia, gli americani comprano SUV per girare in città senza che ne sia un bisogno reale. Los Angeles è la capitale della cultura delle macchine grandi, difficili da guidare e da parcheggiare. La benzina costa poco quindi trovo ci sia una grande discrepanza tra ciò che predicano e poi il modo in cui vivono. Però ribadisco a livello di coscienza è stato importante, ho visto il modo in cui si attivizzano, è un modo semplice in fondo, una sorta di porta a porta con cui sanno creare comunità nei quartieri e levare le coscienze verso queste tematiche e da questo atteggiamento ho tratto grande ispirazione. Ho fatto l’università in una città del nord della California che si chiama Santa Cruz vicino all’oceano, dove ci sono santuari per le foche, per le balene e la costa è molto ben preservata. In Italia siamo molto sparpagliati e pensiamo che tanto se lo faccio solo io non cambia nulla, tanto riciclo io e poi buttano tutto nello stesso posto poi per contro abbiamo luoghi che preserviamo e dove non bisogna assolutamente costruire. Per esempio a Roma c’è il parco di Veio.

In America purtroppo bastano i soldi per costruire ovunque; hanno massacrato le Hawaii con questi resort indicibili, la Baja California senza curarsi della tutela del paesaggio.

Se in Italia facessimo comunità per propagare le idee sarebbe bello e utile. Per il caos spazzatura a Roma per esempio chi si preoccupa di tenere pulita la città sono gli immigrati soprattutto nei quartieri più ricchi e dopo aver raccolto i rifiuti, accettano offerte dai residenti.

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Intervista a Chiara Barzini, un ponte tra l’Italia e gli USA

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