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Rubrica Sezione Aurea
(il punto di contatto tra estetica e matematica)

di Giovanni Nuti

[…] Tu bisogna che tutto apprenda:
e Il solido cuore della verità ben rotonda
e le opinioni dei mortali dove non c’è vera certezza.
Eppure anche questo imparerai che le cose che appaiono [τὰ δοκοϋντα]
bisognava che fossero veramente, essendo tutte in ogni senso.”
(Parmenide – Proemio, Sulla Natura)


Possiamo descrivere la filosofia di Parmenide come la via della verità e unità dell’Essere, contrapposta alla via della falsità e molteplicità dell’Opinione. Ma, secondo il filosofo, non sarebbe l’esperienza della molteplicità a determinare l’errore.

L’opinione fallisce – questo lo snodo decisivo – per una caduta del e nel linguaggio. La degenerazione epistemologica, per dirla con Karl Reinhardt.

Parmenide è il primo pensatore che riconosce la problematicità del linguaggio, possibile trappola che trascina nella falsa opinione: le cose sono separate e cristallizzate dalle parole.

Infatti essi stabilirono di dare nome a due forme,
l’unità delle quali per loro non è necessaria: in questo si sono ingannati.
(Parmenide – Fr. 8, vv. 53-54)

Questo nominare, privo di fondamento unitario, è una convenzione, un’abitudine: linguaggio umano che si fa astrazione e negazione, inconciliabile differenza delle apparenze (τὰ δοκοϋντα).

La saggezza dei mortali consiste dunque solo di nomi, giacché non sa porre il rapporto stretto che deve essere mantenuto con la realtà delle cose.” (1)

In termini matematici è come voler concepire 2 prescindendo da 1, ma ogni numero naturale è multiplo di 1: la continuità della serie indefinita dei numeri naturali – la “molteplicità” – sarebbe impossibile senza il riferimento implicito all’unità.

Questo paragone, apparentemente elementare, non è però incongruo, perché Parmenide fu allievo devoto di Aminia, un pitagorico – fu Aminia che lo iniziò alla vita contemplativa – e testimonianze antiche citano Parmenide stesso come pitagorico. Quindi non poteva sfuggirli il tema dell’Unità, questione fondamentale della filosofia pitagorica: “Armonia è unificazione di molti termini mescolati…” (Filolao – Fr. 10).

Nell’architettura noetica del suo poema Sulla Natura osserviamo una simmetria drammatica: il pensare identico all’essere, il nominare convenzionale identico al non-essere, qui inteso come impossibilità del conoscere.

Autorevoli studiosi hanno identificato il fallace nominare di cui tratta Parmenide con l’èpos e la poesia in generale. Giovanni Reale scrive: “Il nostro filosofo […] si pone in netta antitesi con il mondo della poesia, che si basa proprio sulla molteplicità dei fenomeni, come sul nascere, divenire e perire delle cose.” (2)

Eppure, possiamo obiettare, il De Natura parmenideo è un poema, le immagini che contiene sono a pieno titolo immagini poetiche, e la Dea, che svela al filosofo la retta via, è senz’altro una manifestazione dell’iniziazione poetica: la figura mitica della Grande Madre, propria della religiosità mediterranea preellenica. Ma la Dea di Parmenide non è la Luna, con buona pace di K. Popper (3), è una dea solare, luce della rivelazione e del giudizio.

[…] affrettavano il corso nell’accompagnarmi,
le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
verso la luce…
(Parmenide – Fr. 1, vv. 8-10)

Soprattutto, se accettiamo la lezione di Parmenide – secondo cui i nomi, le parole, le notazioni non dovrebbero separare gli enti dall’unità dell’essere – è proprio la poesia, nella sua accezione più radicale, che tenta di risalire la frammentazione del linguaggio per recuperare l’essere, oltre le apparenze. È il compito prometeico – solare, numinoso – della poesia.

Riunito è tutto ciò che vedemmo,

(P. Celan – Di soglia in soglia)

Si dice che la musica sia la voce della matematica, ma la voce è qualcosa di più della computazione aritmetica di silenzi e suoni. Ebbene, la poesia, in termini meta-linguistici, è la premessa ispirativa di questa voce.

Purtroppo la poesia è marginalizzata, mentre il nominalismo, soprattutto scientifico e economico, domina la cultura, condiziona il giudizio e frammenta la vita sulla terra.

Che il nominalismo condizioni il giudizio lo dimostra il seguente piccolo esperimento immaginale: invece di “embrione” o “feto”, proviamo a chiamarlo “bambino”, addirittura “piccolo uomo”: non ci pare, così, che il nostro sguardo e giudizio mutino prospettiva?

Si dice che le cose vanno chiamate con il loro giusto nome, che bisogna guardare in faccia la realtà, ma se ha ragione Anassagora, altro grande filosofo antico, se “il visibile è l’occhio dell’invisibile”, allora dietro ogni nome c’è una storia smisurata, quell’unità che non ci è lecito spezzare in formule.

La grande poesia, come la grande matematica, non è un mondo chiuso, è sempre allusione, oltre-altro da sé.

Bibliografia

  1. L. Ruggiu, Parmenide – Poema sulla natura (commentario), Bompiani, Milano, 2003.

  2. Parmenide, Sulla Natura, a cura di G. Reale, Bompiani, Milano, 2006.

  3. K. R. Popper, How the Moon might throw some of her Light upon the Two Ways of Parmenides, Classical Quarterly, 42 (01):12- (1992) 

  4. P. Celan, Di soglia in soglia, Einaudi, Torino, 1996.

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La Dea di Parmenide (il nominalismo come degenerazione epistemologica)

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