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La Locanda dell’Ultima Solitudine: una nave mancata che fa salpare la vita

Autore: Alessandro Barbaglia
Mondadori 2017

recensione dei lettori di ZEST: Eloisa Zanoni

La Locanda dell’Ultima Solitudine, sullo scoglio di Punta Chiappa: una locanda che se ne sta lì come una prua di nave che sporge sul mare, forse proprio perché è costruita con dei tronchi di leccio che avrebbero dovuto servire per costruire una nave; un posto dove si fermano solo persone che scappano da qualcosa o che cercano di raggiungere un posto lontano. Una nave mancata, dunque, come spesso lo sono i nostri desideri. Non tutti noi riusciamo a raggiungere quello che abbiamo sempre aspettato o fuggire da ciò che ci tormenta.

Libero, invece, sembra sicuro: ha prenotato, il 20 luglio 2007, l’unica stanza della locanda per il 20 luglio 2017. Dieci anni, che saranno mai? Lui aspetta la sua Lei, l’unica adatta, quella bellissima, con pelle di vaniglia e splendide sensuali labbra color rosso Nebbiolo. Dieci anni che saranno mai per aspettare una così? Intanto Libero immagina. E, purtroppo, immagina anche di vivere. L’attesa è statica e, a volte, intensissima, ma Libero è un po’ parente di Zeno Cosini e di Vitangelo Moscarda. Bello è bello, con quella folta massa di capelli ricci color rame scuro, disordinati proprio come agli uomini stanno benissimo, una morbida barba spessa un dito… ma, insomma, vive in una casa blu vuota, completamente vuota! Sono vuote le stanze, gli armadi, le librerie, la cucina, le mensole, la credenza. Quale donna potrebbe mai sopportare un uomo del genere? Uno che non sa neppure aderire con la sua vita(lità) ed energia alla propria casa, uno che di certo passa la giornata immerso nei propri pensieri e non sa neppure darti una mano facendo la spesa al supermercato. Uno con la sindrome di Peter Pan. Affascinante solo finché non te lo sposi.

Libero ha un cane, Vieniquì, un cane nero di razza imprecisata che ha un unico imbarazzante difetto: ogni tanto scompare. Un altro che fugge dalle proprie responsabilità, canine in questo caso. Un cane non può scomparire, se no come la mettiamo con la fedeltà? Se poi Vieniquì, scomparso da una settimana, si fa ritrovare insieme a una ragazza bellissima, una “bellissima nei punti deputati ad esserlo”, con labbra rosse Nebbiolo per giunta, allora è fatta. Libero è sicuro: è lei la sua Lei. Lui non sa opporsi, come quando scivoli lungo una pendenza; però lei è astemia, troppo curata, organizzatrice, sicura, piena di energia. Sfocata, per lui che è abituato alla lentezza. E così lei gli stravolge la vita, e la casa. Lo costringe a crescere, anche se per lui significa solo togliere i sogni dai cassetti per metterci mutande.

Viola invece è decisa quasi fino al parossismo: non ne può più del suo paesino opprimente, Bisogno; si sente soffocare tra le strane abitudini della madre Margherita e l’assenza del padre, che le ha abbandonate. Vuole andarsene, ma è difficile non tornare, “nemmeno con il pensiero”. Lei in fondo cerca solo un po’ di felicità, visto che non si ricorda più l’ultima volta in cui è stata felice. Forse quando con il padre ha fatto quel viaggio al mare per cercare il suo ruscello che, d’estate, era sparito. L’attesa di Viola è però, a differenza di quella di Libero, attiva, combattiva; pure la sua rabbia è costruttiva, è un ponte teso verso chi potrà placarla. Verso don Piter, per esempio. Un prete, un pianista, un uomo sognatore, ma energico (era ora!).

Gli altri personaggi ruotano a riempire la storia di chiari e scuri. Lena, donna d’età indefinita che impatta contro l’inadeguatezza di Libero, un tempo suo vicino di casa; lei cerca di spingerlo un po’ nell’azione, come potrebbe fare una mamma, ma lui all’inizio non capisce, anche se è grazie a lei che scopre la Locanda. Lena che ha un passato triste da cui ripartire, senza più fili a trattenerla, leggera come uno degli aquiloni che costruisce. Poi ci sono i gestori della Locanda, Enrico il proprietario e l’uomo con i baffi, che ha un segreto nel suo passato. Enrico costruì la locanda quando era ancora un bambino, ai tempi della seconda guerra mondiale, con una lucida follia surreale che forse è l’unica reale, perché è propria dei bambini. Enrico ormai cresciuto vede passare coppie diverse nella sua locanda, serve a tutte misteriose perle bianche e osserva le loro nevrosi o le loro commozioni.

Infine, a partire più o meno dal capitolo 26, la storia comincia a tirare le sue fila. Chi era incapace di vivere deve imparare a farlo, chi era desiderosa di fuga deve prendere una decisione, chi era capace di saggezza deve intervenire per amministrarla e curare ferite, chi era energico non può che continuare ad esserlo, anche a costo di subire una punizione; chi aveva un doloroso segreto forse per la prima volta lo deve affrontare, anche se è tardi. Infatti le immagini del libro si condensano e riassumono in quella del viaggio: Libero prende un treno, Viola prende un treno e poi cammina, Libero sale su un taxi che porta fino al mare, Libero si fa una nuotata che finalmente gli smuove dentro qualcosa di vitale.

Dunque chi fa un viaggio verso la Locanda dell’Ultima Solitudine alla fine smette di viverla. La solitudine. Forse questo vuole dirci Alessandro Barbaglia, con il suo ritmo poetico e i suoi raffinati giochi di parole: si possono fare tanti errori, come Libero, aspettare, a volte a vuoto o non abbastanza, arrabbiarsi e urlare, come fanno Viola e Margherita, ma prima o poi bisogna arrivare alla nostra ultima solitudine, cioè a quel punto in cui essa smette di esistere. Infatti il romanzo termina con dei sorrisi (di Viola) e delle risate (di Lena, Margherita e degli ospiti della Casa del Petalo). Si sorride e si ride bene solo con altre persone, mai da soli. Perché possiamo sognare e aspettare e immaginare e illuderci da soli, ma vivere pienamente solo condividendo questi sogni, immaginazioni e illusioni con gli altri.

Alessandro Barbaglia ci guida nella lettura con una scrittura musicale e arguta, dove ogni frase ha più senso perché rimanda ad un’altra, in un susseguirsi di giochi linguistici mai fini a se stessi; spesso la storia che racconta è surreale, ma forse lo è perché la vita non può esserlo, e dunque tutti noi abbiamo bisogno ogni tanto di una pausa dalla realtà a volte brutale delle nostre giornate. I personaggi si muovono su uno sfondo geografico vario, inventato e reale al tempo stesso: la Città Grande dove vive Libero, indefinita proprio perché città che spersonalizza; le colline coltivate a vigna di Bisogno, con la maestosa chiesa di San Rocco… e il parcheggio dove prima c’era uno stagno con pesci, rane e girini… i luoghi della mia infanzia! Poi la stazione ferroviaria di Orta-Miasino con il cartello d’arrivo che compare una lettera per volta a causa del ramo di un castagno, il mare di Punta Chiappa. Mentre leggevo questi particolari mi riportavano piacevolmente a terra, perché è bello volare nel surreale, ma ogni tanto bisogna fare come gli aquiloni, che hanno il filo proprio per non perdersi nel cielo. Perciò ho apprezzato molto gli ultimi capitoli, che mettono ordine nella storia, nelle storie dei personaggi; perché alla fine “che male c’è nell’ordine?”. Troppo disordine, soprattutto mentale, può coincidere con l’incapacità di prendere decisioni, o prenderle male, tipo sposarsi e accorgersi dopo nove anni che lo si è fatto con la persona sbagliata. E allora il disordine non è più fantasia, ma solo caos, sofferenza. Se poi si riesce ad avere fortuna, ad aspettare abbastanza, magari ci può capitare di vivere la scena più emozionante, per me, del libro (a pag. 15-16): un lui e una lei che corrono insieme; lui la distanzia, tanto, finché non la vede più, ma non lo fa per perderla. Lo fa per aspettarla. Perché è bello aspettare, ma solo se poi chi aspetti arriva, e infatti lei arriva: “E lì vederla ridere, e baciarlo, e stargli dietro come un corso nuovo, fatto della corsa nuova che si corre a passi dispari che un passo è lui, uno è lei e il terzo passo è la bellezza che faranno passo a passo, senza più passarsi mai”.

Se questo passo a due è ordine, e l’amore è ordine nel disordine, allora due che si amano si accordano a vicenda; per un ordine così si può anche rinunciare a un po’ di fantasioso caos.


Eloisa Zanoni, 34 anni, insegnante di lettere nella scuola superiore, ora a tempo indeterminato (magnifica parola!) al liceo scientifico Bonaventura Cavalieri di Pallanza. Insegnante dunque anche esperta di psicologia dell’età adolescenziale, cane da guardia, assistente sociale, attrice, competente in competenze (quando capisce cosa sono), con attitudine all’autocontrollo, soprattutto nei confronti della burocrazia scolastica e per evitare di uccidere chi sostiene che gli insegnanti lavorano solo 4-5 ore e hanno troppe vacanze. È esperta nell’arte del trasformismo, cioè corregge pacchi e pacchi di verifiche mentre contemporaneamente studia, prepara lezioni, tenta di leggere libri, legge La Stampa (spesso per preparare lezioni), partecipa a riunioni, amministra la casa, ogni tanto passeggia per trovare le forze necessarie a fare tutto il resto. La sua grande passione sono i taccuini da viaggio (quindi anche i viaggi) scritti e illustrati con gli acquarelli, tipo quelli di Stefano Faravelli. I taccuini in generale, che colleziona dall’età di 13 anni. Per riempirli di scrittura. Ma questo rimane il sogno dei ritagli di tempo, che proprio perché ritagli sono piccoli e si smarriscono.Ha un altro grande sogno. Ma siccome è un miracolo è meglio non svelarlo e attenderlo.
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La Locanda dell’Ultima Solitudine | Alessandro Barbaglia

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