la nostra scelta di sostenibilitàscopri di più

La casa dei bambini | Michele Cocchi
Fandango 2017

 

 

 

Per gentile concessione di casa editrice e autore
vi proponiamo un estratto.

Trascorsi tre mesi, Nuto non aveva ancora scritto. Fuori le gemme iniziavano ad aprirsi. Mamma Irene gli diceva di avere pazienza. Lui invece era sicuro che oramai non l’avrebbe più fatto. Forse voleva dimenticarsi di loro, della Casa, delle mamme, di tutti quanti.

Provò a guardare il suo pupazzetto attraverso il binocolo, ma se si puntava una cosa da troppo da vicino, appariva tutta sfuocata. Forse col tempo avrebbe capito, ma adesso si sentiva abbandonato. Così rimise la scatola nell’armadietto, ma tenne con sé il giocattolo. Aveva il vestito sporco per tutte le volte che di sera, quand’era piccolo, l’aveva tirato fuori di nascosto. Una delle gambe di corda era piuttosto sfilacciata. La donna che gliel’aveva regalato, l’aveva ormai dimenticata, fatta eccezione per gli occhi neri e le labbra morbide. Ma era sicuro che non si era più sentito così felice come quando stava nella Casina con lei.

Lo so che non dormi”, gli sussurrò all’orecchio mamma Irene. “Non essere triste. Vedrai che un giorno ti scriverà.”

Non lo farà.”

Magari non ha potuto. O non ha avuto tempo.”

Si è dimenticato di me.”

Ma che dici? Quando i bambini trovano dei nuovi genitori, non pensano più alla Casa. Non vogliono pensarci. È normale, Sandro. Ma non dura per sempre. Un giorno Nuto ti scriverà.”

Un pomeriggio, in estate, lui aveva appena compiuto undici anni, mamma Irene portò nella Casa un baule pieno di costumi. Lo aveva avuto in prestito da una compagnia teatrale. Uomini e donne che per lavoro si travestivano e recitavano per far divertire gli spettatori.

Lo aprirono nella stanza dei giochi e dentro ci trovarono cappelli e uncini da pirata, cinturoni da cowboy, una scimitarra giocattolo come quelle dei principi delle isole lontane, maschere di cartapesta con bocche molto larghe e occhi deformi, gonne colorate da ballerina, calzamaglie, uniformi da ussaro – che erano da ussaro lo disse Giuliano –, piume di struzzo, una frusta per domare gli animali feroci. Trascorsero il pomeriggio a travestirsi e risero molto. Anche mamma Alice rise con loro. I costumi erano troppo lunghi, le maniche e i pantaloni nascondevano le braccia e le gambe, allora l’inserviente Vittoria fece dei risvolti e li appuntò con gli spilli; raccolse la stoffa dietro la schiena e la fermò con delle mollette in modo che non ricadesse troppo abbondante sui fianchi.

Dino era un domatore di tigri, lui un marinaio che navigava verso terre inesplorate, Giuliano un gladiatore, Ferruccio non voleva travestirsi, allora mamma Irene gli sistemò un turbante sulla testa e si tramutò in un incantatore di serpenti. Viola indossava un grande cappello con dei nastri colorati che le ricadevano sulla fronte, fece un balletto intorno a lui e Dino e li baciò entrambi sulle guance. Ridevano, come non avevano mai riso. Rideva anche Mattia seduto su una poltrona mentre faceva le bolle con la bocca, rideva Gioele che indossava il costume di un drago blu con una cresta rossa sopra la testa.

Mamma Irene aveva qualcosa per ognuno di loro: un vestito, un accessorio, un piccolo gioiello. Lei stessa si travestì, era una principessa orientale con occhi misteriosi e la bocca coperta da un lungo velo azzurro. Sua sorella Lina doveva essere bella quanto mamma Irene, pensò all’improvviso.

Il baule, purtroppo, fu portato via su ordine del direttore, e mamma Irene venne sospesa per due settimane.

Sdraiati sul suo letto, Giuliano spiegava a lui e a Dino che travestirsi era un modo per essere loro stessi e qualcun altro contemporaneamente. Questo era pericoloso.

Perché?”

Perché la fantasia permetteva di fuggire in paesi lontani.

Che male c’è?”, domandò Dino.

Potremmo non ritornare”, disse Giuliano.

E non era una cosa bella?

Le mamme vogliono che impariamo ad affrontare la vita senza immaginarci posti dove non possiamo andare.”

Quale vita, Giuliano?, aveva domandato lui. Se non sapevano niente di quello che accadeva fuori, come pensavano di affrontare la vita?

È per il nostro bene. Dobbiamo fidarci degli adulti.”

Si arrabbiò. “Quali adulti, Giuliano? Quelli che ci hanno abbandonato? O quelli che vengono a sceglierci e poi se ne vanno?”

Non puoi sapere se ci hanno abbandonato.”

E dove sono allora?”

Forse sono morti.”

Tutti quanti? I miei, i tuoi, quelli di Viola e di Paola?”

Si sentiva furioso. Il direttore poteva impedirgli di travestirsi, ma la fantasia che aveva dentro la testa nessuno sarebbe riuscito a portargliela via.

Quella notte non riuscì a dormire. Nel buio le parole di Giuliano erano pesantissime. Se si addormentava, si trasformavano in cubi di pietra che gli cadevano addosso. Allora cercava un piccone nella capanna degli attrezzi, voleva colpirle e ridurle in briciole, ma nemmeno con il piccone era in grado di frantumarle. Improvvisamente non erano più di pietra, ma cubi di metallo con le ruote, automobili nere che lanciavano razzi rossi dai fanali. Si risvegliò col fiatone. Giuliano era un camaleonte, pensava, con la lingua appiccicosa e la capacità di cambiare colore. Non si emozionava mai, spiegava ogni cosa con la sua intelligenza, era lui stesso un cubo di pietra.

Share

La casa dei bambini | Michele Cocchi – Estratto

Discussion

Leave A Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *