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di Ivana Margarese

Nero inchiostro su carta © Leopoldo Mazzoleni

Secondo Giorgio Agamben il pensiero si configura come un’intensità che può tendere, animare e percorrere ogni ambito. La filosofia non dovrebbe pertanto essere intesa come una disciplina di cui sia possibile definire l’oggetto e i confini con un movimento di inclusione ed esclusione e nemmeno considerata come un campo in cui si pretenda di tracciare la storia lineare o progressiva.
Il pensiero non è una sostanza, ma un’intensità che di colpo riesce ad animare, scuotere e trasformare qualunque ambito. All’interno dell’indagine filosofica tuttavia vi sono state delle domande ricorrenti, tra queste tradizionalmente quella che si interroga sulla natura dell’uomo.

Cosa significa essere umani?

Cosa ci rende uomini e ci distingue dal resto degli esseri viventi? Si può avere accesso al problema della vita, ossia della natura e del cosmo senza assumere come superiore e privilegiato il punto di vista supposto essere più “complesso”, ovvero quello antropocentrico? Natura e cultura, mente e corpo, gene e ambiente sono termini da unire o da distinguere?

Nella tradizione filosofica sono state date varie definizioni dell’uomo, tra queste la quella aristotelica dell’uomo come zoon logon echon ha costituito modello e metodo a cui si sono per lo più rifatte le definizioni successive.
Due saggi pubblicati in Italia a fine 2018 affrontano tale questione in modo originale e da prospettive diverse mettendo fortemente in questione il paradigma aristotelico sull’uomo accomunati dall’idea che la metamorfosi sia la struttura originaria di tutto ciò che vive.

Le illusioni della certezza – pubblicato in Italia da Einaudi a settembre 2018 – risulta un testo chiave del percorso dell’autrice, Siri Hustvedt, che è da considerarsi una delle voci più brillanti della scrittura contemporanea. La sua ricerca congiunge precisione e originalità nel tentativo costante di muoversi tra campi diversi: dal romanzo al saggio o alla narrativa autobiografica. Il discorso della Husdvedt si snoda sempre con attenzione e senza presumere mai le risposte date siano migliori delle domande poste.
Vittorio Gallese, studioso del team che ha scoperto i neuroni specchio, ha definito questo saggio come uno dei migliori libri sul problema mente-corpo che siano finora stati scritti.
Il testo già a partire dal titolo accosta il concetto di certezza a quello di una pluralità di illusioni, tuttavia, sottolinea l’autrice, non è la certezza ad avere sostanza di illusione, ma sono gli uomini, soggetti storici e incarnati, nella loro specifica esperienza, a chiamare certezze le loro visioni, speranze o consolazioni.

Il dubbio pertanto non è soltanto una virtù per l’intelligenza, ma è una necessità per la creazione di idee. Il pensare per idee, la filosofia, secondo quanto avevano scritto già Platone e Aristotele ha radice nel thauma, nello stupore che apre lo spazio alla possibilità che possa esserci un altro modo di vedere, di pensare, di raccontare. Se a una affermazione segue un perché, questo avvia un percorso che prima della domanda non sembrava possibile: quando si parla di idee una delle poche verità universali può essere che le domande sono di solito migliori delle risposte.

Le illusioni della certezza comincia con l’affrontare in maniera archeologica la complessa questione del rapporto mente-corpo. Nel Seicento già filosofi più o meno noti hanno cercato di offrire soluzioni a tale riguardo. Husdvedt cita il filosofo del dubbio radicale, Cartesio, e le sue Meditazioni, scandagliandone figura e pensiero.
Come è noto l’esigenza cartesiana è stata quella di giungere a qualcosa di cui non si potesse più dubitare, che fosse capace di acquietare l’uomo in una condizione di certezza. Per il filosofo del cogito non ci si poteva affidare ai sensi e alla materia: tutto ciò che muta non è certo, la verità deve essere fuori dal tempo. Corpo e mente non potevano dunque che appartenere a sostanze differenti, seppure bisognava riconoscere la loro interazione e trovare una spiegazione per questo.

GIALLI inchiostro su carta© Leopoldo Mazzoleni

Negli stessi anni in opposizione a Cartesio, Thomas Hobbes teorizzava una visione materialista e meccanicista del rapporto corpo-mente. 

Husdvet nel saggio accosta brillantemente al pensiero di questi due noti filosofi quello di Margaret Cavendish, duchessa di Newcastle, autrice del romanzo utopico Il mondo sfavillante e di alcuni trattati di filosofia naturale, le cui idee riesaminate alla luce dei recenti dibattiti contemporanei risultano attuali e foriere di spunti e sviluppi rispetto al rigido dualismo cartesiano o all’impostazione di Hobbes. Quest’ultimo, ricorda Husdvet, peraltro dopo averla incontrata si rifiutò di intrattenere con lei una corrispondenza o una conversazione. A quel tempo i discorsi di una donna risultavano poco degni di considerazione e attenzione: il pensiero sembrava potersi declinare esclusivamente al maschile .

L’autrice riporta un brano di Aristotele, contenuto in Riproduzione degli animali, nel quale il filosofo greco collega l’anima al principio maschile e il corpo a quello femminile:

L’anima è meglio del corpo e l’essere animato meglio di quello inanimato a motivo dell’anima, l’essere del non essere e il vivere del non vivere[…] Dal momento poi che la prima causa motrice, cui appartengono l’essenza e la forma, è migliore e più divina per natura della materia, è anche meglio che il superiore esista separato dall’inferiore. Per questo in tutti gli esseri, per i quali è possibile e in misura della loro possibilità, il maschio esiste separatamente dalla femmina. È infatti migliore e più divino il principio del mutamento cui appartiene il maschio negli esseri che nascono, mentre la femmina è la materia.1

Cavedish nelle sue riflessioni sulla natura, in contrasto con la tradizione aristotelica, ipotizza una teoria monistica organicistica in cui materia animata e inanimata siano fluidamente in interazione tra loro senza una rigida separazione: senso e ragione non appartengono rispettivamente a animali e uomini, ma anche a vegetali e minerali. Il movimento dell’universo, che pure è materiale, non è simile a quello già determinato di una macchina, ma è piuttosto un movimento autonomo.

Nel 1796, circa ottant’anni dopo gli scritti della duchessa di Newcastle, Diderot nel Sogno di D’Alembert affermerà come ogni animale sia più o meno un uomo, ogni minerale sia più o meno una pianta, ogni pianta è più o meno animale. Non c’è nulla di preciso in natura.

Alle riflessioni di Margaret Cavendish seguono quelle di Elisabetta, principessa di Boemia, che nelle lettere a Cartesio esprime numerosi dubbi sul fatto che la mente possa essere del tutto separata dagli stati del corpo. Nonostante la stima per il grande filosofo e nonostante sottolinei la propria inferiorità rispetto a lui, Elisabetta oppone con fermezza alle certezze del dualismo corpo-mente il dubbio e chiede di poter comprendere meglio come la mente possa considerarsi una sostanza separata dalla condizione fisica ed emotiva di chi sta pensando.

Non esiterei a sostenere che la logica è uno strumento indispensabile per imbastire un ragionamento e pensare in modo corretto, ma spiega forse le immagini mentali interne, le immagini oniriche o l’esperienza interiore vissuta? Senza la sensazione corporea, l’emozione e la loro influenza sul pensiero potrebbero forse esistere memoria e immaginazione?2
Questi dubbi troveranno eco più tardi nella posizione fenomenologica di Husserl, il quale pur essendo profondamente interessato alla logica e alla matematica critica le formulazioni scientifiche che escludono le esperienze vissute, interessandosi anche all’intersoggettività e all’empatia, che per lui è la strada verso un’altro da sé.

Scrive Husdvedt:

Senza l’ambiente, che include cibo e aria, genitori che ti cullano, ti toccano, ti parlano e ti rimproverano, così come tutte le altre relazioni con le persone e il mondo non esisterebbe essere umano riconoscibile, ma ciò non significa che non abbiamo tratti trasmissibili o una storia genetica[…] Senza questo sviluppo dinamico, senza una storia che comprende una vasta gamma di influenze, non ci potrà mai essere un filosofo seduto nella sua stanza, solo, a pensare.3

Cartesio, la cui salute fu sempre cagionevole, eludeva il corpo. Il corpo per Cartesio non conta, conta solo il pensiero. Eppure questo principio di esclusione è un esercizio efficace ma incompleto, poiché la complessità dell’esistenza soverchia le dinamiche di pensiero, immettendole organicamente nell’insieme delle emozioni e delle relazioni: non si discute il mondo, lo si abita e lo si percorre, per lo più a tentoni.

In un testo del 2006 (JacaBook), L’animale che dunque sono, Derrida aveva già sottolineato come tuttavia per Cartesio e per la fenomenologia il respirare non si dà come atto più originario del pensare. Il filosofo delle Meditazioni in una lettera del 1638 aveva scritto:

Quando si dice: respiro, dunque sono, se si pensa di dedurre la propria esistenza dal fatto che la respirazione non può esserci senza di essa, non ci può essere nessuna conclusione, in quanto bisognerebbe avere prima provato che è vero che si respira, e questo è impossibile, a meno che prima non si sia provato che si esiste.4

Husdvedt intende porre alcuni interrogativi sulla garanzia salda e teorica di ogni certezza concentrandosi sul valore del dubbio e sulle ambiguità non tanto perché noi esseri umani non siamo in grado di conoscere le cose, ma piuttosto per spingerci a esaminare le nostre convinzioni e chiederci da dove provengano. Il dubbio è fertile perché costringe a formulare pensieri estranei. Il dubbio genera domande. Anche se la prima domanda di Cartesio su cosa, riguardo la nostra esistenza, sia certo e cosa no resta affascinante, la soluzione non risulta soddisfacente.5

Concludendo con un commento attribuito da Freud al suo maestro Jean Martin Charcot si potrebbe dire: La teoria è un’ottima cosa, ma non impedisce alle cose di esistere.

Non esiste un’unica teoria capace di spiegare cosa sia la mente. Scienziati, filosofi e studiosi di ogni genere non hanno ancora trovato un accordo sulla questione.

In polemica con una concezione settoriale del pensiero è anche il saggio di Emanuele Coccia, La vita delle piante (Il Mulino 2018), che mostra come la filosofia sia ovunque e coincide con i limiti del conoscibile e del nominabile.

La filosofia dunque non ha né un oggetto né un metodo unico:

Il solo metodo è un amore estremamente intenso per il sapere, una passione selvaggia, bruta e indocile per la conoscenza in tutte le sue forme e in tutti i suoi oggetti. La filosofia è la conoscenza nel regno di Eros, il più indisciplinato e rozzo di tutti gli dei. Essa non potrà mai essere una disciplina: al contrario è ciò che diviene il sapere umano una volta riconosciuto che non esiste disciplina possibile , né morale né epistemologica.6

L’autore orienta così la sua riflessione sul mondo vegetale verso una più generale ipotesi filosofica di lettura del mondo:

La separazione con cui nelle università il mondo viene sezionato in aree apparentemente incompatibili (la sociologia, la chimica, l’antropologia, la fisica nucleare) è una vecchia eredità dell’epistemologia del diciannovesimo secolo di cui ci dovremmo liberare il più presto possibile. Il mondo è uno, fuori dalle aule la chimica della fotosintesi occupa la stessa sostanza dei sospiri degli amanti e della circolazione del denaro.7

In un libro precedente, La trasparenza delle immagini (Bruno Mondadori, 2005), il filosofo aveva mostrato come il pensiero non sia, in verità, solo una faccenda umana, e come la razionalità dell’uomo si possa comprendere attraverso le esperienze dell’infanzia, dalle afasie e dagli strappi e dai buchi con cui tutti intermittentemente pensiamo e siamo felici. In questo libro su Averroè viene sviluppata l’idea del filosofo arabo che il pensiero non sia una facoltà individuale spirituale né il solo effetto di un’innervazione cerebrale, ma sia piuttosto qualcosa di universale che attraversa e anima tutto ciò che esiste sul pianeta.
Tutto pensa, anche se in modi, forme, densità e intensità diverse. Tutto pensa, non solamente le idee. Ogni cosa è porzione, intensità, frammento di quella mente unica che coincide con il mondo.
Un altro insegnamento che è possibile trarre dalla filosofia di Averroè è secondo quanto dice lo stesso Coccia, l’aver messo in rilievo come “ciò che lega una realtà al pensiero non è la speculazione ma la capacità di immaginare: tutto ciò che immagina è una intensità mentale”.8
Infine, il lavoro sul pensiero antico e medievale svela come il soggetto della riflessione filosofica non possa mai venire ridotto al fatto umano o al fatto sociale tra uomini sulla terra o sul territorio, quanto piuttosto l’oggetto della filosofia è il cosmo in tutte le sue dimensioni.

Ne La vita delle piante l’autore si concentra sulla categoria di permeabilità come cifra costitutiva dell’essere vivente, ovvero sul respiro come arte abile nella mescolanza e nell’immersione. La relazione fondamentale che intercorre tra vita e mondo è più complessa di ciò che definiamo con la nozione di adattamento, nozione quest’ultima che porta con sé anche lo spazio della competizione e della esclusione.

Coccia afferma che ogni vivente vive già da sempre nella vita altrui, da cui si lascia toccare e trasformare, e che questa mescolanza consente il coesistere in cui ogni cosa sembra potere cambiare natura in un passaggio continuo dall’organico all’inorganico e viceversa. Questa mescolanza radicale è atmosfera:

Più che una porzione di mondo, l’atmosfera è un luogo metafisico in cui tutto dipende da tutto il resto, è la quintessenza del mondo in quanto spazio in cui la vita i ciascuno è mescolata alla vita degli altri.9

© Leopoldo Mazzoleni

DF3 (trilogia) inchiostro su carta © Leopoldo Mazzoleni

Se il mondo è unificato da un respiro comune e universale è il respiro a essere l’essenza originaria di ciò che i greci chiamano logos. Ed è questo logos inteso come respiro a produrre la mescolanza di ogni cosa nell’universo. Ogni respiro manifesta come l’essere- nel- mondo sia una esperienza di immersione: ogni essere mondano si forma come reale solo se è immerso in ciò che con lui si immerge.

La vita delle piante dunque si configura come il paradigma dell’immersione. Il mondo è respiro e tutto ciò che esiste nel mondo esiste in quanto tale : L’esistenza del mondo non è un fatto di ordine logico: è una questione pneumatologica. Solo il respiro può toccare e sentire il mondo, donargli esistenza. Il mondo non può essere che respirato.10

L’intellezione e la visione nella lettura di Coccia sono respiro, inclusione, recezione, attraversamento. L’atmosfera non è quindi un fatto sociale legato alla minore o maggiore intimità con l’altro – Simmel aveva scritto che il fatto che noi annusiamo l’atmosfera di qualcuno ne costituisce la percezione più intima – non è nemmeno un fatto culturale, per cui come aveva scritto Sloterdijk gli uomini sono le creature viventi che si danno come scopo quello di dipendere da ambienti condivisi, definiti da lui sfere, la figura geometrica dell’interiorità assoluta. L’atmosfera è un fatto ontologico che concerne non il modo in cui le cose sono percepite, ma piuttosto il loro statuto e il loro modo di essere.

Tutto è in tutto. La nostra identità non è mai stabile poiché percepire il mondo in profondità comporta un essere in contatto che ci modifica costantemente.

Ogni forma di vita vive in metamorfosi e non è qualcosa di definitivo o stabile:

La vita vegetativa è un distillatore cosmico della metamorfosi universale, la potenza che consente a ciascuna forma di nascere ( costituirsi a partire da individui che hanno diversa forma), di svilupparsi (modificare la propria forma nel tempo), di riprodursi differenziandosi (moltiplicare l’esistente a condizione di modificarlo) e di morire (lasciare che il diverso prevalga sull’identico).11

Ogni cosa è un laboratorio di una forma futura. Ogni cosa è nel suo muoversi anche in comunione con le altre cose. La nietzschiana fedeltà alla terra ci permette di vedere che il cielo non è quanto sta in alto, il cielo è ovunque, come spazio fluido della mescolanza e del movimento. La terra non è che corpo celeste.
Il confine che definisce al contempo connette in un continuo processo metamorfico e questo lo si può apprendere osservando la vita vegetale: piante, foglie, fiori e radici.

Ovidio nelle Metamorfosi aveva raccontato di Filemone e Bauci e del loro desiderio dopo avere vissuto insieme tanti anni in accordo di non sopravvivere l’uno alla morte dell’altro. Desiderio esaudito dagli dei solleciti e riconoscenti verso la loro generosità che li rende capaci di dare il poco che hanno. Filemone e Bauci prendono forma di albero e pianta tornando a quel cosmo che tutto comprende.


1 Aristotele, Riproduzione degli animali, in Id., Opere, vol.V Laterza, Roma-Bari, 2001, p.195.
2 S. Hustvedt, The Delusion of Certainty, trad. it. Le illusioni della certezza, Einaudi, Torino 2016, p. 214.
3 Ivi, p. 141.
4 Lettera, marzo 1638, in R. Descartes, Oeuvres et Lettres, cit. p.1003.
5 S. Hustvedt, op.cit. p.19.
6 E. Coccia, La Vie des plantes. Une métaphysique du mélange, Paris, Bibliothèque Rivages, Paris 2016 trad.it. La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, Il Mulino, Bologna 2018 p. 149.
7 Il testo è tratto da una mia intervista a Emanuele Coccia, gennaio 2019.
8 Ibidem.
9 E. Coccia, La Vie des plantes. Une métaphysique du mélange, Paris, Bibliothèque Rivages, Paris 2016 trad.it. La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, Il Mulino, Bologna 2018 p. 64
10 Ivi , p.77
11 Ivi, p. 24


Ivana Margarese: Laureata in filosofia, ha insegnato nei licei di varie città italiane. Ha collaborato con diverse riviste e svolto un dottorato in Studi culturali presso l’Universitá di Palermo, dove svolge attualmente un corso di Teoria della Letteratura. Curatrice del libro “Ti racconto una cosa di me. Scritture e fotografie da collezioni private” edito da Edizioni di Passaggio (2012). Autrice del racconto “ Coccodrillo. Resistenza femminile alla felicità “ all’interno della raccolta “Non ti resisto”, pubblicata da Emma Books, a seguito del Concorso Donna nel Quotidiano indetto da Literaria Consulenza editorale & Agenzia Letteraria. Ha pubblicato anche il racconto “Capsule” nell’antologia “Anatomè“ Ensemble 2018.


Le immagini di accompagnamento sono dell’artista © Leopoldo Mazzoleni i cui diritti sono riservati. 
Leopoldo Mazzoleni è un artista-architetto siciliano. La sua ricerca si concentra sulle relazioni tra spazio e pensiero, tra tempo, memoria e contemporaneità. Operando su scale diverse, dalla manipolazione di piccoli oggetti alla realizzazione di installazioni nel contesto sia urbano che naturale, sperimenta la realtà di nozioni quali frammento, confine, innesto, interferenza.


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