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Neo. Edizioni 2017

Il viaggio di un uomo che sceglie di partire, nonostante a chiederlo sia il padre che non ha mai avuto.

Una telefonata sveglia Matteo all’alba mentre è in vacanza con la sua famiglia. All’altro capo la voce di un uomo che conosce appena. Suo padre lo sta chiamando da un passato rimosso. Gli chiede di incontrare la sorellastra, che conosce appena e il cui unico ricordo è intriso di una sensualità acerba, e insieme raggiungerlo in una remota città ucraina. Matteo non sa ancora quanto quel viaggio lo porterà lontano, né se avrà la forza di realizzare l’ultima volontà di un uomo morente la cui assenza ne ha scolpito il carattere, le chiusure, la vita intera.

Come nell’opera di Bach, è l’umano il fulcro di questo romanzo. Un umano dimenticato, fatto di debolezze e rancori, di pulsioni e desideri, di una grazia terrena e scabrosa capace di contemplare dentro di sé il proprio contrario.

 


Un estratto per gentile concessione della casa editrice:

 

Finirono di chiacchierare. Giulia preparò il letto nella cameretta e Matteo si sistemò in salotto. Lasciarono le porte e le finestre aperte, con la speranza che arrivasse un po’ d’aria a smuovere l’afa. Prima di andare, si salutarono con un abbraccio lungo e silenzioso; quando si staccarono, le dita di lei rimasero intrecciate a quelle di lui per un secondo di troppo. Lo guardò negli occhi, poi lentamente si allontanò. Lui la seguì con lo sguardo mentre spariva nella penombra. Si spostò in salotto, e rimase in piedi, in silenzio, ascoltando il fruscio di Giulia che indossava la camicia da notte.

I palazzi davanti si erano spenti – erano passate da poco le due. Sotto la luna quasi piena si intravvedevano la rocca di Voronyhrad, la chiesa bianca in cima, le cupole grigie – quelle che di giorno risplendevano d’azzurro e oro. La città era silenziosa, immersa in un riposo preindustriale, carbonifero; ogni tanto si avvicinava il rumore sfiatato di un autobus che riportava a casa i sopravvissuti della serata. Matteo aveva sonno ma non voleva dormire: gli sembrava che quello fosse il momento giusto per stare svegli.

Guardando verso lo spazio brullo che si apriva tra i palazzi intravide due ragazzi baciarsi. Dall’alto, sembravano tratteggi a matita appena accennati; entrambi avrebbero dato tutto per la salvezza dell’altro. Ogni vita vista da vicino sembrava irrinunciabile – valeva per i topi e per gli esseri umani. Se Gesù aveva insegnato qualcosa, era esattamente questo: gli ultimi non sono meno importanti dei primi. Matteo aveva abbandonato il seminario perché non si sentiva all’altezza della chiamata: conosceva le proprie debolezze. Da quella decisione, aveva fatto di tutto affinché la sua vita fosse un atto di preghiera – attraverso il lavoro, la famiglia, l’integrità di ogni scelta. Era diventato il guardiano della sua ortodossia; e in certi momenti sentiva l’esistenza stretta come un cilicio. Quando condannava le sue deviazioni, o quelle degli altri, guardava al cielo e pensava: questo sforzo è per Te. Dio rispondeva con un silenzio che si prestava a varie interpretazioni: lui, per sé, aveva sempre scelto la più dura ma da tempo aveva capito che l’umanità preferiva prendere la strada più facile. Quei tre giorni all’estero significavano qualcosa, anche se non gli era chiaro cosa.

Si distese sul divano. Nel silenzio in cui ogni cosa galleggiava, si udivano il respiro moribondo di Giovanni e quello pesante di Giulia, e il lamento dell’acqua che scorreva nelle vene nascoste del palazzo – quella creatura ferita e martoriata, eppure ancora in piedi. Chiuse gli occhi. Il mondo avrebbe smesso di esistere, almeno per quella notte. Maura era solo un ricordo; i suoi figli anche. Milano, quella madre crudele che chiedeva la vita in cambio di soldi, in quel momento distava dal suo cuore più di Plutone dalla sua stupida luna. Immaginò Giulia che gli respirava accanto. Dalla sua bocca usciva un’aria calda e dolce come il vento della Sicilia. C’era pure Jim Morrison, il cagnolino che dormiva sotto il tavolo. E la Gestam, con tutti i suoi patemi, poteva andare al diavolo. Si addormentò con le braccia spalancate, in una sorta di sfida tardiva a tutte le situazioni avverse.

(pagg. 142-144)

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