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La consonante K | Davide Morganti
Neri Pozza 2017

Recensione di Paolo Risi

 

Quella notte, nel deserto, faceva freddo. Il demonio si chiuse fino all’ultimo bottone della camicia, la sabbia era una mescolanza di pietruzze e di animaletti morti in chissà quale era geologica. Il deserto s’induriva sotto i passi, la luna era un’incudine fredda nel cielo, i cactus e le piante sulle brevi colline erano fatti di dolore. Una desolazione infinita”.

Dagli anni cinquanta al nuovo millennio la Storia e alcuni dei suoi più celebrati protagonisti si ritrovano in una vera e propria centrifuga spaziotemporale, dove le miserie della contemporaneità e del recente passato imbrattano figure iconiche e vessilli dottrinali. Lenin, il padre dello stato sovietico, riemerge dalla teca sotto forma di adrenalinico avventuriero, la brace sfrigola sotto le ceneri del comunismo e i muri iniziano a crollare persino nelle stanze di un incredulo medico estone.

Dallo sgretolarsi delle certezze, dei blocchi politici e di pensiero, il motore della narrazione sale inesorabilmente di giri, espandendo il nucleo del racconto in una moltitudine di microstorie e destini individuali che si avviluppano fra loro. Più le pagine tracimano accadimenti, più si avverte la precarietà e l’inappartenenza delle figure umane coinvolte, le quali delinquono, si autodistruggono, maledicono la fine dell’ideologia o cercano in qualche modo di fabbricarsene una a propria immagine e somiglianza.

Lo spettacolo avvampa come in uno stralunato show televisivo, mescola sacro e profano, diverte, proietta in alto lustrini e spunti di riflessione fra repubbliche socialiste allo sbando e il deserto messicano, fra negazionisti del New Jersey e la più grande regista del cinema porno dell’Est europeo. È un mosaico cangiante, che ha la mobilità di un Tetris all’ennesima potenza, quello ideato e plasmato da Davide Morganti, orchestratore capace di tenere assieme una versione riveduta e scorretta degli ultimi sessant’anni di Occidente.

Morganti è uno storiografo partecipe, un capocomico della follia, si incarica di riempire di colori vividi e di ironia l’impalcatura della realtà. Nel suo affresco, un giudizio universale in cui non vi è traccia di redenzione, il verbo della sopraffazione predomina, diventa sinonimo di libero arbitrio. Naturale che in tali scenari apocalittici sia il Lenin redivivo (uno nasce leader non può certo abdicare alla sua missione per un contrattempo banale come la morte…) a fronteggiare il lottatore messicano Eddie Guerrero, o che il cadavere di Gesù dentro il baule di una Chrysler venga conteso da un gruppo di sanguinari fuorilegge, fra i quali spicca il Demonio in persona (Il silenzio, in bocca, pareva fatto di sabbia, nessuno aveva il coraggio di prendere il corpo, il timore era che, toccandolo, Gesù potesse risorgere).

Consonante K propone una prosa nitida, caratterizzata dalla scorrevolezza, qualità determinante in un testo così ricco di situazioni, luoghi e personaggi. Invenzioni mirabolanti o premonizioni che dir si voglia (la videopatia oculare, l’antropogas, una fabbrica degli organi umani…) si alternano a dialoghi concisi, efficaci come il tiro di un cecchino, che fanno pensare alla ritmica tambureggiante di un Elmore Leonard, soltanto più urticante.

Ma ci sono nel romanzo edito da Neri Pozza anche pagine più distese, che lasciano campo all’amarezza, come quelle dedicate a Titti, una donna a cui non resta che fare un resoconto struggente della propria vita.

Certo, mi rendo conto, è un modo un po’ triste di trascorrere quello che mi resta da vivere, però non ho la forza di cercare altro. Bisogna anche sapersi accontentare, soprattutto quando si è arrivati alla fine, inutile cercare recuperi insensati per riscattare la propria vita. Mi sento così stanca. Quello che è stato è stato, indietro non si torna, nemmeno per restituire ciò che si è rubato.

Davide Morganti dà voce allo spaesamento, come solo un osservatore partecipe può fare. Il suo è un libro denso, che mette sotto la lente di ingrandimento distorsioni e degenerazioni di un’epoca caotica, che descrive un’umanità schernita e senza padri. La potenza di Consonante K deriva dalla capacità dell’autore di stupirsi e di offrire al lettore questa trepidazione dell’animo, sta nell’attitudine di pensare alla scrittura come a un gioco, un gioco serio e spontaneo, che non ha bisogno di imporsi delle regole e dei vincoli. Se c’è una via maestra nel romanzo è quella che fa capo alla libertà, al piacere di dissacrare e inventare storie, di connetterle fra loro per creare una genealogia iperbolica, un remake planetario, una visione allucinata e allo stesso tempo credibile degli eventi che hanno segnato la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio.

Il diavolo abbandonò le chiavi nel cruscotto e prese una strada qualsiasi. Cercava un paesino di negozi ancora illuminati dai neon e con un piccolo supermercato sulla strada principale; voleva qualcosa di squallido e senza storia, dove per decenni mai nulla fosse accaduto, tranne la vita e la morte”.

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