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Foto presa dal web

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Ospite gradita di ZEST, altre volte ci ha fatto compagnia con le sue produzioni letterarie, la seguiamo con immenso piacere. Oggi è fresca di pubblicazione con La testa sul tuo petto. Sulle tracce di San Giovanni, Edizioni San Paolo 2016, recensito da ZEST qui.

Intervista di Emanuela Chiriacò

Origini romagnole, formazione laica, carriera da attrice, scrittrice, drammaturga e a proposito della drammaturgia, proprio in questi giorni è in scena a Roma, al teatro Quarticciolo Le difettose. Le difettose è un tuo romanzo a cui è liberamente ispirata la drammaturgia interpretata da Emanuela Grimalda. Fatte queste premesse, vorrei chiederti: chi è Eleonora Mazzoni?
Una persona alla ricerca, che ha voglia di approfondire e poi di raccontare. Una trasformatrice di vita. Se la realtà non è ciò che appare, vorrei capire cosa c’è al di là delle apparenze. Puoi raccontare la genesi de La testa sul tuo petto? È un progetto che mi è stato chiesto. Mi è stato anche indicato il personaggio su cui lavorare: San Giovanni. Quando ho appreso chi fosse il soggetto della biografia qualcosa ha risuonato in me, forte. Ho una conoscenza e una familiarità con questo personaggio che partono dalla mia adolescenza e su cui magari ritorneremo. La biografia romanzata di Giovanni apostolo si gioca su un doppio filo narrativo. Da un lato Giovanni e dall’altra Eleonora.
Da dove è scaturita questa scelta vincente?
Ho utilizzato una commistione di generi letterari, un po’ il saggio, un po’ il memoir, un po’ il romanzo storico. San Giovanni è un personaggio talmente misterioso, si sa talmente poco di lui, che non volevo fare un romanzo a tutto tondo. Volevo piuttosto un romanzo spezzettato, in divenire, non già dato, con cesure che mi permettessero di inserire la mia voce, la mia narrazione per poter fare collegamenti, salti, domande, ipotesi. Mi piace quando nelle pagine entra in gioco lo scrittore, non narcisisticamente ma per il desiderio di instaurare un rapporto intimo con il lettore, urgente, necessario.

È stato difficile parlare di Giovanni considerato che si conosce poco di questa figura misteriosa? Come hai sopperito alla mancanza di informazioni disponibili?
Non sono entrata nelle questioni più tecniche, tipo quella cosiddetta “giovannea”: se cioè il Giovanni evangelista sia pure l’apostolo e colui che ha scritto l’Apocalisse, oppure addirittura siano tre. Ho riletto i Vangeli, Atti degli Apostoli e Apocalisse, ho cercato di rintracciare tutte le notizie disponibili sulla vita di Giovanni, anche a livello di tradizione e leggende (tipo quella sulla sua possibile visita a Roma), poi ho lavorato di immaginazione. E da attrice ho tentato di mettermi nel punto di vista del personaggio, cercare di costruire una carta d’identità precisa per potermi immedesimare. Ho fatto un lavoro molto interessante sul primo secolo dopo Cristo, cercando di conoscere cosa mangiavano, come erano le città, le strade, l’urbanistica. Nel romanzo ci sono Roma, Atene, Efeso, Gerusalemme, il deserto. Attraverso una ricerca storica di elementi intercettabili attraverso le fonti, ho potuto immaginare cosa vedesse e vivesse Giovanni.

La relazione tra Giovanni e Maria e quella tra te e tua madre. C’è un parallelismo ravvisabile?
La maternità, tema già affrontato nei miei libri, non è mai solo biologica. Madri si diventa. Non basta fare un figlio. È un percorso, esattamente come accade tra Maria e Giovanni che non è figlio di sangue ma di cuore, secondo l’insegnamento di Gesù. Anche Gesù si comporta allo stesso modo con i discepoli. Il Dio cristiano è nello stesso tempo un padre e una madre con i suoi figli. Sta poi a te scegliere se accettare o no questo rapporto. Anche con i genitori naturali bisogna riappropriarsi di questa dimensione. Per anni ho vissuto in conflitto con mia madre, poi l’ho riscoperta, infatti di lei in questo romanzo racconto la smisurata dolcezza.

Lo scorso 2 ottobre si è celebrata la festa dei nonni. E tuo nonno, laddove tua madre non è riuscita a fornire risposte, è stato la tua guida, il tuo mentore verso la maturazione spirituale attraverso la lettura condivisa della Bibbia e il dono di due simboli che accompagnano il romanzo. Ce ne puoi parlare?
Mio nonno materno era testimone di Geova, un uomo che aveva abbandonato tutto della sua vita per questa fede. Un Dio, il suo, che negli anni della mia adolescenza mi metteva inquietudine, paura. Mia madre era una fuoriuscita testimone di Geova, non ne parlava mai di quella religione cupa, apocalittica, forse perché non l’aveva neanche capita e comunque non era riuscita a credere. Mia madre non mi ha saputo dare risposte. Mio nonno, invece, mi ha fatto conoscere la Bibbia, ho iniziato a leggerla a quattordici anni, continuando a rileggerla. In fondo, anche adesso che faccio la scrittrice, la lettura della Bibbia è rimasta una ricchezza. Nella Bibbia c’è tutto. E non è moralistica, dal momento che mette in scena l’umano in tutte le sue nuance, in tutte le sue scelte e pulsioni. Sono stata plasmata dal fatto che ho incontrato questo libro in giovane età. Un immaginario che è cresciuto in me, con me. Accompagnato in più dalla figura di questo nonno carismatico e affascinante che aspettava la fine del mondo. Che ogni giorno mi citava a memoria versetti e capitoli dell’Apocalisse. Allora mi inquietava. Rileggendola adesso, per questo progetto, ho trovato nuove suggestioni. Anche di Giovanni in questo romanzo racconto alla fine la smisurata dolcezza.

Qual è l’eredità del verbo di Giovanni oggi e come credi possa applicare alla quotidianità di ognuno?
D’impatto non te lo so dire. Penso però che le religioni saranno il tema del futuro. Per le quali auspico un dialogo, è chiaro. Si è pensato per un lungo periodo che la secolarizzazione avrebbe vinto sulle religioni. Mentre ha ristretto l’uomo, sacrificandone una parte importante, vitale ed essenziale. La cultura materialistica ha dimenticato lo spirito. C’è l’esigenza oggi di rivitalizzare lo spirito, e ci sono tutti i segni che questo succederà. Perciò le religioni, sia quelle monoteistiche che quelle orientali come il buddismo, sicuramente avranno di nuovo un peso di rilievo nelle faccende umane. Dico tutto questo da laica con un punto di vista laico sulla vita. Nel mio primo romanzo, Le difettose, ho fatto sì che la protagonista dialogasse con Seneca, proprio perché Seneca rappresenta quel pensiero che viene prima di Cristo e dopo la fine della credenza negli Dei antichi. Nel momento in cui esisteva l’uomo, solo l’uomo ma nella sua interezza. Anche con la sua parte spirituale.
Ne La testa sul suo petto ho ravvisato tre momenti sull’identità. La prima familiare, la seconda personale, la terza spirituale. Si crea un rapporto circolare tenuto insieme dalla creatività e dall’amore che anima la tua vita. Puoi dettagliare questi tre passaggi?
Domanda interessante. Nasciamo dipendenti. Nasciamo da una donna. Con il cordone ombelicale che ci lega. Non ci facciamo da soli. Questo nel Cristianesimo è estremamente chiaro. Il Padre è la rappresentazione all’ennesima potenza di questa dipendenza che l’uomo sperimenta con la nascita. Nasciamo da un uomo e una donna e nel romanzo faccio riferimento a un Dio che è insieme madre e padre. È vero che poi noi vogliamo rompere il cordone ombelicale. La vita è quindi una sorta di altalena in cui trovare equilibrio tra dipendenza e indipendenza. Perché se c’è troppa dipendenza comunque non sviluppiamo la nostra autonomia e se c’è troppa autonomia rischiamo la solitudine, rischiamo l’isolamento. Anche nel rapporto col sacro occorre un equilibrio tra questi due aspetti dell’umano. In fondo anche Cristo non ti toglie la libertà. Non ti costringe a credere in lui. Vuole che tu eserciti la tua autonomia, a rischio di non accettarlo come origine della vita. Questa è la possibilità più grande che Cristo ha dato agli uomini: poter dire di no. L’intimità che Cristo instaura con i discepoli, tutti, anche quelli venuti duemila anni dopo, che è una caratteristica unica di questo Dio che si fa uomo, non cancella la tua libertà. Credo che “La testa sul tuo petto” possa interessare chi crede, per riscoprire le peculiarità della propria fede, e chi non crede, per scoprire il potere della fede. Alcuni miei lettori non credenti me lo hanno già confessato. Lo dico da buddista. Il buddismo in fondo è una religione atea, nel senso che in essa non esiste nessun dio, non c’è un Dio trascendente. Il Buddha, esattamente come Mitra e Osiride, molto in voga nell’impero romano del I secolo dopo Cristo, di cui racconto nel libro, non esiste al di fuori di te e quindi non ti salva, perché il Buddha sei tu. Sei tu che ti salvi. È una visione meno consolante. Eppure anche in questa religione atea hai bisogno di credere. Nel potere buono della vita, tua e cosmica. Devi imparare una fiducia. Insomma, il tema della fede è un tema centrale dell’uomo. È la fede che ti fa vincere il deserto, come faccio dire a San Giovanni nel libro. È la fede che ti permette di avere una vita straordinaria.
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Intervista a Eleonora Mazzoni, ci parla di “La testa sul tuo petto” e del suo mondo

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