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La giraffa in sala d’attesa” di Božidar Stanišić
Traduzione di Alice Parmeggiani
Bottega Errante
Edizioni 


La giraffa in sala d’attesa: una famiglia decide di lasciare la Bosnia prima dello scoppio della guerra. il loro viaggio li porterà in un campo profughi in Friuli Venezia Giulia e da lì a vivere in un appartamento a Udine. Il padre è un nostalgico marxista, la madre una donna fragile e forte allo stesso tempo, il figlio un uomo che ha deciso di girare il mondo con il solo scopo di fare soldi. La figlia, Valentina, è la voce narrante che da Bologna torna dapprima a Udine dalla madre, per poi trasferirsi a San Diego, in California.

Un libro fatto di relazioni familiari, dialoghi serrati che raccontano un universo altro, il rapporto con la lingua madre e con la terra di origine, l’accoglienza e l’integrazione in un mondo nuovo, inaspettato e sorprendente. 

Per concessione di casa editrice e autore vi proponiamo la lettura di un estratto

Sarajevo-Parigi, era il primo viaggio in aereo mio e di Braco. Lui allora pensava che sarebbe diventato un pilota, e io che la hostess fosse la professione più bella del mondo. Quando tornammo, nel parcheggio ci attendeva una sorpresa: dalla nostra Yugo i ladri avevano rubato la radio e i tergicristalli. «Ogni cosa ha anche i suoi lati buoni…» disse papà. «I lati buoni?» disse la mamma, aggrottando arrabbiata le sopracciglia. «Ma potevamo anche restare senza ruote!» disse lui. «Questo è solo l’inizio…» disse la mamma, e poi scosse enigmaticamente la testa. «L’inizio? Certo, l’inizio della parte serena del giorno!» gridò papà. «Ecco, non piove! E le ruote ci sono… E adesso, per migliorare l’umore, diretti a Baščaršija!». Quell’estate fui per la prima e ultima volta a Sarajevo. E l’estate seguente? Di questo – dopo! A Sarajevo le cose che mi piacquero di più furono i tram, gli stormi di colombi e i ćevapčići nella pagnotta, ma senza cipolla. Era-no molto più buoni di quelli di D***. A volte mi abbandono a un’immagine, irreale: siamo nel profondo nord, in un igloo. Pareti di ghiaccio, ma dentro caldo. Il fuoco scoppietta in una stufa di ferro, uguale a quella di quel rifugio alpino sul Vlašić. Fuori – neve, più bianca di quelle della Bosnia. Mio padre ci portava sul Vlašić, ad andare in slitta e a sciare. Quando ci andammo per l’ultima volta, promise a Braco che l’inverno seguente avrebbe comprato gli sci anche a lui. L’inverno seguente, senza neve, lo passammo in un orrendo edificio. E là dove vivono gli eschimesi, o nel deserto, non ci andammo. Mai, tranne che nel-le mie fantasticherie in quel brutto casermone, un anno dopo, e in un altro paese. Nelle mie fantasticherie su Parigi, il deserto e gli eschimesi, Ćiro è sempre con noi. Quante volte ho desiderato cancellare dentro di me quell’edificio in cui abbiamo trascorso nove mesi, come fosse un disegno su un foglio di carta! Op-pure disegnarlo davvero, e poi con quel foglio fare un aeroplanino, e arrampicarmi da qualche parte, in alto, e lanciarlo. Perché si perdesse, per sempre! Ma nel corso degli anni seguenti l’orribile edificio mi è sempre tornato in mente, a intervalli irregolari ma in modo chiaro, come una fotografia. Si era insediato solo dentro di me o anche in tutti gli altri suoi ex inquilini? Inquilino è la parola giusta? Se sì, a ogni famiglia, come a noi, in quell’orrore di edificio toccava una stanza. Stanza è la parola giusta? Su questo ritornerò, e in modo dettagliato. Per ora, solo questo: erano stanze con pareti divisorie stranissime. Nella nostra stanza, durante quella lontana estate, mia madre sferruzzò quel pullover colorato che, anche dopo la nostra uscita da quell’edificio, lei ha continuato a indossa-re senza far caso alle nostre rimostranze. Per anni non ha ceduto alla richiesta mia e di Braco di separarsi da quel pullover.

«Lei non potrebbe mai trasformarsi in serpente!» disse Braco, adirato per l’ostinazione di nostra madre.

«Perché?» chiesi, inorridita dalle sue parole. «Non capisci! I serpenti si spogliano della pelle, per cui la mamma assieme alla pelle dovrebbe togliersi anche quel pullover. Inoltre, se fosse un serpente, non potrebbe ripetere bambini, è tutto finito – non siamo più in quella catapecchia… I serpenti non parlano. Però hanno una cosa in comune: appena critichiamo quel pullover, diventa subito sorda come una serpe!». «Non dire così!» protestai. «E come devo dirlo?».

«In altro modo, ma non così… Perché la mamma dovrebbe trasformarsi in serpente?».

«È solo un esempio» disse tranquillamente, «non ne ho uno migliore, soprattutto per la sordità totale. Se non mi credi, almeno dai un’occhiata a questo libro». Allora non sapevo che i serpenti fossero sordi. In ogni caso controllai nel libro Il regno degli animali, dalla cui copertina ci osservava un leone sotto il quale nuotava una balena. Sopra il cetaceo volava un’aquila, e accanto alle zampe del leone un serpente a sonagli sollevava la testa dal suo groviglio. Il regno deglianimali fu uno degli ultimi libri che mio fratello lesse durante la scuola. Per scrivere le sue relazioni sui libri di lettura, soprattutto alle superiori, quando, come sostiene ancor oggi, si era già fatto una chiara idea del mondo, si arrangiava in vari modi – ma i libri non li leggeva. Piuttosto i fumetti. «Lì tutti i dia-loghi sono chiari, non occorre rompersi la testa sui significati».

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La giraffa in sala d’attesa” di Božidar Stanišić – ESTRATTO su ZEST