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La prossima parola che dirai | Chiara Bottini
Centauria, 2017

di Ivano Mugnaini

Se ci basassimo sulla tempistica, sull’abilità ad intercettare l’attimo, i temi, le situazioni e le sensazioni attuali, potremmo dire che questo è un instant book, un libro sfornato al momento adeguato, preparato con i giusti ingredienti. Ma, per fortuna di chi legge, e di chi lo ha scritto, non è così. In primo luogo per una considerazione cronologica che presto diventerà storico-cronologica e che di sicuro è già ampiamente sfociata nella sociologia, nell’antropologia, nella psicologia e in mille altri ambiti che finiscono in “ia”, come follia e poesia. Il cosiddetto “virtuale” (la materia impalpabile e concretissima di cui sono intessute le pagine di questo libro), il mondo delle comunicazioni che corrono sul filo del web, è già in auge da diversi anni e non è necessario possedere doti divinatorie per prevedere che lo sarà in maniera ancor più preponderante negli anni a venire. L’autrice lo sa, ma soprattutto lo vive. Ha dato la sensazione di scrivere di qualcosa che conosce bene e da cui è coinvolta, qualcosa che le genera sensazioni, anche contrastanti, dubbi, riflessioni, stati d’animo. Non ha scritto il libro con lo sdegno malcelato di un puritano che descrive un vizio, un difetto altrui, la pelle infetta di qualcuno a cui non stringerebbe neppure la mano. E non ha raccontato le vicende dei protagonisti, i loro dialoghi intensi e tormentati, con l’atteggiamento asettico di uno scienziato che enumera fenomeni e statistiche che non lo riguardano in prima persona. Il libro trasmette sensazioni reali, evocate da chi conosce bene le dinamiche della comunicazione e tutti i risvolti, sul piano emotivo, mentale, ma anche fisico, intendendo quest’ultimo termine sia nell’accezione di sessuale, sia, in senso ampio, con riferimento alla sfera corporea, e quindi assolutamente reale, fatta di gesti concreti, azioni, abitudini, mutamenti del modo di vivere, di pensare e di immaginare.

Il vero nodo gordiano del libro, quello che tutti noi siamo chiamati a tentare di sciogliere (con il risultato garantito di renderlo ancora più saldo e indistricabile), riguarda, appunto, la linea di confine, la demarcazione essenziale, di oggi e del futuro immediato: quella tra il reale e il fittizio, tra vita “vera” e vita “virtuale”. Forse però una risposta, o almeno una traccia, si trova già nei termini con cui è stata esposta la questione. Su entrambi i versanti troviamo la parola “vita”. Non smettiamo di vivere né di essere noi stessi nell’attimo in cui ci immergiamo in uno schermo virtuale. Siamo ancora noi, con tutto il bene e il male, le pulsioni, i limiti e i sogni, la pelle e la mente. Su questo aspetto hanno riflettuto e rifletteranno moltitudini di analisti (psicologi, psichiatri e non solo), ma anche sociologi e perfino tuttologi, soprattutto “televisionari”. La risposta non c’è, o meglio, ce ne sono infinite, tutte ugualmente vere e tutte ugualmente valide. Così come è autentico e veritiero ciò che è individuale, basato su un’esperienza percepita senza filtri o condizionamenti.

Chiara Bottini, pur essendo conscia che un libro ha caratteristiche, tempi di assimilazione e modalità espressive differenti, ha trasposto sulla carta quel groviglio complesso di sensazioni, desideri, frustrazioni e nuove inesorabili passioni che nascono dalle schermo che si proietta in noi, ci ingloba e viene inglobato. Il libro della Bottini, tramite citazioni di brani di conversazioni indicati anche utilizzando una grafica specifica, mira ad essere quasi “multimediale”. Anche sulla pagina scritta siamo in grado di visualizzare le e-mail (spesso provenienti da una fantomatica e metaforica “random-mail.com”), ma soprattutto i dialoghi dei social, Whatsapp e il fulmineo, breve e ustionante colpo di fulmine di Twitter.

Il linguaggio utilizzato è credibile, rapido e vivido, conscio del fatto che ogni sillaba deve tener desto il contatto, trasmettendo anche ciò che vibra in ciascuno dei cinque sensi, quelli che non si vedono ma ci sono, in allerta costante.

La parola, nel contesto specifico del libro, e più in generale nel mondo che evoca e rappresenta, è protagonista assoluta. È parola sanguigna, densa di respiri, di attese, di sete di se stessa e dell’altro. Non è un caso che il titolo del libro ponga l’accento sulla prossima parola: sulla necessità di proseguire, tendendo la mano, per accertarsi di una presenza che, a questo punto, è nitidamente reale, seppure in luoghi diversi, a volte distanti chilometri, in qualche caso in galassie di ambienti completamente a parte, con atmosfere e componenti in apparenza inconciliabili.

Accade, anche attraverso un computer o uno smartphone, che la ragione si smarrisca, o si trasformi, ritrovandosi, cambiando le coordinate di se stessa e del proprio universo. Due donne sposate trovano l’amore al di là della rete, o dentro la stessa rete in cui cadono o si immergono, potremmo dire, paradossalmente ma non troppo, per respirare. Due storie diverse, due come tante, individuali, come si è detto, eppure con un filo rosso, un modo per confermarsi a vicenda di comprendersi, di percepire allo stesso modo. Le mail e i messaggi diventano un ponte, sconnesso e avventuroso, per collegare il virtuale alla vita esterna. Ma, e il punto cardine ritorna, l’esterno è contenuto nel virtuale, e, allo stesso tempo, il virtuale è sensazione concreta, dipendenza ininterrotta. Inesorabile arriva l’interrogativo più scomodo: il tradimento è esso stesso reale, o si può sperare nella gabbia protettiva del fittizio? L’amore è assoluto anche senza contatto fisico o assume forme e valenze differenti?

«Non so cosa ho combinato stavolta, ma so che non sto riuscendo a tornare a casa, in nessun senso, e allora ho cambiato strategia: cerco di far tornare a casa gli altri. Come perché? Perché siamo stati tutti e quattro traditi e traditori. Abbiamo amato più di quanto ci saremmo aspettati, più del lecito, oltre il possibile, al di la del plausibile. Ci siamo rovinati, raccontati, offerti, delirando teorie sull’amore e, alla fine, nessuno ha ottenuto quello che voleva.»

In questa riflessione c’è un sunto, un bilancio, o meglio le coordinate di un percorso. La meta, il finale, è ancora da individuare, ammesso che esista, che sia rilevabile. Il libro racconta di amori che raccontano loro stessi. Che hanno bisogno della parola per scoprirsi affini, anche se ineluttabilmente diversi, e forse soli, solitari, a dispetto di tutto. L’amore ha bisogno di parlare di se stesso, qui, e forse ovunque. Ha bisogno di darsi voce, anche tramite uno schermo, per poi diventare reale, per salvarsi, per rovinarsi, per confermare a se stesso la propria esistenza. Quattro esistenze intrecciate dalla parola scritta su uno schermo luminoso e poi nella luce di un sole non meno enigmatico e complesso. Il senso, sia del racconto che dell’esperienza, forse è nella prossima parola che verrà detta. Per il momento abbiamo avuto solamente la certezza della nostra perfetta, assetata e affamata imperfezione di uomini e di donne. La certezza, annichilente e salvifica, di non avere alcuna certezza. 

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