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Il racconto ʽʽItalia – Slovacchia, 2 a 0ʼʼ di Sergio Sozi presenta il suo personaggio Euterpe Santonastasio, anziano e coloritissimo capitano dei Carabinieri di Trieste di origine siracusana. Altre storie della stessa serie sono contenute nella raccolta ʽʽIl maniaco e altri raccontiʼʼ del 2007.

Italia – Slovacchia, 2 a 0


 

La forma del pallone
è fatta a limoncello:
calci da questo e quello,
ed esso in porta va.

(Achille Campanile)

Si mette le dita nel naso, lui. Ancora. Come se avesse cinque anni. E per scaramanzia si è appena tagliato la barbaccia incolta, trasformandola in un paio di baffi all’umbertina che… manco negli anni Venti. Be’, ormai l’avrete capito: Euterpe Santonastasio è tornato fra noi, anche se le sue settantuno primavere sul groppone ce lo mostrano meno pimpante e bevitore di qualche tempo fa, quando sparí dalla circolazione: prima la pensione come capitano dei carabinieri in forza alla Compagnia Trieste II, poi qualche indagine privata, infine… infine boh! Si faceva i casi suoi, diciamo.

E adesso eccolo qua che, seduto da solo davanti al televisore – in bianco e nero nell’Anno Domini 2010, mese di giugno, giorno 24 – si sta accaldando in mutande e ciabattacce mentre la fanfara suona l’Inno di Mameli. Lui lo canticchia sfumacchiante. Guarda il salotto liberty del suo appartamento liberty nella Trieste unpocolibertyanch’essa, ruotando gli occhi spiritati, e d’un botto si alza mentre infila la cicca in quella bocca stortignaccola, pertugio quasi senza labbra.

Speriamo di fare in tempo – dice in fretta, col diavolo al culo e i mutandoni che fanno giacomogiacomo.

Cosí messo, inizia a girare per l’ambiente. Ahi! Per poco non si brucia i sullodati baffi, dunque, bestemmiando fra i denti, spenge il mozzicone sul pavimento ma non si ferma… prosegue il giro d’ispezione, vieppiú nervoso, elettrico. Finché: Eccolo! L’ho trovato! Stava sotto al canapé qui in sala, il vigliacco!

E si calma, ripiazzandosi sulla poltrona rosso pompeiano a ghirigori dorati ellenicoarabi. L’Inno è appena finito e sullo schermo c’è la tesa confusione, tipica degli istanti precedenti alle cause sportive salomoniche; ancora dieci secondi e il primo scarponcino darà l’avvio alla tarantella. Intanto l’oggetto del desiderio appena conquistato da Santonastasio noi lo possiamo proprio vedere in primo piano: È un indispensabbile amuleto, questo! – dice lui compiaciuto, e lo accarezza, se lo strofina al cuore, lo tiene stretto fra le gambe per farlo sentire amato e vezzeggiato, onorato come un pascià. Il bicchierino ne gode, con la sua forma a capitello corinzio: è di purissimo cristallo artigianale e ha sempre accompagnato il padrone nelle sue gite fra grappe bosniache, ivoriane e guatemalteche. Prima apparteneva ai nonni, sappiamo, ed aveva attraversato l’Adriatico per giungere a Siracusa, in casa Santonastasio, a fine Ottocento, provenendo dalla natia Venezia, o meglio Murano. Una minuscola riproduzione a rilievo della Cornucopia, posta sotto il fondo, l’ha reso sin dal battesimo quel che tutt’ora resta: il principe degli antisfiga, o meglio, dice Euterpe, il re degli scudi contro gli jettatori, l’imperatore delle armi che, solo a vederle, fuggono digrignanti e sconfitti i demoni e i triconi, i monatti e gli impestatori vari – depressi impasticcati e mezzemaniche delusi compresi, che dicono ‘‘Eeeh… mi sa che qui si va a perdere… eh sí… eh sí…’’ mentre hanno lo sgardo cinereo e giallognolo, loro, certo! Hanno l’occhiastro tumefatto che si infilza dritto dritto nei cosciotti degli Zambrotta e dei Cannavaro a fiaccarli e sgambettarli. Maledetti mezzemaniche sabotatori, canterò le lodi del vostro licenziamento, un vicino giorno. Ma il Capitello non ci sta con i menarogna, no, lui vede prevede e provvede.

Provvederai, vero? – dice Euterpe Santonastasio, guardandolo con indicibile amore.

E alza gli occhi.

Alza gli occhi e vede nero dove c’era uno stadio in tripudio adrenalinico.

Nero. Non quarantaquattro scarpe a tacchetti zanniformi e ventidue calzoncini sventolanti in mezzo alle ronzantiparanoiche trombette sudafricane. No. Neronero.

Chiamarlo panico è ridicolo. Questo è annichilimento, a casa Santonastasio. A casa vostra cosa sarebbe, cosa comporterebbe quel buio televisivo al posto della diretta di Italia-Slovacchia? No, non ditemelo. Vi dirò io piuttosto che Euterpe in tre secondi di numero è già al contatore e muove spolette, preme pulsanti, gira manopolacce gialloblú, accende un’Emmessemaild che gli cade ecchissenefrega, con la mancina molla un pugnotto all’aggeggio elettrico e con la destra ne accende un’altra, di cicca, che gli si infila nelle mutande e chissenefrega, se la smorza a schiaffoni e pacche fra il pelo del bassoventre. Che partita, ragazzi!

Ma qui niente si riaccende, i volt e i watt fanno congiura: Complottano… e allora va bene, complottate, su, datevi da fare! – urla il vecchio caramba levando gli occhi al cielo, quasi a ringraziare gli dèi per l’intuizione che lo ha appena colpito. Cosí prende a correre come un giaguaro in crisi d’astinenza da lepri selvatiche: attraversa il corridoio, confligge contro l’erma in gesso di D’Annunzio del povero nonno Anfiarao e abbatte la porta rosarancio della camera da letto. Entratovi s’infila sotto il materasso del baldacchino e ne scivola come se fosse lubrificato fino al centro – lí tossisce per i fiocchi di polvereliberty che gli fan festa nel gargarozzo, agita le braccia che un elicottero in confronto è un fossile del mesozoico e finalmente vualà: Amo la radio perché libera la gente… – canticchia con il rosso parallelepipedo a batterie fra le mani e intanto scodinzola verso il bordo del letto, si rialza, muove l’interruttore, si avvia verso la sala. Un gracchio sussurra… dei balbettii… frammenti inclassificabili e cacofonie, voci? fffrz… salve ami… frzzzhk… zumpapà!… khrrr… sono le or… tttrrrrzzzh… telefonatec…. bzzzzz. Le pile le ho cambiate il mese scorso – medita Euterpe. Si piazza ancora sulla poltrona di prima cercando la sintonia giusta; ma invece della voce del radiocronista, un crac gli giunge da dietro le spalle. Che c’entra mo ‘sto crac… che… che però non viene proprio da dietro le spalle, per niente, viene da… sotto… dal… fondoschiena. Sí, esattamente da… Noooo! La Cornucopia! Alé! Ci beccheremo otto a zero! – e intanto recupera i frammenti del Sacro Bicchierino che lui stesso – lui stesso! – ha violato anzi, che dico, ha ucciso, ucciso, capite!?

Empietà! Blasfemia massima! Vergogna delle vergogne!

Euterpe lancia l’apparecchio balbettante con forza da nevrastenico, senza curarsi di dove vada a spiaccicarsi, purché deceda anch’esso, visto che suicidarsi seduta stante gli sembrerebbe dopotutto mossa eccessiva, nonostante l’atto spregevole – dal suo inverecondo deretano appena compiuto.

E ora?

Ora, una resa su tutto il fronte gli pare cosa ovvia: Mica andrò anche a sentire, io il fascinatore, io la causa della sconfitta, io il maligno, mica andrò dico a sentire la voce del commentatore mentre annuncia Italia zero Slovacchia tre. No. Io sto in pensione dopotutto. E adesso me ‘mbriaco!

Sparsi – con rabbia e rassegnazione fritte assieme nel cuore e nel cervello – i frammenti del fu amuleto (ogni pezzettino di cristallo a splendere chissadove in sala), in un attimo l’ex ufficiale è al mobile-bar. E trascorsi degli ulteriori forse venti minuti, eccolo che dorme steso sulla moquette con la boccia di un plebeissimo brandy accanto – vuota lei, pieno l’altro. E anche il suo giuramento di astemia andato in gita premio sulle nuvole, dopo diversi mesi di fedeltà. Dorme della grossa, sí… lui… privo di sensazioni, simulacro di uomo. Ma il suo ultimo pensiero forse avrà biascicato parole simili a queste: Lo sbaglio iniziale è stato quel giurare di non riempirlo piú di grappa: me la sono voluta, la maledizione.

– Ma che ti saresti voluto, fesso, caruseddu mio!

Ah, sei tu, avo cornacchione… come mai… ti fai vivo dalle tue paludi lassú, tu? Chi t’ha evocato?

– Se venissi solo quando mi chiama un mortale, starei in questa palude eterna pacifico e tranquillo per secoli e secoli, visto il materialismo che gira in terra. No, caruseddu: ho preso io, in prima diciamo persona, l’iniziativa di scendere a trovare il mio pronipotaccio. Sai cosa ho appena finito di fare, Euterpe?

E cosa, dài… lasciami dormire… ah non smammi, stai qui a farti vedere, secco inguastito che sei, con la tunica e la barbetta, gli occhi a razzo… be’, cosa? Un sacrificio in onore di qualche eroe dei tempi tuoi… dimmi e scompari, te ne scongiuro, avo…

– Sei fuori strada, modernuccio mio… no, no, no… io invece ho fatto un incontro che magari ti interesserà, ne son certo. Vuoi vederlo, Euterpe?

E fammelo vedere. Uff. Stavo tanto bene senza sogni fra i corbelli io… dài, allora.

– Bene. Ti saluto. Goditi la visione che ti mando nella capoccia: pronti, partenza, via!

Venere lancia i due candidi dadi privi di numero e dice:

– Dodici! Ho vinto!

– Calma – rimanda Marte al suo fianco, adagiato come tutti sul vermiglio triclinio che poggia sul prato di nuvole (grigie ma luminose). – Adesso ti sistemo io. – E lancia i dadi – Ecco: tredici!

– Tredici – sottolinea Venere – ah, allora qui si bara!

– Tutti noi lo facciamo, che storia… – risponde stancamente Giove. – Ma adesso tocca a me – e butta i dadi in aria con noncuranza.

Passa del tempo, e del tempo… oltre i tempi regolamentari, direbbe Nando Martellini con spirito secolare.

– Ué… – interviene finalmente Mercurio – sono scomparsi… ma… senza i dadi, chi avrà vinto?

– Io al padre Giove non glieli chiedo di sicuro – sussurra al suo orecchio Eolo – mica voglio farmi mandare in esilio laggiú in Sicilia un’altra volta, eh…

– Ah sei stato tu a spingerli dove vuole il Fato, con la forza dei tuoi polmoni? – dice Giunone al Ventoso approfittando del fatto che Giove al momento sembra essersi un tantino assopito.

– Io? Mi siano testimoni gli umani se mai farei una cosa simile solo per far perdere Venere. Umaaaaaniiii! Diiitemi! Ho forse fatto perdere Veeenereee?

In quel momento una baraonda irrompe nelle recchie del Santonastasio, una cosa villana e chissà se olimpica, ma di certo fragorosa, tempestevolissima:

Eccheccè – si chiede il capitano in pensione.

Poi va alla finestra della camera da letto, che dà sulla strada e lo ripete:

Checcè?

Come che c’è… – urla un giovanotto con il Tricolore avvolto intorno alla testa quasi fosse un burq’a – non lo sa, lei, ma dove vive, anzi: vive?

(Lubiana, 20 giugno 2010)

Nota dell’autore

Questo raccontino scaramantico purtroppo – come ben sappiamo tutti – non ha ottenuto i risultati sperati: evidentemente gli dèi avevano tirato per gli Azzurri il dado perdente, cosicché i nostri se ne sono tornati a casa da Johannesburg con la coda ben posizionata fra le nodose gambe. Infatti, con il Cielo contro, hai voglia a tirare in porta! Però anche voi fate attenzione, amici lettori, a valutare le percentuali di sfortuna, di pigrizia e di incapacità atletica presenti in una sconfitta calcistica: anch’io, se qualcuno mi pagasse tremila euro per un racconto di tre pagine, probabilmente non darei il massimo…

 


Sergio Sozi è nato a Roma il 3 marzo del 1965 ed è poi vissuto a Spello, Perugia e Capodistria. Dal 2005 risiede a Lubiana e sin dalla fine degli anni Ottanta pubblica, sia in Italia che in Slovenia, di critica letteraria, narrativa, traduzioni dallo sloveno e dall’inglese, poesia, nonché pezzi culturali per diverse testate e blog (Inchiostro, Fermomag, Giornale dell’Umbria, L’Unità, La Casa di Carta, Letteratitudine, ecc.).

Fra le pubblicazioni cartacee ricordiamo: Oggetti volanti (poesie scelte, FRA. RA. editore); Il menù (romanzo, Castelvecchi editore); Il maniaco e altri racconti (racconti con unico protagonista, Casini editore); Il filosofo e il giullare (saggio-intervista con il filosofo Umberto Galimberti, Historica edizioni); Diorama (racconti, Splen edizioni). Suoi racconti, poesie e scritti sono presenti in varie raccolte e antologie.

 

 

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