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la bambina col fucileLa bambina col fucile | Susanna De Ciechi
Progetto @uxilia

di Emanuela Chiriacò

Due paesi lontani, Sri Lanka e Italia; una storia che li unisce. La storia di una ragazzina di nome Pratheepa. Susanna De Ciechi e la sua penna tracciano il legame narrativo. Siamo nell’anno 2000, lo Sri Lanka è in piena guerra civile. Una guerra, si sa, ha la capacità di distruggere tutto. Città, villaggi, vite ed esistenze. Lo Sri Lanka non fa eccezione. Nel 2000, Pratheepa è a scuola quando la sua vita cambia radicalmente. La rapiscono i guerriglieri che fanno razzia di bambini per indottrinarli attraverso un bootcamp al combattimento. Pratheepa diventa un cecchino. Deve diventare un cecchino se vuole sopravvivere. Lei si programma a seguire gli ordini pur di preservare la sua vita. Non ha scelta. Passa qualche anno e lo tsunami del giorno di Santo Stefano del 2004 devasta il sud del paese. In Italia, il dott. Massimiliano Fanni Canelles, Max, è chiamato a intervenire. La preparazione degli incartamenti necessari slitta la sua partenza di un mese. A febbraio raggiunge finalmente lo Sri Lanka. Il sud del paese per l’esattezza. È lì per curare e seguire la situazione dei bambini orfani in seguito allo tsunami. Avrà modo di incontrare italiani che già operano nel paese e di scoprire una realtà peggiore di quanto potesse immaginare: la situazione dei bambini abusati nelle famiglie. Bambini rimossi dagli affetti, lasciati in una specie di prigione, rinchiusi in celle come detenuti, in gabbie come cani in un canile.

La storia di Pratheepa si è già consumata e continua a consumarsi mentre Max giunge nel paese e si scontra con le regole folli di un paese che rimuove il dolore e lo nasconde. Luoghi fantasma ingoiano esistenze e infanzia negata mentre a nord la rivolta dei Tamil continua ad annoverare piccoli soldati e soldatesse con la strategia del terrore e dell’orrore. Uccidere altri bambini che si rifiutano di obbedire alla logica spietata della morte. Bambini costretti a uccidere fratelli, cugini e coetanei. Piccole braccia armate di una causa che non capiscono. L’unico modo è renderli nemici, in guerra anche tra di loro, e imbottirli di metanfetamine. Psicostimolanti propinati come medicine per stare meglio che mangiano loro la memoria, ne anestetizzano il dolore, sopiscono la fame e aumentano la resistenza fisica. Sono piccoli corpi che strisciano in terra come vermi, armati di armi più grandi dei loro stessi corpi pronti ad uccidere a vista. Max è la fonte di ispirazione del libro la cui prefazione è del giornalista Davide Giacalone. Giacalone scrive

Queste pagine si ficcano nella testa come una scheggia. La vita poi scorre, si può superarle e dimenticarle, ma non dura: tornano a farsi sentire”.

Tutto torna. Sale a galla come qualcosa di non digerito. Impensabile che una bambina, simbolo e rappresentanza di una generazione intera, possa trovarsi davanti al dilemma della sopravvivenza: uccidere altre persone o morire lei, senza possibilità altra. Sono scelte che non si possono capire, soprattutto a quell’età, pensieri che come dice l’autrice durano un attimo, si presentano come una bolla di sapone, il filo di fumo di una sigaretta. Quesiti densi e ininvestigabili di cui non poteva restare nulla se non l’inseguimento di un istinto che guida ognuno tra le maglie del suo destino; di vita senza umanità e diritti acquisiti . Un libro che si fonda sulla difficoltà del racconto, seppur romanzato, di un’esistenza realmente vissuta. Lo dice anche l’autrice Susanna De Ciechi:

Come ho già scritto, questo libro è basato sui fatti che mi hanno raccontato Massimiliano Fanni Canelles, Laura Boy, presidente e vicepresidente di @uxilia Onlus, e altri volontari che hanno avuto una parte nelle vicende narrate. Lo scenario è lo Sri Lanka dilaniato dalla guerra civile, in un periodo che parte dal 2000 per arrivare ai giorni nostri.

Eppure il conflitto ha già compiuto 27 anni quando questa storia ha inizio, ha prodotto circa 40.000 vittime civili. Che guerra è? Da cosa nasce? Chi sono i tamil?

“I tamil sono una popolazione originaria dell’India meridionale. Durante la colonizzazione inglese dello Sri Lanka nel XIX secolo, cinquecentomila tamil furono deportati per coltivare le piantagioni britanniche di tè. I tamil non sono mai stati bene accetti dalla popolazione locale e, alla fine del periodo coloniale, furono privati di molti diritti. In questo contesto nacque nel 1976 il movimento armato delle Tigri tamil che rivendicò l’indipendenza del nord-est dell’isola, il cosiddetto Tamil Eelam.”

I tamil lottano contro i singalesi

La popolazione tamil mostrava un atteggiamento di aperta ribellione nei confronti dei militari governativi.[…] Il governo singalese adottava provvedimenti che costringevano i tamil ad abbandonare le loro case e i negozi con tutto ciò che c’era dentro. In alcuni casi, la popolazione singalese approfittava per saccheggiare le proprietà incustodite, in altri difendeva gli stessi tamil. Regnava la confusione. Gli atti di violenza e sopraffazione furono di una brutalità inaudita da una parte e dall’altra.

Un estremismo cieco ne ha generato un altro e a pagarne le spese sono i bambini, arruolati con la forza, come è accaduto a Pratheepa. Lei è a scuola e prova il primo interesse per un ragazzo di nome Basil, quando la sua vita è stravolta

Aspettava che Basil si avvicinasse. Erano settimane che lui le ronzava intorno e non trovava il coraggio di dirle niente. Pratheepa voleva offrirgli un’occasione. Basil le piaceva. Lui aveva diciassette anni e lei ne avrebbe compiuti sedici di lì a qualche settimana. C’erano già stati altri ragazzi, solo simpatie, sguardi lunghi e i soliti giochi a “tu lo sai che mi piaci e anch’io ti piaccio”, ma alla fine non sapevano come fare per venire al punto, timidi e incerti nell’iniziazione all’amore. Con Basil era diverso. C’era qualcosa… una tensione che Pratheepa non aveva mai provato e le agitava in corpo emozioni nuove ogni volta che lui era nei dintorni.[…] Lui si stava avvicinando, ridacchiava impacciato. Aveva denti bianchissimi, un schizzo di luce sul viso scuro. Da fuori arrivò il rumore di una frenata. Pratheepa stava porgendo un libro a Basil. Lui le aveva toccato la mano e tutti e due erano stati attraversati da una scossa cui era seguita una risata. E una promessa muta. Gli occhi si cercavano. Basil stava per dire qualcosa, forse aveva parlato, ma il rumore del portone spalancato con violenza sorprese tutti.

È l’inizio dell’incubo per entrambi, con esiti molto diversi. Lei capisce che è tutto precipitato in una spirale da cui non potrà venirne fuori

Sopravvivere, adesso questo era il suo unico pensiero. Tutto il resto era un’inezia.

E si comporta di conseguenza. Ubbidisce, impara e applica gli insegnamenti. Dimostra capacità a sparare, conquista la fiducia dei superiori. La fiducia che le garantisce la sopravvivenza.

L’accampamento nella giungla fu la loro casa per tre mesi. Novanta lunghissimi giorni, più o meno duemila e duecento ore, ciascuna delle quali fu intrisa di paura in tutte le sfumature possibili: inquietudine, apprensione, tensione, panico incontrollato. Dalla mattina in cui era stata sequestrata con i compagni nella biblioteca della scuola, Pratheepa cercava un modo per uscire dallo spaesamento in cui era precipitata. Avvertiva che la ragazzina che era stata fino ad allora stava scivolando via per essere sostituita da una persona nuova.

Si lascia addestrare all’orrore

Pratheepa eseguiva gli ordini, marciava, si nascondeva, correva avanti con gli altri, si nascondeva, prendeva la mira e faceva fuoco. Mirava per colpire un obbiettivo. Uccidere una persona, proprio quella. Era brava. Dopo quelle azioni, il capo le batteva grandi manate sulla spalla e poi andava a vantarsi con il comandante. La usavano sempre più spesso come cecchino e la indicavano agli altri come modello: «Prendete esempio. Pratheepa si è impegnata e adesso è un tiratore scelto. Si apposta, spara ed elimina quel bastardo che di sicuro ammazzerebbe voi».

Il tempo passa. Siamo nel giorno di Santo Stefano del 2004. Max è a Redipuglia, mangia cioccolata in macchina quando apprende dal notiziario che

«Un maremoto innescato da un terremoto sottomarino al largo dell’isola indonesiana di Sumatra ha devastato le coste e le isole di numerosi Stati dell’oceano Indiano centrale. Impossibile al momento fare un bilancio delle vittime, le prime stime parlano di quindicimila morti e svariate migliaia di feriti. Non si conosce la sorte dei dispersi nelle isole e negli atolli che affiorano nell’oceano. Il sisma è stato di magnitudo 9.00 della scala Richter. La scossa principale si è verificata alla 6.58 ora locale (l’1.59 di notte in Italia) e ha causato, due ore più tardi, onde anomale alte fino a sei metri. Si tratta del più importante evento sismico del mondo negli ultimi quarant’anni e il quarto per gravità dell’ultimo secolo.»

Giunto in ospedale dove lavora è il collega Marzio Venier che gli comunica di aver ricevuto incarico dall’Istituto internazionale per i diritti dell’uomo a recarsi in Sri Lanka.

«Mezz’ora fa mi ha telefonato il vice presidente dell’Istituto internazionale per i diritti dell’uomo. Vogliono affidarsi a noi per verificare che gli orfani dello tsunami non siano presi nel meccanismo delle adozioni illegali o, peggio ancora, in quello della prostituzione o del prelievo degli organi.»

L’esitazione iniziale lascia il posto alla determinazione. Parte dopo un mese. Inizia un percorso di conoscenza di luoghi e persone che lo destano alla realtà dei fatti: abusi e orrore ovunque volti lo sguardo. Nonostante le sue intemperanze caratteriali e qualche reazione non gradita ai locali, Max troverà tuttavia il sostegno e l’aiuto di alcune persone che lo condurranno dove vuole giungere con la determinazione di fare qualcosa. E in questo fare tra mille ostacoli, nel 2010 Max conosce Pratheepa

“Conobbi Pratheepa in Sri Lanka, nell’ottobre del 2010. Era detenuta in un carcere nei pressi di Trincomalee. Aveva l’aspetto di una ragazzina, invece era una donna cui avevano rubato gli anni dell’adolescenza. Era stata colpita in guerra e portava addosso le conseguenze di una brutta ferita al braccio. Addestrata per uccidere e per bastare a se stessa, mi apparve distante, chiusa in un mondo tetro.”

Lei è stata ferita e ha rischiato l’amputazione del braccio. In un intervento senza anestesia ha supplicato chi la operava di non amputarle il braccio. Ha strappato la promessa ma perso la piena funzionalità dell’arto. Necessita, quindi, di un nuovo intervento che la porterà in Italia. In un mondo a lei ignoto, lontano. Un luogo che le restituirà fiducia e un ritorno a casa grazie al quale poter ricominciare.

La bambina con il fucile è un libro di servizio, è un’operazione necessaria che si fa occhio di bue su un luogo buio e dimenticato dalla storia. Il libro lo illumina. Ne racconta il dolore, la disumanità in cui certi esseri umani sono costretti a vivere e sopravvivere. Una guerra civile di cui al mondo occidentale poco ha importato, forse solo per mancata conoscenza. Forse per omissione mediatica. Ecco che la onlus @uxilia sopperisce a questa mancanza e l’autrice, Susanna De Ciechi, con linguaggio asciutto e preciso, ne fa un reportage per immagini scritte e descritte con un senso di pudore e una grande onestà. La scrittrice si fa presenza discreta quasi ad annullarsi in una scrittura misurata, incisiva, puntale, calibrata ed equilibrata. Adatta per i temi cui fa riferimento. Ne consegue una lettura riflessiva, sincronizzata al tempo di assimilazione necessario. Un’operazione umanitaria e letteraria che sostiene il progetto di cui è spin off. Un libro che riconcilia con la parte umana spesso sopita e sovrastata dalla quotidiana ricerca occidentale di perfezione, dalla misurata volontà di rimozione della difficoltà. Un messaggio di bellezza ravvisata nell’orrore, di rinascita e possibilità.

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La bambina col fucile | Susanna De Ciechi