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LA PANTERA E ALTRI RACCONTI | Sergio Pitol
Traduzione di Stefania Marinoni
Gran Via 2018

introduzione di Alfredo Zucchi

Messicano, maestro di maestri, Sergio Pitol (1933) resta un oggetto letterario in gran parte sconosciuto in Italia. Della sua vasta e variegata opera, pochi titoli sono stati tradotti nello stivale: Valzer di Mefisto (Sellerio, 1992), La vita coniugale (Sellerio, 1994; Nottetempo, 2006), La divina (Sur, 2014), La sfilata dell’amore (Gran Vía, 2014), e in ultimo La pantera e altri racconti (Gran Vía 2018).

Uomo e scrittore totale, Pitol manipola generi e forme – scrive, nell’arco di sessant’anni, racconti e romanzi, saggi e memoir. È viaggiatore, diplomatico, traduttore da svariate lingue (inglese, polacco, russo, italiano, ungherese, cinese) di maestri quali Čechov, James, Nabokov, Austen e Gombrowicz.

Tra i grandi interpreti della finzione autobiografica, Pitol è scrittore di scrittori: dei suoi eredi messicani, Juan Villoro su tutti; e di quelli che, da più lontano, ne hanno seguito le tracce. È il caso di Enrique Vila-Matas; scrive l’autore di Paris no se acaba nunca e di Exploradores del abismo: «Pitol mi ha aperto porte, mi ha mostrato sentieri della letteratura e gli devo quello che sono e quello che non sono. Lo considero il mio maestro.»

È anche il caso di Davide Orecchio, che in Mio padre la rivoluzione fa di Pitol un personaggio chiave nella sua riscrittura della Storia e della rivoluzione russa: è il Pitol viaggiatore, il Pitol diplomatico, il Pitol osservatore e scrittore – l’uomo totale – a prendere forma nelle pagine di Orecchio.

Gran Vía propone al pubblico italiano, nella traduzione di Stefania Marinoni, una selezione di racconti scritti nell’arco di trent’anni – un’ampia panoramica sulla narrativa breve dello scrittore messicano – corredata da una prefazione in forma di diario di Enrique Vila-Matas.


 PER GENTILE CONCESSIONE DELLA CASA EDITRICE PUBBLICHIAMO IL RACCONTO
“LA PANTERA”


commento di Paolo Risi

Nella vita come nella letteratura gli sembra auspicabile che i fatti possano assemblarsi, fondersi fino a neutralizzarsi, sciogliersi in una specie di liquido in cui nessuna delle parti vale per se stessa ma solo per il tutto, il quale in fondo non è altro che un’ambientazione, una certa atmosfera.” (da Il ritorno)

Da geniale orchestratore Sergio Pitol mescola vita e letteratura, riflessioni sullo scrivere e ricordi personali.

Tutto ciò che viene impresso sulla carta, storie o appunti isolati, è frutto di una combinazione di elementi irripetibile, sostanza multiforme che offre svariate chiavi di lettura. La metodicità si inabissa nel magma dei salti temporali e della fluidità onirica, dove niente sembra aver a che fare con quello che è, con ciò che coscientemente è stato.

Lo scrittore e traduttore messicano ci accompagna – attraverso i 14 racconti selezionati nell’antologia pubblicata da gran via edizioni, datati dal 1957 al 1980 – all’interno di una fantasmagorica officina creativa. Lo fa mischiando le carte, promuovendo un’alterità che è distacco dalle forme consuete del racconto. Il suo stile è sfarzoso, ma mai eccessivo, si accorda con le complessità e le ipocrisie della parte di umanità che ha scelto di investigare, perlopiù formata da brandelli di borghesia e da intellettuali che provano a scampare al naufragio.

L’irrazionale che galoppa nel nostro essere adotta in certi momenti una cavalcata cosi furiosa che codardamente cerchiamo di rifugiarci in quell’ammuffito ammasso di norme con cui pretendiamo di regolamentare l’esistenza, in quei vacui canoni con i quali ci sforziamo di frenare il volo delle nostre intuizioni più profonde.” (da La pantera).

Pitol gioca con la memoria, con la sua labilità; le trame e gli intrecci scavano morbidamente fino al nucleo delle relazioni (come nel magnifico racconto Cimitero di tordi), accogliendo esperienze rimosse e pronte a tornare in superficie. Le trame pazze le definisce lo scrittore Enrique Vila-Matas nella presentazione alla raccolta, frammenti isolati di storie e visioni che si incrociano – per poi sfaldarsi – su rotte apparentemente impraticabili.

Immersi nelle atmosfere plasmate dello scrittore messicano i personaggi rincorrono autonomamente il proprio destino, mossi da una vitalità che sembra non obbedire a sollecitazioni esterne. La figura dello scrittore in crisi di ispirazione (tratteggiata nel racconto Dell’incontro nuziale) diviene paradigma dell’impossibilità di giungere a una quadratura del cerchio, a una corrispondenza fra i presupposti e gli esiti del proprio agire nel mondo. Le coincidenze, i fatti legati a connessioni fortuite, conducono protagonisti e comparse verso il cambiamento, verso livelli alternativi di consapevolezza, verso il non esistere, condizione a cui aspira, ad esempio, il giovane protagonista del racconto Il ritorno.

Nella sua immaginazione sfila, inciampa e si confonde una serie di immagini sgradevoli, volta a dimostrare l’assurdità della vita. La mancanza di senso e la fatica di tale impresa. Non vuole andare da nessuna parte, gli oggetti sembrano coprirsi di una grigia, viscida luminosità…”

I molti spostamenti legati all’attività di diplomatico, la curiosità, la passione per la cultura e il mistero, l’impegno nel tradurre, fra gli altri, autori come Jane Austen, Joseph Conrad, Lewis Carrol, Henry James, determinano e alimentano l’immaginario di Sergio Pitol, stimolano l’affacciarsi di nuove identità e contribuiscono a mostrare – pagina dopo pagina – le sorgenti della sua opera. Il grande scrittore e intellettuale (Premio Cervantes nel 2005) si dona senza riserve, accarezzando il proposito di far coincidere la realtà con le versioni apocrife del visibile, riflessi intermittenti e rivelatori; in tutto ciò si avverte il desiderio di coinvolgere il lettore in un gioco senza confini, di renderlo complice dell’invenzione, della celebrazione del dubbio e delle esistenze segrete.

I 14 racconti inseriti nell’antologia, il cui titolo originale è Los mejores cuentos, testimoniano il magistero di Pitol, la sua capacità di riconoscere e valorizzare partiture della vita soffocate da un perpetuo rumore di fondo.

E come in un gioco di ruolo le sue storie invitano ad abbandonarsi, a servirsi della ragionevolezza e della fortuna per accedere nelle zone inesplorate della verità.

Invitano a coalizzarsi, a riconoscere entusiasmi e debolezze comuni.

Pitol non crede nei decaloghi e nelle ricette universali. E come, da parte mia, non essere completamente d’accordo? Per lui la Forma che uno scrittore riesce a creare è il risultato di tutta una vita: l’infanzia, ogni tipo di esperienza, i libri preferiti, l’intuizione costante. ≪Sarebbe tremendo≫ dice, ≪se tutti gli scrittori obbedissero alle regole di uno stesso decalogo o seguissero la strada di un unico maestro. Sarebbe la paralisi, la putrefazione≫. E come, da parte mia, non essere completamente d’accordo? Non è un sostenitore del discorso unico. E intende la letteratura come una repubblica delle lettere nella libertà. Mi sembra il maestro perfetto.” (dalla presentazione di Enrique Vila-Matas)

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La pantera e altri racconti | Sergio Pitol, in esclusiva su ZEST il racconto “La pantera”

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