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livio-romanodi Antonia Santopietro |

Livio Romano è nato nel 1968 a Nardò, in provincia di Lecce, dove vive. Insegna italiano agli stranieri. Ha esordito con tre racconti in Sporco al sole a cura di Michele Trecca, Gaetano Cappelli ed Enzo Verrengia (Besa Booksbrother, 1998) e con un racconto in Disertori (Einaudi), a cui sono seguiti i romanzi Mistandivò (Einaudi, 2001), Porto di mare (Sironi, 2002) e Niente da ridere (Marsilio, 2007), il saggio Da dove vengono le storie (Lindau, 2000) e il lungo reportage dalla Bosnia Dove non suonano più i fucili (Big sur, 2005). Sua ultima fatica letteraria “Per troppa luce” è stata recensita da ZEST qui.

Che ruolo ricopre la scrittura nella tua vita?
Scrivo da sempre. Già a otto anni componevo questi raccontini su storie di emigranti che tornano al paese, si comprano il camioncino per fare i gelati, un giorno cadono in un dirupo e muoiono. Una tristezza da spezzarti il cuore. Poi per tantissimi anni ho inseguito il sogno di fare il giornalista di costume, ma c’era un problema: coloravo troppo i miei pezzi, sconfinavo facilmente nell’invenzione, nella messa in scena. Di lì ai racconti e poi ai romanzi il passo è stato brevissimo. Del resto non sono uno scrittore fluviale. Posso stare mesi, anni senza buttare giù qualcosa di veramente narrativo. Sì, collaboro con riviste e giornali ma le quattromila battute di un articolo son cosa lontanissima dalla narrativa. Però prendo appunti. Annoto storture, corruzioni, abomini, personaggi farseschi, episodi della vita della gente e miei. E il file word diventa sempre più corposo. Finché non decido di cominciare un nuovo romanzo.

Veniamo all’ultimo romanzo:

In PER TROPPA LUCE c’è abbondanza di materiale narrativo, la trama segue le vicende dei due protagonisti concedendosi ampie riflessioni e divagazioni. Come hai tenuto assieme tutti questi contenuti? Hai seguito una traccia affidandoti in seguito al tuo istinto di narratore o la costruzione è stata più ragionata, elaborata a priori?
Avevo due idee in particolare, due suggestioni. La prima era la storia d’amore di due anime candide in un mondo di ladri e pervertiti. L’uomo della coppia in questione mi era ben chiaro in testa, ma ero confuso sulla fisionomia da dare alla sua fidanzata, alla seconda metà di questo binomio di innocenza. Poi un giorno mi è apparsa nella sua chiarezza Simona. Che sarebbe stata sì candida, ma anche scaltra, e appassionata, e intelligentissima. E l’originario protagonista femminile è così diventato un personaggio secondario, che non significa minore: io amo moltissimo i “ruoli da non protagonista” dei romanzi, spesso son più belli degli eroi e delle eroine. L’altro filone era l’intrallazzo per cercare, con un blitz, di raggranellare soldi pubblici e dar vita a un immane luna park del tutto fuori contesto in una terra ancora relativamente selvaggia come il Salento. In particolare avevo come punto di partenza questo Francis Arrangiau, architetto cialtrone, guappo, sbruffone che avrebbe dovuto disegnare il parco tematico. Da lì alla composizione del resto del plot è stata una scoperta anzitutto per me, man mano, e una scommessa: tener su un tale edificio popolato da tanta umanità non è proprio semplicissimo.

Il romanzo è ambientato nel Salento, un luogo che siamo abituati a pensare come colorato, vivace, solare. Ma accanto all’esplosione di vitalità che pervade il romanzo, si insinuano atmosfere più contrastate, che tendono a rivelare zone d’ombra. Sono tonalità funzionali al romanzo che rivelano una forte sensibilità verso temi che riguardano la coesione sociale, il rispetto della legalità, la difesa del territorio. Cosa ci puoi dire in proposito?
Il Salento è una terra che, da una ventina d’anni, ha conosciuto un’esplosione di vitalità, di turismo, di fervore culturale probabilmente unici in Italia. Con tutte le contraddizioni del caso. Ho sempre scritto per impegno politico e sociale, lo considero il mio modo di contribuire al progresso, alla riflessione. Non riuscirei a non usare la satira, anche in dosi lievi, in un mio libro. E chi fa satira, chi beffeggia e mette alla gogna i potenti non può che farlo da un punto di vista moralistico, da che mondo è mondo. Dentro Per troppa luce c’è una tale concentrazione di putrefazione etica profondissima, radicata, che verrebbe da dire “oh ma allora non c’è speranza”. E attenzione, il mio osservatorio è il Salento perché uno scrittore narra ciò che conosce, ma la temperatura morale che vi si respira è comune a tutto l’Occidente. D’altro canto soldi, sesso, potere sono, oltre che presenti a tutte le latitudini, motori eterni di narrazione.

E tuttavia i buoni non son mai davvero solo buoni e i cattivi non riescono a esserlo fino in fondo. Lo sguardo del narratore è benevolo, indulgente. Assegna una possibilità di riscatto a ciascuno dei personaggi, come si legge nel gran finale.

Accanto a Simona e ad Antonio, i due magnifici protagonisti del romanzo, si accavallano figure di contorno stralunate, esilaranti e grottesche. Un vero e proprio campionario di varia umanità: dal finto architetto portoghese allo psicoterapeuta sloveno in disarmo, ai plurilaureati che si svendono in lavori fittizi nella comunicazione. Da dove provengono queste maschere? Come le hai concepite? Contengono dei riferimenti al reale o sono semplicemente inventate?
Inventate? Non si inventa niente, com’è notorio. Inventare deriva da in-ventio: far venire fuori. Posso dire senza tema di smentita che non c’è alcuno fra i tanti personaggi del romanzo, né alcuno fra gli innumerevoli episodi che non abbia agganci con storie che ho sentito, che ho visto, di cui mi hanno raccontato, oppure ho letto sui giornali. La realtà supera sempre qualsiasi immaginazione. I ragazzi, per esempio. Dov’è il lavoro? Cosa può fare un ingegnere spaziale se non andare via? E un egittologo? L’offerta di lavoro ad altissima qualificazione è largamente superiore alla domanda e la domanda è filtrata da nepotismi, favoritismi e le solite pastette della solita Italietta di sempre. Non resta loro che il call center, o lavori nella comunicazione malpagati ma, come dire?, cool, immersi in questo swinging Salento che è una sorta di metropoli diffusa. Perfino la principessa del Bahrein, difficile crederlo, ma è uno personaggi meno “inventati” del romanzo. Poi, è ovvio, è tutto centrifugato dentro quest’aria da farsa tragicomica, dentro questa lente deformante che è la voce narrante onnisciente. La quale ricama, esagera, smussa, travisa, allunga. Fa, insomma, fiction.


PER TROPPA LUCE è un romanzo attuale, realmente in presa diretta. C’è il ritmo forsennato e la disillusione del nostro tempo. L’assurdo si confonde con la cronaca e viceversa. Ma c’è anche la fede nell’amore. Hai dei punti di riferimento, autori contemporanei – in particolare italiani – che ritieni vicini al tuo “sentire”, al tuo percorso narrativo? Ci puoi fare qualche nome?
Sì. Il mood di Gaetano Cappelli, che per me è uno dei dieci maggiori narratori italiani viventi, quel suo “buttare tutto in vacca” anche situazioni molto tragiche, quel suo non prendersi mai sul serio, quel Sud libertino e insieme arcaico che mette in scena romanzo dopo romanzo, be’: mi hanno moltissimo influenzato. Per questo romanzo, poi, potrei trovare un ascendente in “In questa vita menzognera” di Giuseppe Montesano nonché le tantissime novelle della profonda provincia di Piero Chiara e, perché no?, “Il teatro di Sabbath” e tanto altro di Philip Roth. La mia lingua ha subito diverse contaminazioni. Da Gadda a Celati a Tondelli ai miei coetanei Aldo Nove, Paolo Nori, Silvia Ballestra. Ciascuno a modo suo ha aggiunto un tassello all’edificazione di questo timbro che in vent’anni ho cercato di costruire. Da un punto di vista tematico, poi, continuo ad amare moltissimo i narratori inglesi e irlandesi contemporanei che riescono a parlare di everymen, di gente qualunque, di storie minime, con humour e senso della commedia. Fra di loro, Hornby continua a piacermi moltissimo.


Siamo su ZEST è d’obbligo una domanda: come vivi la responsabilità verso l’ambiente?
Nel 2002 ho scritto un reportage narrativo su un tentativo di distruzione della costa, Porto di mare, edito da Sironi, e girai l’Italia più che come narratore come una specie di paladino dell’ambiente. L’anno dopo mi candidai per i Verdi, e fu un disastro che raccontai anche in Niente da ridere (Marsilio 2007 ndr), non tanto per la scarsa bontà del nostro messaggio politico, quanto per la mia assoluta inadeguatezza a propormi come leader, come decisore, trascinatore. In generale io sono un positivista che crede moltissimo nella scienza. Qui da noi viviamo uno psicodramma ambientale dietro l’altro. Prima le morti per tumore attorno all’Ilva, poi le polveri sottili provenienti dalla centrale a carbone di Cerano, poi i tentativi di cementificazione di tratti di costa mozzafiato. Da ultimo, la Xylella. Che tanti complottisti hanno immaginato esser stata combattuta male, facendo gli interessi dell’industria farmaceutica. La Procura ha infatti bloccato l’eradicazione, ma i dossier son lacunosi, la scientificità sembra un miraggio e, per farla breve, in mancanza di serissimi studi dimostrati, è molto difficile capire da che parte stare.

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Intervista a Livio Romano

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