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LA MACCHINA DELLO STORY TELLING
Facebook e il potere di narrazione nell’era dei social media
Paolo Sordi
Bordeaux edizioni 2018

La promessa di Facebook è renderci lettori e autori delle nostre stesse storie, ma in realtà il social network di Mark Zuckerberg costruisce una vera e propria catena di montaggio della narrazione che imprigiona al suo interno vite, biografie e racconti.

Processando i metadati, i comportamenti e le interazioni di miliardi di utenti all’interno del giardino chiuso della piattaforma, l’algoritmo si impone infatti come un narratore onnisciente e totalitario, una macchina di storytelling predittivo a beneficio degli unici lettori che contano davvero: gli inserzionisti pubblicitari.

Attraverso l’analisi del funzionamento del social network più famoso del mondo e con l’aiuto di riferimenti letterari e filosofici non scontati (da Aristotele a Dave Eggers passando per Barthes e Steve Jobs), Paolo Sordi ci dimostra quanto la creatura di Zuckerberg si fondi su un’ideologia della tecnologia e del mercato funzionale solo alla monetizzazione, all’espropriazione e all’ingabbiamento dell’organizzazione sociale.

Insomma l’algoritmo di Facebook pare aver preso in parola Michel Foucault: la prigione e la gratificazione non sono che parte dello stesso sistema di controllo.

Per concessione della casa editrice vi proponiamo la lettura di un estratto

La retorica antica di Facebook

Come scrive Roland Barthes, per Aristotele la retorica è una “logica degradata”. Se il sillogismo è il fondamento dell’argomentazione logica, per cui tre proposizioni dichiarative sono connesse in modo tale che dalle prime due, assunte come premesse, si deduca una conclusione (classico esempio: tutti gli uomini sono mortali, tutti gli italiani sono uomini, tutti gli italiani sono mortali), se dunque un ragionamento condotto con un sillogismo è necessario, cioè sempre corretto, e formale, in quanto la correttezza dipende dalla sua struttura e non dal significato delle sue parole, l’entimema, al contrario, è il fondamento della retorica, ovvero un para-sillogismo che arriva alla conclusione partendo da premesse non evidenti o nei dati di fatto oppure nelle connessioni logiche che si affidano a verosimiglianze o segni. In un racconto, il “verosimile impossibile” vale più del “possibile inverosimile”, perché la logica adattata al livello del senso comune e dell’opinione corrente rende accettabile per il pubblico quello che il pubblico accoglie nel novero delle possibilità, anche se questo novero accoglie ciò che è impossibile scientificamente1. Legando le affermazioni al contesto, l’argomentazione retorica si autoconvalida sulla base del consenso generale e non su princìpi astratti. Ragione, morale ed emozione (lógos, éthos e pathos, le componenti cognitive e neuro/fisiologiche) si pongono sullo stesso piano di interdipendenza rifiutando la configurazione formale e dogmatica della verità e favorendo, almeno in teoria, un pensiero critico in grado di generare opinioni alternative, formulare contro-argomentazioni e prendere decisioni conseguenti2. La caduta in disgrazia e il discredito intellettuale che la retorica subisce a partire dal xvi secolo si spiega appunto con l’affermazione del nuovo valore dell’evidenza, che riduce il linguaggio a medium di espressione. La retorica è un colore, un ornamento che non deve macchiare l’autosufficienza del “naturale” in tutte le sue manifestazioni, quella personale (nelle vesti del protestantesimo), quella razionale (cartesianesimo), quella sensibile (empirismo)3.

1 R. Barthes, La retorica antica, Bompiani, Milano 2011, p. 21.
2 S. Calabrese, Retorica e scienze neurocognitive, Carocci, Roma 2013, p. 19.
3 R. Barthes, op. cit., p. 46.

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La macchina dello storytelling | Paolo Sordi – ESTRATTO

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