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Intervista a Davide Morganti autore di La consonante K, edito da Neri Pozza e recensito qui su ZEST

Davide Morganti (pseudonimo di Davide Palmieri), nato a Napoli nel 1965, ha pubblicato alcuni libri di racconti e i romanzi Moremò (Avagliano, 2006), L’asciutto e la marea (Gremese, 2007), Caina (Fandango, 2009). Scrive per la televisione e il cinema. Collabora con il quotidiano Il Mattino. È insegnante a Pozzuoli, dove vive.


di Paolo Risi

Nel tuo romanzo entrano in scena Lenin, Gesù, il Demonio, personaggi di una certa rilevanza che vengono a contatto con un’umanità mediamente disperata, senza più punti di riferimento. C’è un motivo particolare per cui fai riapparire questi “pezzi da novanta” della Storia? Di fatto Lenin e il Demonio (Gesù decisamente meno) sembrano adattarsi bene alle prerogative di un mondo fuori controllo.

No, non ci sono motivi precisi, o almeno io non li ho trovati, sono affascinato dai morti che tornano sin da quando ero bambino, infatti il primo racconto che scrissi, a undici anni, di questo parlava. Ero rimasto impressionato dal film “Horror express” che vidi in un cinema assai popolare, negli anni Settanta, del mio quartiere: Bagnoli. La scena dei cosacchi che, attraverso una specie di medium, risorgono ancora oggi fa parte della mia immaginazione assieme alla resurrezione della donna morta di parto in “Ordet” di Dreyer, che invece vidi a sedici anni. Lenin e Gesù sono in fondo delle mummie, che hanno cambiato la storia forse soprattutto dopo la loro fine. Il demonio è l’umano che continua a vedere nel male il suo migliore investimento e il male resta ancora, col divertimento, una fonte di reddito altissima che muove gli uomini come tanti burattini.

C’è un inizio, una sorgente ispirativa, un tema che ha innescato la stesura del romanzo?
Il romanzo l’ho iniziato nel 2003, poi interrotto per anni, ha cambiato struttura decine di volte, volevo creare un libro corale. Sinceramente non lo so come sia nato, non lo ricordo più! E’ passato troppo tempo, ci sono state decine di stesure, altri romanzi nel frattempo.

Il crollo del muro di Berlino è l’avvenimento spartiacque che mette in moto buona parte delle vicende contenute nel romanzo. Che ricordi hai di quell’evento epocale? Per te che significato ha avuto e continua ad avere?
Leggevo le cronache dall’Unione Sovietica sin da piccolo, mio padre, che era edicolante, portava vari giornali e io, oltre alla squadra del Napoli, seguivo le cronache dal blocco sovietico, quindi quando è arrivata la fine del muro di Berlino sono rimasto sorpreso perché credevo che il comunismo sarebbe durato per sempre. Ricordo che una volta, quando al potere c’era ancora Andropov, in una foto di gruppo di politici russi sulla rivista “Historia” notai un giovane Gorbaciov e mi augurai diventasse lui segretario del partito, ero convinto che avrebbe portato delle riforme. Del muro ricordo la folla, Rostropovich, l’immobilismo surreale delle guardie al check point Charlie, i murales. Non ha però nessun significato particolare per me, amavo e amo la letteratura russa, cèca, tedesca, i muri cadono, le pagine restano in piedi.

Nel tuo romanzo c’è una sorprendente commistione tra finzione e realtà. In certi momenti le due dimensioni si sovrappongono in modo inquietante e anche le situazioni più improbabili, nel flusso della narrazione, sembrano acquisire plausibilità (mi vengono in mente l’antropogas o la filiera per la produzione di organi umani). Quanto è vicina la realtà dal mondo ideato e assemblato nel tuo romanzo?
A dire il vero, spesso mi riprometto di scrivere in modo realistico poi mi spingo sempre oltre, diciamo che cerco di interpretare l’uomo e la modernità inventandoli, sperando che siano più reali del reale. Mentre costruisco il testo non ho mai la percezione che sia impossibile, il demonio che trattiene nella morte Cristo, impedendogli di risorgere, custodendolo in un portabagagli, nella scrittura diventa un dato certo, non inventato. L’idea era di creare un affresco del caos, che raccontasse il nostro tempo che si è disgregato come è accaduto con i muri dell’Heysel, di Berlino e delle Torri Gemelli: tre crolli che hanno raccontato in maniera diversa l’inizio della confusione nella quale viviamo. E se la Madonna appare a un Ebreo e l’Ebreo, spesso in maniera sconcia, cerca di scacciarla perché non può credere in quello che vede senza mettere in crisi la sua fede, questa Madonna è parte del caos.

Nel leggere La consonante K si rimane colpiti prima di tutto dalla trama, che è complessa ma che allo stesso tempo cattura l’attenzione e quasi la potenzia. Come sei riuscito a tenere assieme così tanti personaggi e storie? Hai adottato una “tecnica” particolare?
No, ho buona memoria e ricordo i legami, al massimo scrivevo su un’agenda i nomi perché spesso erano davvero difficili da tenere a mente! Volevo creare una ragnatela di rapporti i cui fossero presenti come delle figure geometriche che attraversano il mondo: decine di personaggi sono rette parallele, altri semirette, altri ancora rette tangenti: ci sono personaggi che si dichiarano protagonisti per poi finire dentro una nota e liquidati così, nella fossa comune della storia. Un capitolo finale ha infatti un centinaio di note, si chiama “Biografia della massa”, qui racconto chiunque sia apparso nel racconto: figuranti, comparse a cui ho voluto dare un nome e una microstoria. Nel romanzo insomma tutti hanno una faccia. C’è un susseguirsi di personaggi, alcuni, per esempio, appaiono nelle note iniziali e poi si ritrovano protagonisti nella narrazione molti capitoli dopo.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Gli autori, in senso lato, che ritieni imprescindibili? La copiosità dei rimandi, delle allusioni all’interno del romanzo fanno pensare a interessi sfaccettati, a una cultura per così dire onnivora.
Da ragazzo sicuramente Strindberg, Thomas Mann, Dostoevskij, Gogol, Bulgakov, Kafka, poi crescendo Cèline, Caraco, Angelo Fiore, Krzizanovkij, Dos Passos, Ladislav Fuks, Sinclair Lewis. Il romanzo ha però moltissimi rimandi teologici, una delle mie più grandi passioni giovanili è stata infatti la teologia, purtroppo devo dire che nessuno nota i riferimenti perché non c’è una conoscenza reale su questa materia così straordinaria.

Ritieni che La consonante K sia per te un punto di arrivo, una quadratura del cerchio dal punto di vista stilistico? Rispetto agli esordi in che modo è cambiato (se è cambiato) il tuo approccio alla scrittura?
Diciamo che è una resa dei conti, per certi versi, perché mettere insieme centinaia di storie e microstorie è stata una sfida esaltante ma non si esaurisce qui. Nel libro successivo a questo, sempre per Neri Pozza, ho scritto un racconto per ogni paese del mondo, compresi quelli non riconosciuti, un lavoro di più di mille pagine. Comunque, tornando alla Consonante stilisticamente ho cercato di essere più lineare e preciso, rispetto a qualche anno fa quando cercavo più la frase a effetto. Credo di essere oggi più consapevole, meno spaventato, la scrittura adesso la sento come una compagna, prima come una intrusa che per forza voleva la mia vita.

Cosa diresti per descrivere La consonante K? È inseribile in una tipologia? È assimilabile a un genere letterario?
Sempre difficile definire, forse grottesco – storico, si può dire?

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