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La ragazza che levita | Barbara Comyns
Safara Edizioni 2019
Traduzione di Cristina Pascotto

di Emanuela Chiriacò

Scrivere del libro The Vet’s Daughter di Barbara Comyns non è stato semplice. Non mi era mai capitato di ritrovarmi piena di suggestioni e incapace di renderle organiche. Perché la Comyns è una scrittrice che frammenta l’ego, che sottrae la visione d’insieme, e apre infiniti micro mondi in cui è facile perdersi. Se dovessi mutuare le parole di Graham Greene, direi che l’autrice ha uno strano talento anticonformista e uno sguardo innocente che le permette di osservare con ingenua semplicità gli avvenimenti più fantastici o più nefasti della vita, e mai prima di questo romanzo li aveva trattati in maniera così convincente1.

The Vet’s Daughter è il suo quarto romanzo, lo scrive nel 1959 all’età di cinquant’anni; centocinquantuno pagine e una struttura narrativa soprendentemente asciutta per restituire uno scenario estatico e agonizzante della condizione umana, e in particolare di quella femminile, nell’Inghilterra del periodo edoardiano.

Il libro ambientato nel primo decennio del ‘900, parla infatti di patriarcato, del ruolo che spetta alle madri e figlie, di quel retaggio che permette loro l’emancipazione dalla povertà attraverso il matrimonio e della violenza domestica che sono costrette a subire, e lo fa attraverso la famiglia Rowlands; in particolare con Alice, la diciassettenne protagonista e voce narrante del libro, che vive a Clapham con i genitori.

Clapham è, un quartiere di Londra sud, che secondo testimonianze dell’epoca era un’area trascurata e in stato di degrado con case a fitto basso e bisognose di importanti interventi di ristrutturazione, sebbene l’architettura composta da case private costruite a schiera lasci intuire che fosse stato un posto alla moda, popolato in precedenza da ricchi commercianti e uomini della City.

Alice vive in […] una casa con una lampada all’esterno […] che puzzava di animali; la madre è una casalinga dalla salute cagionevole e il padre, un veterinario crudele e violento, dedito all’alcol.

Già dal secondo paragrafo della prima pagina, Alice di ritorno da una passeggiata, non appena entra nell’edificio, traccia un ritratto crudo dei genitori

Mia madre era in piedi nella sala scura e mi guardava con i suoi occhi tristi, per metà ricoperti dalle palpebre pesanti, ma non parlava. Se ne stava lì, immobile. Le sue ossa erano piccole e le spalle cadenti; anche i suoi denti non erano dritti; se fosse stata un cane, mio padre l’avrebbe senza dubbio abbattuta.

L’uomo, un anafettivo, considera la moglie una delusione e percepisce la figlia come un pessimo inconveniente, e relega entrambe a una condizione di coercitiva sudditanza psicologica, facendole vivere nel terrore. Gli animali che raccatta in giro o quelli che riceve sono chiusi in una stanza e invece di abbatterli, sceglie di trarne profitto e venderli a vivisezionisti.

Casa Rowlands è una sorta di laboratorio di Frankenstein, una scena del crimine domestico, di degrado in piena soluzione di continuità con l’esterno, degna del film Dogville di Lars Von Trier.

Alice non compie alcuno sforzo per umanizzare il padre; è un mostro descritto da mostro e nell’affrontare il personaggio, a differenza di quanto accade nei romanzi di Thomas Hardy o Charlotte Bronte, Alice pensa e parla, coglie e capisce la natura paterna, e anche se i suoi pensieri si sviluppano su un binario distinto e parallelo, lo naturalizza come parte del contesto che la circonda, lo accudisce e nutre come farebbe con un animale.

Alice è una ragazza naïve, ingenua, che manca di complessità psicologica; la sua psiche è cristallizzata, non distingue le cose a cui dare importanza da quelle da ignorare, e spesso le inverte in un reversal of values macbethiano inconsapevole e animato dal suo candore infantile. Alterna uno sporadico lirismo disarmante quando è felice a una predominante tristezza quando è affranta; uno stato che la ammanta come un velo grigio consono alla ripetitiva quotidianità cui è costretta.

La giornata era quasi giunta al termine ed era stata come la maggior parte dei giorni che riuscivo a ricordare: tutti adom­brati da mio padre e tutto un pulire gabbie di gatti e puzzo di cavolo, a fuggire le flatulenze e il profumo di mio padre. C’era­no dei momenti di pace, e a volte il sole splendeva, là fuori. Così trascorrevano i giorni.

Soltanto con la sua mente può portarsi altrove perché sa che in quell’altrove può sentirsi libera e autonoma. Quando la madre si ammala gravemente, per aiutarla nell’accudimedimento, arriva Mrs. Churchill, una donna vecchia e quadrata sotto il suo berretto da uomo, le gambe ben distanziate e le calze smagliate […] con una voce roca colma di buoni sentimenti che si affeziona molto a Mrs. Rowlands e sembrava voler bene anche ad Alice e agli animali; ma non le piacevano gli uomini. «Non sprecarci un solo pensiero!» soleva dire con grande disprezzo. Se il Dott. Rowlands le parlava tirava su con il naso con aria divertita e non appena questi girava la schiena borbottava: «Come no, ma sicuro, vecchio baffone».

Mrs. Churchill rappresenta il femminile che si ribella, incarna una sorta di burbera emancipazione, e

rimane con Alice anche dopo la morte della madre; suo padre infatti, subito dopo il funerale, si allontana da casa.

A sostituirlo in clinica c’è Henry Peebles, un giovane veterinario che Sbatteva spesso le palpebre dei suoi grandi occhi, blu e quasi rotondi, e che la ragazza soprannomina Occhio­lino […] il primo uomo al mondo che la tratti con gentilezza e riguardo. Qualcosa che lei tende a rifuggire perché in quello stato di tristezza, la sua gentilezza quasi peggiorava le cose.

Quando il Dott. Rowlands torna, l’equilibrio labile generato dalla sua assenza muta repentinamente; non esita infatti ad accogliere Rosa Fisher con cui intrattiene una relazione da anni, e la donna con la sua ingombrante presenza sancisce il licenziamento di Miss Churchill e la definitiva esclusione di Alice dalla vita paterna, facendo ricadere tutto il lavoro di casa su di lei e preoccupandosi solo di preparare i pasti preferiti dall’uomo

Consumavano i loro pasti in sala da pranzo e io dovevo prepararmi qualcosa e mangiarlo in cucina. Ogni giorno che passava somigliavo più a una domestica.

Rose, speculare al Dott. Rowlands, manifesta analoga crudeltà e incoraggia Alice a frequentare Cuthbert “Bertie” (lo stesso nomignolo usato in privato dalla regina Vittoria con il figlio Alberto Edorado, diventato alla sua morte Re Edorado VII).

Cuthbert è un amico di Rose e la donna crea i presupposti per un appuntamento con la ragazza a cui partecipa solo nella prima fase, e che avrebbe potuto avere un tragico epilogo.

L’avvenimento permette ad Alice di allontanarsi da casa grazie all’intervento di Henry Peebles che le offre la possibilità di tenere compagnia all’anziana madre nella residenza sul mare dove vive la donna.

Durante la prima notte in casa di Mrs. Peebles, lontana dai condizionamenti, Alice compie la sua prima vera esperienza di levitazione

Il letto era molto comodo e mi stavo proprio abbandonando al sonno quando accadde una cosa strana: ebbi l’impressione di fluttuare nel vuoto. Cercai di toccare il materasso con le mani; ma non c’era. Vi stavo fluttuando sopra e le lenzuola scivolavano via. Nell’oscurità salivo sempre più su – sebbene avessi la sensazione di aver lasciato indietro lo stomaco – e credetti di aver quasi raggiunto il soffitto. Non provai a toccarlo con le mani perché le tenevo – non so dire perché – giunte con cura sul petto. All’improvviso mi resi conto di stare poco bene. Pensai: «Questo è mal di letto, non mal di mare». Mi sembrò una considerazione brillante e iniziai a ridere, ma le risate ebbero l’effetto di farmi scendere a gran velocità

Quando Alice è costretta a tornare a casa e confessa al padre la sua capacità di levitare, l’uomo cambia atteggiamento; si preoccupa di nutrirla come non aveva mai fatto, le dedica cure e attenzioni ma con il solo scopo di poterne trarre profitto dalla sua dote organizzando uno spettacolo pubblico.

Con addosso un vestito lungo e bianco e del belletto sulle guance, come una sposa fantasma, e nel cuore la consapevolezza che levitare sia il suo unico talento, l’unico bene dotale, Alice va incontro al suo destino.

Questo piccolo gioiello letterario pubblicato lo scorso luglio dalla Casa Editrice Safarà, con l’impeccabile traduzione di Cristina Pascotto e la bellissima illustrazione di Mirko Fort, in italiano prende il titolo de La ragazza che levita; una scelta molto interessante perché anticipa la dimensione metaforica potentissima del fenomeno della levitazione operata da Alice Rowlands.

La sua fluttuazione non è frutto di un’allucinazione, è un meccanismo di difesa; il risultato di una dissociazione psicologica, della sua volontà inconscia di prendere una distanza di sicurezza emotiva dagli eventi traumatici della vita, di guardare la vita dall’alto quando è difficile muoversi nella contingenza.

A differenza della madre che è un animale in gabbia senza speranza e possibilità di fuga, Alice osa credere di poter trasformare la sua libertà di pensiero in liberazione fisica dal patriarcato, dalla casa in cui abita ma non è strutturata per affrontare uno spazio di fuga che esuli dalla sua mente e non è in grado di fronteggiare la crudeltà del mondo fuori.

Il suo mondo è fatto di dolori silenziosi e cumulativi tragicamente familiari, di piccoli riti quotidiani vissuti nella dimensione domestica, chiusa e asfissiante, che malodora di cavolo e animali ma che ha una sua, seppur malsana, rassicurante armonia; le perturbazioni arrivano dall’esterno, dal muoversi fuori da quel contesto perché il fuori diventa elemento estraneo che scuote e mina quel labile equilibrio.

Ne La ragazza che levita, Barbara Comyns concilia realismo letterario, interludi gotici [una combinazione di Gotico femminile (Female Gothic, termine coniato dall’accademica americana Ellen Moers nel suo libro Literary Ladies del 1976) e traslati di quello classico] ed elementi tipici del realismo magico.

L’universo comynsiano è il risultato di una fantasia elegante per descrivere l’ordinario, di una capacità di tenere in perfetto contrappeso elementi tragici con un umorismo nero e morbido, è il frutto di un dispositivo linguistico tenero e crudele, ricco di metafore zoomorfe, e popolato di personaggi che sembrano descritti da una bambina sincera e disarmante che vive nel mondo delle favole: c’è il mostro, l’eroe, la donna anziana dal cuore d’oro, e la principessa rinchiusa.

La voce narrante sembra appartenere al fantasma di Alice Rowlands come se la ragazza si aggirasse tra le pagine, e fosse irrimediabilmente intrappolata nella suo mondo infantile, ossessionata dal reiterarsi di storie simili per trovare in vano il modo di circoscrivere il vuoto. Una batofobia costante che nel finale irrompe con prepotenza.

Al netto delle similarità ravvisate da molti con Shirley Jackson, Angela Carter, Jean Rhys, Flannery O’Connor e Stephen King, gli ultimi due soprattutto ne La ragazza che levita, trovo che Barbara Comyns sia un meraviglioso unicum letterario con un’identità precisa e orginale.

1«The strange offbeat talent of Miss Comyns and thatinnocenteyewhichobserves with childlikesimplicity the mostfantastic or the mostominous of occurrences, thesehavenever, I think, beforebeen more impressivelyexercisedthan in The Vet’sDaughter.» Graham Greene


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La ragazza che levita | Barbara Comyns