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LAB GIRL – La mia vita tra i segreti delle piante
Hope Jahren
Codice edizioni 2018

commento di Paolo Risi

L’uomo non sa costruire una foglia ma sa bene come distruggerla.

Questo è un dato di fatto, una realtà comprensibile a tutti, ma che allo stesso tempo è in grado di sorprenderci, di infastidirci. Ci destabilizza un poco perché misura la potenza e la perfezione della natura, e perché colloca l’uomo sul versante opposto della creazione. Lab Girl mette in luce la passione di una scienziata – che è anche una brava scrittrice – per i meccanismi che regolano gli equilibri del pianeta, presidiati, se mai ce ne fossimo dimenticati, dalle reazioni di sintesi che avvengono nei microscopici o imponenti laboratori del mondo vegetale.

Le foglie del mondo comprendono innumerevoli elaborazioni di un’unica, semplice macchina progettata per un’unica funzione, una funzione attorno alla quale è imperniato tutto il genere umano. Le foglie producono zuccheri. Le piante sono gli unici organismi dell’universo in grado di produrre zuccheri a partire da materia inorganica non vivente. In mancanza di un apporto costante di glucosio, il cervello umano muore. Punto.

Hope Jahren ci mette di fronte alla complessità degli ecosistemi senza farci sentire inadeguati; non sciorina dati incomprensibili, e non cerca di fare presa sul pubblico sfruttando suggestioni e sensi di colpa. Il suo approccio è solido, emozionale e allo stesso tempo rigoroso, presuppone lo spostamento dell’uomo contemporaneo dal ponte di comando dell’evoluzione, gli assegna i compiti di copilota e marconista, di osservatore e timoniere di un vascello chiamato ecosistema.

È la vita di Hope Jahren, il racconto che lei stessa ne fa – pirotecnico, appassionato e a tratti esilarante – a convincerci di questa esigenza di cambiamento, che è semplicemente cambio di prospettiva per non soccombere alle logiche del profitto, all’indifferenza di che sventola, irresponsabilmente, i vessilli del progresso fuori controllo e della produttività.

La civiltà umana ha ridotto la pianta, una forma di vita vecchia quattrocento milioni di anni, a tre cose: alimento, medicina e legno. La nostra pericolosa e crescente ossessione per queste tre cose – che non ci bastano mai, che vogliamo sempre più efficaci e in abbondante varietà – ci ha spinto a devastare l’ecologia vegetale come milioni di anni di calamità naturali non sarebbero mai riusciti a fare.

Autobiografia romanzata, a fior di pelle, diario condiviso e gonfio di aneddoti, di riflessioni mai banali e illuminazioni scientifiche. A partire da Austin nel Minnesota, luogo di nascita e degli affetti famigliari, per finire alle lussureggianti Isole Hawaii, dove Hope Jahren è titolare di una cattedra in geobiologia alla University of Hawaii at Manoa.

Non è da sottovalutare la traiettoria che la scienziata e docente americana realizza nell’arco della sua vita professionale; denota una curiosità che accarezza la sfida, l’approccio pionieristico e avventuroso, la predilezione per il lavoro e la ricerca sul campo.

Le sere trascorse con il padre a riordinare il laboratorio didattico della scuola (il signor Jahren è insegnante di chimica in un piccolo collage) presagiscono un cammino che si rivelerà tortuoso, a tratti ricco di ostacoli e imprevisti, ma sempre ispirato dalla curiosità e dalla determinazione. Ogni tappa una storia da raccontare: dalle fascinazioni dell’infanzia alle esperienze dell’età adulta, che la porteranno, dopo la laurea con lode alla University of Minnesota, a insegnare e a gestire (se non a realizzare ex novo) laboratori, e a fare a pugni con budget governativi e universitari. Abiti comodi e spirito di adattamento, nelle aule come nei pantani e sui ghiacci dell’Artico, da San Francisco a Baltimora fino alle sponde del Mississippi, dalla Norvegia all’Irlanda, in giro per il mondo alla ricerca di un habitat ideale, di un reperto in grado di avvalorare un’ipotesi di lavoro.

Ma Lab Girl non è soltanto il resoconto di missioni scientifiche e di successi professionali. È soprattutto il ritratto di una donna straordinaria, che combatte contro il sessismo del mondo accademico e per affermare la propria identità.

Hope accusa periodi di fragilità (in particolare quando si trova ad affrontare una gravidanza), si arrende alla depressione e allo sconforto per poi riprendere in mano la propria vita, facendosi forza nonostante la stanchezza, il cibo spazzatura, gli alberghi squallidi, gli unici che si può permettere quando i soldi scarseggiano. Per sua fortuna nei momenti bui non manca una luce di sicurezza, la pista tracciata dall’amicizia e dalla condivisione assoluta, rappresentata, nel caso della scienziata statunitense, dal suo assistente Bill Hagopian, ricercatore di origine armena che accompagna Hope in capo al mondo con grande devozione e fiducia incondizionata. La loro – a partire dalle prime collaborazioni all’Università della California – è una storia di fratellanza che sfugge a ogni possibile definizione.

Tanti fanno ancora fatica a capire il nostro rapporto. Siamo fratello e sorella? Anime gemelle? Compagni? Novizi? Complici? Consumiamo praticamente ogni pasto insieme, le nostre finanze si intersecano e ci raccontiamo tutto. Viaggiamo insieme, lavoriamo insieme, finiamo uno le frasi dell’altro, e ciascuno di noi ha rischiato la vita per l’altro…

Lab Girl è quindi un libro che parla di botanica, rendendola materia viva, sorprendendoci ed elaborando una frizzante forma divulgativa, che non può fare a meno di raccontare le relazioni umane e l’attitudine alla positività. È l’autrice stessa a tenerci per mano lungo il cammino, raccontando di come siano le intuizioni sofferte, i ribaltamenti di prospettiva, ad alimentare coscienza, bellezza e sensibilità ecologica. Perdite e riconquiste si alternano – nell’autobiografia pubblicata in Italia da Codice Edizioni – come elementi di una stessa reazione chimica, fino all’epilogo che contempla i dubbi sul futuro del nostro pianeta, ma anche il possibile snodo verso il cambiamento, che può essere un’azione semplice, intima e allo stesso tempo universale.

Ecco la richiesta personale che faccio a ciascuno di voi: se avete un pezzetto di terra vostro, quest’anno mettete a dimora un albero. Se siete in affitto, e avete un giardino, piantateci un albero e osservate se il padrone di casa lo nota. In tal caso, insistete dicendo che c’è sempre stato. Buttate là che è veramente una persona eccezionale se ha così a cuore l’ambiente da piantare un albero in giardino. Se abbocca, piantatene un altro. Mettetegli attorno alla base della rete metallica e legategli al tronco una casetta per gli uccellini, anche bruttina, per dargli un aspetto permanente, e poi andate e sperate in bene.

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