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La forma minima della felicità | Francesca Marzia Esposito
Baldini e Castoldi 2015

di Emanuela Chiriacò


Luce è una giovane donna. È una disoccupata di ritorno, dalla vita sospesa che si consuma al chiuso del suo appartamento milanese. La casa è il luogo rassicurante dove isolarsi.  La sua non esistenza l’aiuta a sopportare il peso del suo malessere, della fobia sociale, della fatica nelle umane relazioni. Luce manifesta a malapena il talento di sopravvivere e lo palesa senza fare e senza essere. 

Masticare, respirare, dormire, svegliarsi. Giorno. Cercare una scusa per continuare. Scusa non trovata. Allora cercare soluzione. Soluzione non trovata, trovato consiglio. A) quando la soluzione non c’è, ignorare problema. B) quando la soluzione non c’è, crearsi altro problema.

[…]

Aspettavo che tutto ricominciasse all’improvviso.

Durante la lettura del romanzo, si assiste all’attesa di un nuovo cominciamento mentre la polvere, composta da frammenti di pelle, unghie e fibre di vestiti, stratifica. Luce sceglie di non rimuoverla, ne diventa osservatrice inesorabile, apprezzando quella capacità coprente. Pare in grado di occultare anche la sua inadeguatezza: essere un outsider, una disoccupata, una persona che ha perso il suo potere economico e sociale diventando immateriale. Come il tempo della vacanza.

Il tempo girava per affari suoi, lo toccavo tangenzialmente a volte, la maggior parte delle altre era una ruota che scandiva minuti vacanti, coordinate numeriche galleggianti.

Luce è un’esistenzialista da divano, è lì che attende il trascorrere del tempo, mangiando fette biscottate e guardando la TV.

Ci vivevo sul divano. Il divano era equidistante da tutto il resto della casa, il letto era troppo a nord, la cucina a sud, il divano era perfetto. Era sera, era pomeriggio, forse era solo che stava preparandosi a piovere e dalla tapparella non entrava luce.

In realtà l’unico canale visibile sul suo televisore è  un canale dedicato alla televendita di gioielli. Il n. 32. 

Il 32 era un canale senza tempo, monotematico, in primo piano il verde del velluto, la telecamera faceva una carrellata ininterrotta stringendo in dettaglio, andava avanti e indietro a mostrarmi una distesa continua di anelli e bracciali in oro e argento, mentre il sottopancia mandava a nastro il numero da chiamare. Quando mi stancavo di guardare, alzavo il volume e la voce di un tizio diceva Questo è oro 24. Pietre tagliate a vivo. Ma guardate il disegno dell’intreccio. Signore, anche questo è oro 24.

Luce è tendenzialmente depressa, si trascura e ha una propensione a tutto ciò che tende al basso: nella sua interiorità e nell’arredo. Osserva spesso un macchia di muffa sul muro che ha la forma di Africa.

L’Africa è stata l’ultima definizione che prese la muffa sul muro del mio soggiorno.

Ha un fratello, una nipote e una madre ma nonostante la possibilità di questi affetti, vegeta nella sua solitudine. L’unica possibile entrata economica proviene dall’affitto di un altro appartamento di proprietà nel suo stesso palazzo. Su richiesta della madre concede l’appartamento sfitto al momento a suo fratello Yuri, separato, e a sua nipote Viola. Lei la chiama Bambina. Nonostante qualche resistenza a questa intrusione, alla fine cede la casa al fratello.

Quanto prendi al mese? Non posso chiederti l’affitto. Perché no? Perché quella è anche casa tua. So che non stai lavorando. Dimmi la cifra. Quanto hai intenzione di rimanere. Spero non per molto, non lo so. Si sedette sul tavolo, […]. Fissai la rotula robusta che sgranava il denim sul suo ginocchio. Non so dove andare, Luce, disse e fece gli occhi all’ingiù. Yuri aveva un lavoro, un taxi, Bambina, Selene, e ora voleva anche la mia casa, e a diritto, in più, facendomi l’elemosina, perché avrei dovuto prendere il suo denaro. È vero, mia madre aveva lasciato a me l’appartamento da affittare, […] E così, da vera parassita, l’immobile in cui vivevo era suo, e i soldi dell’affitto del 51 erano miei.

L’incontro tra Luce e sua nipote Viola pone due solitudini a dialogare. La reazione di Bambina alla separazione dei genitori l’ha portata ad una forma di mutismo volontario: ha scelto di non voler parlare più. Il silenzio è il rifugio in cui riesce a ritrovarsi intera e ad incontrare sua zia Luce. Nel luogo dell’afasia sono in grado di capirsi e comunicare senza parlare. Bambina comunica con i post-it colorati, parte dei quali Luce li userà per contornare la macchia di muffa a forma di Africa

I post-it attaccati tremavano come bandierine. Il tremore è sintomo di malessere, il malessere è sintomo di vitalità. […] Era stata brava, numeri sghembi ma leggibili, grandi, proporzionati allo spazio disponibile, dove avesse imparato Bambina ad abbreviare il mese, mistero. Non tutti erano scritti, due azzurri erano cancellati, uno scarabocchiato, su quello verde aveva fatto due cerchi con un puntino nel mezzo. […] Due fucsia, uno zero centrale o una faccia, chi può dirlo. Altro verde, errore. […]. Su uno fucsia c’era un segno, forse una L, poi due cerchi nell’angolo in basso. Altra data, piccolo tondo con groviglio in cima. Li appiccicai sull’Africa riempiendo tutta l’area. La macchia sul muro si colorò.

Ci sono molte forme minime in questo romanzo: l’incapacità metabolizzata del vivere, quella di percepirsi e percepire l’altro, di amarsi e di amare. Ogni forma di relazione ha un vuoto silente che stride bisogno. L’unico contatto con il mondo esterno si consuma attraverso il telefono, un medium di sicura distanza che non coinvolge, che non implica sforzo. È così che Luce tenta una finta frequentazione con la vita.

La forma della felicità è smarginata come la macchia sul muro che la protagonista si incanta ad osservare. 

Il cominciamento da cui la felicità prova a prendere forma è Viola. La purezza dell’infanzia muta e il colore che rappresenta: una quaresima di astinenza e digiuno prima della rinascita apparente. L’unione di Luce e Viola creerà i presupposti di una nuova possibilità per entrambe. La costruzione di un linguaggio in cui la u, l’ultima delle vocali, aiuta Viola a riparlare mentre Luce assapora il ritorno all’ amore. Non quello definitivo; un amore a tempo determinato eppure propedeutico ad una nuova storia.

Esposito racconta una storia contemporanea, dolorosa e permeata di bellezza e felicità imperfette con una lingua abrasiva e ironica. Tra scivolamenti da caduta e slittamenti che minano il labile equilibrio quotidiano riuscendo a riportare Luce alla postura, seppure precaria, della verticalità.

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