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Franz Krauspenhaar classe 1960, è scrittore e poeta milanese, ha dato alle stampe numerose pubblicazioni tra le quali I romanzi Le cose come stanno (Baldini & Castoldi) Era mio padre ( Fazi), Le monetine del Raphael (Gaffi), Grandi momenti (Neo), Brasilia (Castelvecchi). Tra i libri di poesia citiamo Effekappa (Zona), Le belle stagioni (Marco Saya), Capelli struggenti (Marco. Saya); è stato redattore di Nazione Indiana, La poesia e lo spirito, Achab e fa parte del comitato di redazione de Il Maradagal.


di Antonia Santopietro

Hai origini tedesche da parte di padre e calabresi da parte di madre, parlaci di te declinando questi binomi: cultura e territorio, scrittura e origini.
La mia è una cultura varia, nasce e cresce a Milano, città dai mille abbinamenti. Nella famiglia, un padre tedesco e una madre calabrese mi danno varie versioni della stessa educazione, cattolica. Il territorio è quello della buona periferia milanese, posto tranquillo, vicino allo stadio di San Siro e al Pio Albergo Trivulzio. Poche distrazioni, il cinema o la partita la domenica, le canzoni, il gioco del calcetto con gli amici di strada. I primi libri letti, le prime cotte letterarie, i primi tentativi di scrittura. Tutto in un ambiente familiare e ovattato, dove solo mia madre per la verità mi incoraggia, per mio padre la scrittura non ha possibilità di divenire lavoro stabile.


Nella Teogonia, solo al poeta Esiodo le Muse donano la possibilità di cantare il vero o secondo verità,  il poeta è dunque colui che è profeta di verità, vicino alla verità (divina) per tramite di Muse ispiratrici… parliamo di Poesia e Verità…
La poesia è la mia verità, che è già tanto, è l’unica verità di cui posso essere responsabile. Una verità assoluta non la contemplo, mi sfugge, vorrei ritrovarla, ma troppi anni di disillusione mi hanno allontanato da ciò che sembra coprire tutto. Dunque la poesia è verità del poeta, o non è. Se è solo artificio e bravura, non è poesia, e’ letteratura più o meno riuscita.

Egotismo, autobiografismo, soggettivismo e poi… scrittura? in che relazione?
Nel mio caso finora c’è stato il bisogno di esprimere se stessi, i propri desideri, i propri inferni personali nel miglior modo possibile. La dose di egotismo non la voglio mai troppo alta, cerco di dosarla, non è tanto me stesso che mi interessa, ma le parole per dirmi, i modi per rappresentarmi, assieme a tutto il resto.

Incipit di “Camminare” di Thomas Bernhard (edizione Adelphi): “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora dopo Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì.” Tre spunti slegati o riorganizzabili, se credi: la pazzia, il camminare, Thomas Bernhard.
La pazzia è un ingrediente fondamentale, la letteratura è spesso il linguaggio della pazzia, organizzato, setacciato, scelto tra mille linguaggi. La pazzia viene  dal nostro quotidiano soffocato, questo girare, avvitarsi intorno a se stessi crea dei cortocircuiti che fanno l’accensione della pazzia letteraria. A quel punto lo scrittore agisce in un trance, esce fuori da se stesso, vola all’orizzonte e si racconta da fuori, come in un trip psichedelico. Per cercare l’estremo realismo si cerca di arrivare all’estremità di se stessi. Sul camminare, per me è diventato un passatempo utile, mi serve per raggiungere una meta vicina, nel grigiore della grande città non si riesce a gustare una camminata, troppi inciampi, interruzioni, troppo smog, aria cattiva, rumore di fondo. Lo scrittore ha bisogno anche di pace, di concentrarsi. Nelle librerie dovrebbe trovarla. Qualche giorno fa attendevo un amico a una Feltrinelli, in sottofondo una serie di classici della bossa nova cantati da Gal Costa, forse, con un arrangiamento stringato. Ascoltare quella musica ormai depurata da tutto in quell’ambiente asettico mi ha fatto sentire uno strano gelo, la dimensione sonora e visiva del nostro mondo, il mondo delle grande distribuzione. Su Thomas Bernhard posso dire che lo scoprii negli anni ’90, li lessi quasi tutti,  e feci una indigestione tale che per molti anni non potei tornarci sopra. La cosa più fastidiosa è la ripetitività del tono, Bernhard a un certo punto ha deciso di essere Bernhard per sempre, come un marchio, e si è ripetuto senza tregua. Tra questi episodi di ripetitività, ci sono cose geniali, come in Antichi Maestri, o nel mio preferito A colpi d’ascia. Uno scrittore bachiano, un genio del 900, il maestro della fuga come la parola che esce dalla penna come una nota musicale, il cantore dell’idiosincrasia.

Dostoevskij in una lettera a N. N. Strachov, e riferendosi alla stesura de “I demoni”: […] Si dice che il tono e la maniera di svolgere un racconto dovrebbero nascere spontaneamente nello scrittore. È certo vero, eppure a volte capita che si proceda a tentoni e si debba cercarli. Per dirla in una parola, nessun’altra opera mi è mai costata tanta fatica quanto questa.” (Da Lettere sulla creatività, traduzione di Gianlorenzo Pacini Feltrinelli 1991). Dove nascono le storie?
Le storie nascono in noi stessi e nella nostra vita. Nei nostri sogni, nelle nostre paure. Bisogna cercarle, o farsi cercare. Per me è stato sempre un impulso, raggiungere queste storie come se mi avessero chiamato. L’urgenza dopo la chiamata, come il dovere di un soldato da esercitare, nel nome di un ideale. Il lavoro è rimasto l’unico ideale a cui tendere, e per me trovare una storia è trovare il modo per trovare l’ideale, in sostanza per avere una buona ragione per vivere.

Si sente spesso parlare di scrittura e cura, riconosci all’arte se non delle virtù almeno delle opportunità in ciò?
Posso dire che per me ha funzionato. La scrittura mi ha salvato dalla depressione, dalla disperazione, è una cura impegnativa, che fa male, ma se la prendi sul serio e con un po’ di coraggio funziona.

Un giorno ho scoperto il termine “multipotenziale”: dicasi di persona che non ha una sola vocazione e può applicarsi riuscendoci in professioni, mestieri e arti completamente diverse anche contemporaneamente. Ti pare possa calzarti?
Penso di sì, penso che se svolgi bene il tuo compito in una disciplina artistica te la puoi cavare anche in un’altra. L’importante è metterci tanta altra passione e impegno, non perdere tempo.

Futuro / Passato. A te scegliere di cosa parlarci.
Il futuro. Qualcosa che non esiste ma che ci riempie la vita, ci angoscia. Ogni tanto penso che, arrivato fin qui da ultracinquantenne, il mio futuro, quello al quale ho pensato per tanto tempo, è arrivato da tempo. Ecco, il futuro è qui, e se volto la testa è già passato. Non ci sono più confini, sono entrato nell’unicum temporale.

La letteratura di cosa si occupa? Susan Sontag ha detto “Literature is dialogue; responsiveness. Literature might be described as the history of human responsiveness to what is alive and what is moribund as cultures evolve and interact with one another.”  Credo che la parola “responsiveness” ci indichi la via moderna al suo valore.
Questa è una risposta fattiva, che a me piace perché ci toglie di dosso il concetto dell’art pour l’art, che poi porta all’ideologia di mercato. In un mondo dove tutti sono artisti o si fanno chiamare artisti, nessuno è un artista. Ora, a mio parere non è importante come ci si faccia chiamare, l’importante è cosa si fa, quali strade si scelgono di seguire. Ciò che dice la Sonntag mi trova d’accordo, ma quanti perseguono questa strada. Forse dovremmo cambiare i metodi di conoscenza della letteratura, dare più dialogo agli incontro, più pepe, più gioia di  vivere. Perché il mondo letterario a me sembra un modo sclerotizzato, in coma, con la noia che ci arriva fino al naso, prima dell’affogamento. Dobbiamo trovare il modo di far staccare i ragazzi dai videogiochi e portarli in libreria, ma tutti devono fare la loro parte. E non bisogna certo banalizzare le tematiche, ma semplificarle, per pescare maggiormente con lo strascico.

 

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La letteratura è spesso il linguaggio della pazzia: in dialogo con: Franz Krauspenhaar

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