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82170a8c-d548-4a2a-8a4c-8fcd8853337bUna settimana, l’ultima di settembre, per ritrovare il “senso dell’orientamento”.

Lorenzo Licalzi parla del suo recente romanzo e della “tremenditudine” di essere buoni osservatori.

In un epilogo nostalgico contenuto nel penultimo libro “La vita che volevo” (Rizzoli, 2009) dichiarava che non avrebbe più scritto nulla fino a quando “non sarebbero arrivate le nuvole o avrebbe pescato il tonno rosso gigante (con cui ha un conto in sospeso)”. Non sappiamo circa le nuvole, ma di un tonno rosso di 130 kg ne dà conto Pietro Rinaldi, co-protagonista con il nipote Diego della recente fatica letteraria di Lorenzo Licalzi, L’ultima settimana di settembre (Rizzoli, 2015), da poche ore entrato nella sestina finalista del Premio Bancarella, l’unico gestito interamente dai librai e dunque autorevole forse e più (mi prendo la responsabilità dell’affermazione) del Premio Strega.

Incontrandolo qualche mese fa nella libreria Culture Club Cafè di Mola di Bari in occasione della presentazione del romanzo, ho poi scoperto che questi congedi aperti sono un suo piccolo escamotage per lasciare socchiusa la porta sulla desiderabilità. Obiettivo centrato, penseranno i suoi assidui lettori, insieme alla considerazione che Licalzi potrebbe essere inserito nel novero di quegli autori che fanno bene alla propria opera (come dice Amélie Nothomb nel suo “Una forma di vita”, ndr) al punto che non si distingue se sia più emozionante leggerlo – questo ultimo libro – o più divertente sentirlo raccontare dalla sua viva voce.

Fisionomia e verve ironica ricordano un altro genovese doc, Beppe Grillo, con cui condivide quella malinconia leggera che tutti gli artisti nati all’ombra della Lanterna riversano nel loro lavori donando a questi – se sia possibile immaginarlo – un colore: il malva. Ed è proprio nel suo antico significato di “ammorbidire”, di terapeutico “mal che va” che ritroviamo quel colore anche nella scrittura di Licalzi: profonda, contemporanea, spiazzante, capace di essere una giacca a vento improvvisamente efficace anche sotto un nubifragio.

Un romanzo on the road, che porta i due protagonisti a compiere un viaggio da Genova a Roma, precisamente a Ostia, consentendo alle loro vite – apparentemente divise da un gap generazionale incolmabile – di incontrarsi. E dunque, forse, l’altro vero protagonista del romanzo è il senso dell’orientamento, quella capacità – di pochi – di essere consapevoli e presenti riuscendo, senza sforzo e in maniera quasi inconscia, a capire, nella vita, da che parte andare.

“Inizialmente – svela Licalzi – il romanzo avrebbe dovuto titolarsi così; mi sembrava adatto. Poi mi è venuto in mente “L’ultima settimana di settembre”, più poetico. Il primo poteva far pensare a un saggio, come mi hanno giustamente fatto notare alla Rizzoli dove sono molto attenti al marketing. Credo che il senso dell’orientamento, in un’accezione più ampia, sia necessario per navigare nella vita. Se ci accade una cosa bella o brutta è facile essere presenti, la sensazione è fortissima, ma quanti momenti della nostra giornata (e della nostra vita) scappano via senza la consapevolezza di averli attraversato davvero?”.

Il concetto del “qui e ora” è universale, dalla Bibbia al sufismo, alle tradizioni zen e autori come Osho, Deepak Chopra a Rhonda Byrne, tanto per citare i più noti, ascritti a una specie di epopea new age. Cosa o chi ha l’ha influenzata in questa visione?

“Ho letto tantissimo della storia delle religioni e non solo, ma non è questo ad avermi influenzato quanto forse quella disposizione a osservare necessaria nel lavoro di psicologo. Ho impiegato lungo tempo nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, poi per tossicodipendenti e infine ho aperto con un collega una casa di riposo per anziani. È quella necessità di scavare nel dolore, personale e degli altri, che risveglia”.

Anche il burbero e cinico ottantenne Pietro, assieme al nipote adolescente Diego, dovrà re-imparare a orientarsi tra la morte e la vita, le cui opposte fatalità sono all’origine di un moto che prima per inerzia, poi acquisendo sempre più forza, li tirerà prepotentemente indietro entrambi. Solo allora il passato, riavvolgendosi su se stesso, si farà osservare meglio facendo comprendere che il presente, quando si affida unicamente a se stesso, non teme alcun futuro.

Il romanzo si apre con una lettera di addio di Pietro che, ancora lucido e in forze, ha deciso di suicidarsi perché è stanco, non sopporta più nessuno e forse teme una malattia invalidante improvvisa. Vedovo da sette anni, una sola figlia già sposata che – a suo dire – presto si consolerà del suo gesto, e una ex carriera di scrittore di successo mandata a quel paese nel 1990 all’epoca della pubblicazione dell’ultimo libro intitolato, premeditatamente ed esplicitamente a spregio dello snobismo della letteratura, “Andate tutti affanculo”.

Da “Che cosa ti aspetti da me” a “La vita che volevo” e fino agli ultimi due romanzi, i suoi personaggi hanno spesso un’età matura. Pietro Rinaldi non usa mezzi termini e dice quello che pensa senza preoccuparsi di cosa potrà accadere. È anche un suo recondito desiderio che ha ora riversato nel libro?

“Il motivo principale è sempre legato alla precedente professione di psicologo. Ho lavorato per anni con persone malate, all’ultimo stadio di vita e ho avuto modo di conoscere molteplici aspetti: dalla solitudine alla sofferenza. Pezzi di storie o sensazioni a esse legate che ti restano addosso.

A me piace scrivere cose anche molto diverse tra loro. Non sono di quelli che per un romanzo di successo ci gira intorno con i seguenti perché si sa, la regola non scritta, è che ai lettori piace leggere sempre lo stesso libro. Invece a me piace sorprenderli. Ho scritto un libro che gioca totalmente con il personaggio, si ride dall’inizio alla fine (allude a “Il privilegio di essere un guru”,ndr) poi invece “Che cosa ti aspetti da me” è drammatico, e dopo ancora “Un lungo fortissimo abbraccio” che è una storia d’amore”.

Vale dunque la regola: bisogna scrivere di ciò che si conosce bene?

“Sicuramente aiuta, ma in caso contrario è importante documentarsi. Trovo che un’altra regola basilare sia l’equilibrio. Se ci si mette troppo di sé, di personale, si percepisce e per un meccanismo che non saprei neanche spiegare, il lettore si allontanerà da quel testo. Bisogna scrivere di qualcosa che sia universale e allo stesso tempo particolare. Per esempio ho in mente di scrivere un romanzo ambientato in un ospedale, precisamente un pronto soccorso. Chissà…”.

Metto nei libri ciò che sono, ciò che vorrei essere, la parte migliore, ma anche la peggiore di me. Se si vuole conoscere bene uno scrittore è fondamentale leggerlo, ma è anche importante capire ciò che non dice. Questo lo dico anche nel romanzo: occorre fare caso quando l’autore salta argomenti, quando mette difetti sempre nel personaggio più spregevole.

Gli scrittori che si mettono in gioco davvero sono pochi perché – escludendo quelli autobiografici a livello terapeutico che servono esclusivamente a chi scrive – è molto difficile confessare dei difetti a se stessi. Figuriamoci se si possano inserire nel proprio romanzo”.

E circa Diego, il nipote, c’è un motivo nella scelta dell’età adolescenziale?

“Intanto occorre dire che questa storia ha iniziato a esistere a partire dalla raccolta di racconti “La vita che volevo”; la sapevo già tutta, ma non avevo voglia di scriverla. L’idea iniziale era di creare un nipotino di 7 – 8 anni, poi ho iniziato a realizzare – e forse c’è un pizzico di autobiografia in questo – che il momento davvero magico tra nonno e nipote è quando quest’ultimo inizia a formare la propria personalità, dunque nell’adolescenza; se il nonno è ancora lucido è lì, più di ogni altro, che avviene uno scambio importante. L’ulteriore motivazione era l’aver voglia di descrivere l’altra faccia di quei giovani che oggi vengono appellati “sdraiati”; credo esistano anche quelli più maturi per la loro età, che hanno voglia di imparare”.

Riscrive molto?

“Sì, Ho scritto tutto la storia in quattro settimane, in una sorta di follia creativa, ma nei successivi tre mesi ho riscritto, asciugato circa 40 pagine”.

Imprescindibili, nella scrittura di Licalzi, gli spunti comici: espliciti e non. E’ un fiume di battute, descrizioni minuziose, in cui si avverte il divertimento stesso dell’autore nel creare iperboli al limite del surreale. Esempio ne è il povero Sid, il “cucciolo” di Diego che Pietro non sopporta, ma che ha ricevuto in temporaneo affido assieme al nipote. Sid è un incrocio tra un San Bernardo e un Terranova che è stato salvato in tenera età da Roberta, veterinaria, figlia di Pietro e mamma di Diego. “A metà tra un ultrà sampdoriano e Snoopy aviatore (come spassosamente lo descrive Licalzi) Sid diventa la mascotte del lungo viaggio dalla riviera ligure a Ostia, a bordo della “Dea”, una Citroen decapottabile anni Settanta, la macchina della felicità.

L’umorismo è la peculiarità della sua cifra stilistica. Consente di cogliere guizzi colti senza rinunciare alla leggerezza di calviniana memoria. C’è un trucco, regole da seguire per scrivere così?

“E’ molto difficile. Scivolare e lasciarsi catturare da un registro diverso e melodrammatico è molto facile, e per questa storia sarebbe bastato un nulla per cascarci. Se un trucco esiste è quello di essere credibili sia quando si vuole far ridere che quando si vuole portare il lettore a immedesimarsi con un fatto doloroso. Regole? Ci si allena. Come tutto il resto”.

Non da meno, nella scrittura di Licalzi, hanno peso i luoghi. In questa narrazione siamo con Pietro sulla Ruta, a perderci nella vastità di uno dei panorami più struggenti della Riviera di levante che ogni tanto si svela fino a Ventimiglia, e poi ancora a Porto Venere con la coppia storica di amici “del mare”, il provetto pescatore Cesare e sua moglie Teresa. Il mare è spesso il muto protagonista delle storie. Licalzi aggiunge che ha voluto espressamente che fosse in copertina e dice: “ne approfitto per raccontare il mare. E se c’è un modo per poterlo descrivere mi piace usare una frase di Zibba che nel 2014 arrivò come finalista nelle Giovani Proposte sanremesi. In realtà l’avevo già scritta, ma uso il protagonista, che è scrittore, facendo credere che sia di un suo libro: <<Mi sono sempre chiesto come fa il mare a calmarsi e agitarsi così in fretta, come fa a cambiare così in fretta d’umore. Io lo preferisco quando è calmo, ci sembra impossibile che possa esserlo così. Allora guardandolo, e lo guardo quasi sempre con attenzione, o meglio trasporto, o forse voracità, stento a starne fuori, vorrei entrarci e farne parte. Essere il mare. I pesci che ci nuotano dentro>>”.

Come è diventato scrittore?

“Non pensavo di diventarlo. All’epoca in cui avevo la casa di riposo ero abbastanza stressato. Avevamo 50 dipendenti. Ogni volta che suonava il telefono era motivo di ansia. Dissi al mio socio che mi prendevo una pausa di un anno e in contemporanea nasceva il mio secondo figlio. Desideravo godermi tutto. Dopo tre mesi però iniziavo a scalpitare, ma non volevo tornare alla vita precedente, così ho trovato un impiego come perito al tribunale di Genova. Ho chiesto al mio amico avvocato se mi passasse perizie, ma condizione principe era che sapessi scrivere al computer. Lui aggiunse: “Sarebbe anche auspicabile che le scrivessi bene perché anche la scorrevolezza ha peso nella valutazione del giudice”. Mi consigliò, per imparare a scrivere al computer, di ricopiare un libro. Presi “Va’ dove ti porta il cuore”, ma a pagina due avevo mollato. Invece poi nel tempo libero, quando andavo in giro con mio figlio, mi venivano in mente storie; è finito che ho cominciato a scrivere – storie – per imparare a scrivere – al computer -. I primi tempi pensavo che le virgole si spostassero di notte da sole. Leggevo e mi sembrava che tutto scorresse, rileggevo il giorno dopo e mi sembrava che qualcuno avesse fatto modifiche”.

Il primo consiglio per chi vuole scrivere?

“Tutti possono scrivere. Una buona dose di talento aiuta, ma per avere successo, riuscire a rendere viva la scrittura occorre aver letto tanto. Non tantissimo, ma almeno un centinaio di libri”.

C’è qualche episodio in merito ai suoi libri che le piace sempre ricordare?

“Quello più curioso è legato all’incontro tra il mio primo libro “Io no” e Simona Izzo e Ricky Tognazzi che poi hanno deciso di trarne il film, uscito nel 2003.

Un giorno mentre guardavo il Maurizio Costanzo Show dove loro erano ospiti pensai che se avessi mandato loro il libro quasi certamente gli sarebbe piaciuto perché parlavano in quel momento di fratelli e mi sembrava attinente a quanto raccontavo nel mio libro. Scrissi dieci righe, per me simpatiche, e inviai copia del libro a Simona Izzo. Non successe nulla perché in quel periodo loro erano fuori Italia a girare un film. Accade però che un loro attore una sera gli porta il mio libro e gli dice “secondo me questo potrebbe essere un vostro film”. Leggono il libro e rientrano in Italia con l’idea di comprare i diritti da Fazi. Il punto era la mia lettera, già spedita che la Izzo trova al suo rientro con il libro. Ovviamente è impazzita perché lei al karma e tutto ciò che concerne caso e coincidenze ci crede eccome. Mi ha telefonato ed era entusiasta al punto che ha creduto a un messaggio divino.

Sulle lettere ho fortuna, aggiunge. È andata così anche al tempo della pubblicazione del primo libro con Fazi. Leggendo un libro di Castelvecchi c’è un personaggio che nella finzione letteraria va alla Fazi e parla con un dirigente, tal Simone Caltabellotto. Io non sapevo nulla e forse mi pesava pure perdere tempo per indagare in merito così scrissi una lettera all’attenzione di tal Simone Cartabellotto, indicando tra parentesi “se esiste”. Dieci righe forse, ma Fazi non so come si trova con la mia lettera in cui immaginavo il paradosso di scrivere a un tipo che non esiste. Ottenni una risposta, ovvero che se il libro fosse stato così divertente come la lettera allegata, l’avrebbe pubblicato. Il resto è storia”.

Il resto di quell’ultima settimana di settembre dovete leggerlo (nonostante abbiate letto questo pezzo e quasi tutto ciò che c’era da leggere di questo autore) perché vi porterà su una montagna russa di emozioni che vi faranno ridere, arrabbiare e amare quel personaggio che tre pagine prima avreste quasi odiato.

Tuttavia, un piccolo consiglio sentiamo di lasciarlo: semmai incontrerete Lorenzo Licalzi dal vivo suggeriamo di non affermare con troppa sicumera: Mitico! I suoi libri mi hanno cambiato la vita!”. Parola di Pietro Rinaldi.

Alessandra Nenna

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Intervista a Lorenzo Licalzi

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