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La geometria dei fiori | Ludovica Castelli
Les Flâneurs edizioni

Ludovica Castelli (Catania, 1978). È stata una giornalista pubblicista e scrittrice con la passione per la poesia e il teatro. Dopo la maturità linguistica ha svolto diverse attività nel campo della comunicazione, collaborato con numerose testate e frequentato diverse scuole di recitazione e cinematografia, tra cui il Conservatorio teatrale di Roma. Ha esordito nel 2008 con il romanzo Fumiamoci una sigaretta, edito da Il Filo. La geometria dei fiori è il suo secondo romanzo.


di Emanuela Chiriacò

Ludovica Castelli è stata una scrittrice che masticava poesia per gusto, attitudine e vocazione. L’impressione che se ne ricava leggendo il suo secondo e ultimo romanzo La geometrica dei fiori è che la poesia abbia scelto lei per la sua inclinazione naturale, per la sua vocazione a scrivere versi liberi da restrizioni.

La geometria di Ludovica Castelli non è mai piana, è solida come la sua formazione e volumetrica come la sua lingua spigolosa, sfaccettata e disperata.

Bianca, la protagonista del romanzo, passeggia attorno al vuoto generato dalla perdita del padre; lo spazio di quella mancanza appare come un pozzo scavato nella sabbia con le mani e nonostante provi ad annaffiarlo, la cavità assorbe la possibilità di essere colmata.

Mio padre è morto quando avevo otto anni, non mi ricordo molto di lui e a mamma non fa bene parlarmene, credo che si amassero molto e la morte rende immortale l’amore.

La “non” relazione che vive con sua madre, è il fermo immagine di quel dolore, ne accentua la profondità, rendendolo un pozzo nero senza luce e senza fondo. Bianca è cresciuta affermandosi per opposizione a lei, al femminile ferito, rifiutando il nutrimento e l’accudimento che le propone.

Mia madre è una stronza. L’amore materno andrebbe condito giornalmente con carezze, pacche sulla spalla e incoraggiamenti vari. I gesti che mi rivolge tuttora sono sprecati, inappropriati, gli unici che le si confacciano. Mia madre è una stronza convinta che l’istinto materno lo si possa comprare al supermercato.

Sceglie di punirla negandole il piacere di vederla ballerina, lasciando scivolare l’aspirazione materna nel mondo dei fiori, i cui profumi e colori hanno il potere magico di abbellire la sua vita, di renderla confortevole almeno in apparenza.

[…] nessuno avrebbe mai potuto pensare che un giorno avrei lasciato la carriera di ballerina per aprire un negozio di fiori. Quella fu la prima vera scelta della mia vita e il primo vero attacco diretto a mia madre. Eppure io amo quello che faccio. Ma lei non sa capirlo. Per lei ogni mia scelta, ogni mio errore è sempre stato un affronto.

Da fioraia apprende la lingua delle creature fragili che la circondano, se ne fa interprete, guadagnando la disapprovazione materna permanente perché sua madre, accettato a malincuore che Bianca non voglia fare la ballerina, la vorrebbe almeno imprenditrice. La apprezzerebbe solo costruendo di lei una versione corretta e migliorata, ambiziosa e di successo. Non la riconosce sua simile, parte del clan familiare, addomesticata al suo volere, capace di sedare le frustrazioni personali che sua figlia dovrebbe esorcizzare.

Mamma pensa che con qualche sacrificio potrei riuscire ad aumentare le vendite, ingrandire il negozio e magari aprirne degli altri. Purtroppo non riesce, anche sforzandosi, ad accettare il fatto che sua figlia, la sua unica e bellissima figlia non voglia essere un’imprenditrice, ma solo una fioraia. Io non voglio essere ricca, non voglio avere successo sul lavoro. Voglio una felicità, non una qualunque, voglio quella che si ha nel sentirsi innamorati come un adolescente senza avere più quindici anni.

Bianca ama senza riserve, con l’incoscienza adolescenziale tipica di chi ha assistito, da inconsapevole, allo sfilacciamento della trama dei sentimenti, dell’integrità affettiva. Cresce come un fiore bello da ammirare, toccare e la cui caducità intrinseca, le restituisce la libertà con un’aspettativa di vita a breve scadenza.

Ci sono uomini che ti fanno desiderare di essere un oggetto, uno strumento scordato. Vorrei avere forza e spazio. Ma dentro ho solo robaccia. Fuori ho solo robaccia e non faccio che sbatterci contro […]. Papà, non saresti fiero di tua figlia, per cui trovati un hobby tra le nuvole del cielo.

Ecco perché ama Lorenzo, un uomo impegnato a recitare il ruolo del fidanzato fintamente presente in una relazione ormai finita preferendole la comodità rassicurante della routine proposta da Alba. Alba e Bianca erano amiche, vicine di attività. Lorenzo conosce Bianca e la consacra amante a tempo determinato perché è così vigliacco da scegliere la serenità del non sentimento alla sismica dell’amore.

Sono la guest star di una storia d’amore ormai ridotta in pezzi, potrei dare un calcio a quella che fino a poco tempo fa era l’unica indiscussa protagonista e rubarle la parte. Il sipario calerebbe sulla mia espressione tronfia di strega e puttana. Credo che la morte di mio padre possa essere l’alibi più utile e convincente dietro cui nascondere la mia colpa. Non mi piace la donna che sto diventando.

Alex invece la ama ma resta il suo migliore amico, il complice, il socio.

Alex ha detto di amarmi; l’ha detto già due volte. Con tutto l’impegno possibile, dubito che riuscirò mai a raggiungerlo e non solo per il numero, ma per la naturalezza, la semplicità con cui pronuncia quelle piccole parole: «Ti amo».

Bianca ha la determinata testardaggine di un bambino, la morte prematura del padre ha congelato la sua crescita emotiva lasciandole la spontaneità dolce e naïve della maturità profonda e disarmante dell’infanzia. Lei continua ad amare Lorenzo, l’uomo sbagliato, con la consapevolezza che non tornerà. È ignara però che la sua scelta di non cambiare, di intestardirsi sull’impossibilità di quell’amore e di non respirare la contingenza possa essere preludio di una scomposizione della sua unità fisica e spirituale, quindi fonte di possibile malattia

Il ritorno non è una variabile dipendente dalla nostra volontà, ecco perché lui non tornerà mentre tu ti ammalerai di cancro e ti cadranno i capelli nel mese in cui sbocceranno i tulipani […]

Bianca parte per Parigi e lontana dai condizionamenti familiari e affettivi, ha il coraggio di ricomporre quell’unita che le è sempre mancata perché capisce che

Alcune storie cominciano dall’epilogo. E sono quelle con il lieto inizio e la fine incerta.

Ludovica Castelli fa un discorso in prosa che scivola come un discorso in versi; versi che viaggiano su ghiaccio secco, liberi come i fraseggi del jazz, apparentemente improvvisati. Ogni singola parola scritta ha la coerenza dell’incastro perfetto, della nota che permette la ripetizione, la trasposizione, la variazione del ritmo mantenendo la stessa struttura ritmica, creando una melodia originale che non assomiglia a nient’altro che non sia La (sua) geometria dei fiori.

Usa temi classici e moderni e li piega alla sua tecnica geometrica producendo l’effetto straniante di ogni relazione con il nuovo, l’inatteso e il coinvolgente.

Ha il dono dell’armonia pur mantenendo dissonanze, stridori, ciniche carezze, contrasti e riprese bilanciate. Se avesse una voce recitante sarebbe quella della cantante jazz americana Cassandra Wilson: dolce e ruvida, flessibile e profonda, duttile e potente*.

Ludovica Castelli ha inaugurato un nuovo sound narrativo, fragilmente sorbitico, amaro e mordace. Ludovica Castelli è una scrittrice che mastica poesia per gusto, attitudine e vocazione.

* Cassandra Wilson, Fragile

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La geometria dei fiori | Ludovica Castelli